Bruce Springsteen, a Milano il cuore politico del rock americano

Il Boss a San Siro a 40 anni dal primo live sullo stesso palco, punta il dito contro il presidente Usa Donald Trump e fa sognare i 60mila presenti: "Tempi duri ma sopravviveremo"

Bruce Springsteen a Milano (foto Matteo Preziosi)
Bruce Springsteen a Milano (foto Matteo Preziosi)
01 luglio 2025 | 08.34
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Bruce Springsteen torna a San Siro con un concerto che ha il peso di un manifesto. Niente effetti speciali, solo armonica, voce e una scaletta che punta dritta al cuore delle contraddizioni americane. Il Boss non cerca scorciatoie ma dal palco invita il pubblico, oltre 58mila persone, a restare vigile, in tempi cupi per la democrazia. “Benvenuti nel tour della Terra, della speranza e dei sogni, con la potente E Street Band” esordisce subito il rocker americano, entrando in scena poco prima delle 20. Elegantissimo in camicia bianca, gilet gessato, cravatta e gli immancabili jeans, il Boss intona ‘No surrender’, accolto da un boato da parte del pubblico. Questo tour, sottolinea, mostra “il potere giusto dell’arte, della musica e il rock and roll in tempi pericolosi".

Quindi incalza: "L’America che amo, faro di speranza e libertà, che per 250 anni è stata terra di sogni, ora è nelle mani di un’amministrazione corrotta, traditrice e incompetente. Stasera vi chiedo di sostenere la democrazia, di alzarvi e far sentire la vostra voce contro l’autoritarismo”. Subito attacca ‘Land of Hope and Dreams’ e San Siro esulta. Sono passati due anni dalla sua ultima volta in Italia, dopo il rinvio dell’anno scorso delle date milanesi per motivi di salute. Stasera il Boss suona senza risparmiarsi, come d’abitudine. Con la E Street Band in forma smagliante e uno stadio sold out per la penultima data del tour europeo (si replica il 3 luglio, sempre al Meazza, sempre sold out) Springsteen ricorda a tutti perché è ancora la voce autentica del rock americano.

A 75 anni il rocker del New Jersey sul palco è inarrestabile e non ha alcuna voglia di rallentare. Del resto, quello milanese è un anniversario speciale: il 21 giugno di 40 anni fa fece il suo primo live in questo stesso stadio e quella di stasera è la sua nona volta nel tempio del calcio italiano. Da non crederci. Qualcuno tra i presenti c’era anche allora e oggi si ritrova accanto a figli e nipoti, nuove generazioni di fan cresciuti con le sue canzoni come colonna sonora. Forse ad eccezione di Bob Dylan, nessun cantautore americano è riuscito a raccontare con la stessa profondità l’America degli ultimi 50 anni come Bruce, le sue inquietudini e contraddizioni. Con la voce capace di smuovere le coscienze intorpidite del suo Paese e non solo.

Niente trucchi o scenografia spettacolare: solo il palco nero, la sua voce, e una band ormai affiatata come una grande, rumorosa, famiglia. La scaletta è incentrata sui temi politici o di protesta, rispetto a quelli della morte o della brevità della vita cui ci aveva abituati. E per essere sicuro che il messaggio arrivi dritto, sui maxischermi scorre la traduzione in italiano delle sue parole. Nel set finiscono brani come ‘Death to My Hometown’ e ‘Rainmaker’, che dedica al presidente americano Donald Trump. “Quando le condizioni di un Paese sono mature per un demagogo - dice - puoi scommettere che si presenterà”.

Tra le altre, la meravigliosa ‘Atlantic city’ e ‘Hungry Heart’, che non deve neanche cantare, ci pensa il pubblico a farlo per lui. Alla fine di ‘The River’ lo stadio continua a cantare. Bruce guarda la band ed esclama: “Only in Italy”. ‘Long Walk Home’ è un’altra preghiera per la sua amata America e in ‘My City Of Ruins’ non le manda a dire, parlando di “un presidente non adeguato e di un governo disonesto” ma convinto comunque che “sopravviveremo a questo momento''. La seconda amministrazione Trump è stata parecchio sentita dal Boss, determinato come non mai a scuotere la coscienza dei suoi fan. Durante il concerto inaugurale del tour europeo a Manchester, il rocker ha trasformato lo show in un appello politico, lanciando dure critiche contro la leadership statunitense. E ha continuato a farlo durante le altre tappe europee. Trump ha replicato, dando vita a un botta e risposta tra palco e social. Chissà se lo farà anche stavolta.

A Milano Bruce porta anche le radici operaie di ‘Promised Land’ e i classici immortali come ‘Dancing in the Dark’, ‘Thunder Road’ e la cover di ‘Because The Night’ di Patti Smith. Si emoziona e fa emozionare il pubblico, con il quale cerca più volte il contatto, regalando anche un’armonica a una piccola fan in prima fila. Quasi tre ore di concerto tiratissime vanno via tutte d’un fiato, con la E Street Band che è una macchina da guerra: il sax di Jake Clemons (nipote del leggendario Clarence), le tastiere di Roy Bittan, la chitarra di Little Steven Van Zandt. Tutti in simbiosi con il carisma di un artista che, a 75 anni, si muove e canta ancora come se ne avesse la metà.

Il finale, come sempre, è una lunga cavalcata nel rock. Con l’inno ‘Born in the U.S.A’, l’immancabile ‘Born To Run’ e la cover dylaniana ‘Chimes of Freedom’, assente in scaletta dal 1988 a chiudere con dolcezza lo show. E allora, cos’ha ancora di così speciale questo ex ragazzo affascinante che continua a chiamare a raccolta schiere di fan in tutto il mondo? Forse il fatto che con la sua musica riesce a raccontare un rock non è solo energia e chitarre potenti ma anche memoria, lutto, speranza e impegno. E in un mondo che cambia faccia troppo in fretta, lui continua a rappresentare, con coerenza, quei valori di speranza e libertà di cui il presente sembra avere ancora tremendamente bisogno. (di Federica Mochi)

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