Intervista a Dean Fertita in occasione dell'uscita del nuovo album di inediti 'Perfecth', in arrivo il 30 ottobre e ispirato al principio giapponese del kintsugi: "Nella musica non c'e' posto per l'IA. Speriamo che abbracciare l'imperfezione possa diventare un gesto radicale"
“Vogliamo essere come una banda decadente e malconcia avvistata all’orizzonte su una strada nel deserto”, ha raccontato una volta Josh Homme. Un’immagine che continua a descrivere ancora oggi i Queens Of The Stone Age. Assieme a Troy Van Leeuwen, Michael Shuman, Dean Fertita e Jon Theodore restano una delle realtà più imprevedibili del rock contemporaneo: una band capace di attraversare il lato oscuro, il desiderio e l’assurdo senza perdere la propria identità. Con ‘Perfecth’, in uscita il 30 ottobre per Matador Records, i Queens of the Stone Age trasformano quelle macerie in qualcosa di nuovo. Il nono album in studio, anticipato dai singoli 'Easy Street' e 'Insignificant Other', è un disco sulla ricostruzione, ispirato al principio giapponese del kintsugi: l'arte di riparare le ceramiche rotte riempiendo le crepe con l'oro, e mappa le diverse forme d'amore, da quello che ti spezza a quello che ti ricompone. È un lavoro nato senza fretta, dopo l’esperienza quasi rituale di ‘Alive in the Catacombs’ - l'insolito progetto live e documentario registrato nel luglio del 2024 nel famoso ossario sotterraneo delle Catacombe di Parigi - che intreccia amore, perdita e rinascita senza rinunciare all’inquietudine che ha sempre definito il suono della formazione statunitense.
Incontriamo Dean Fertita i primi di luglio, poche ore prima del concerto di Milano con i System of a Down, in un elegante hotel affacciato sulla Galleria Vittorio Emanuele II. Il tastierista e polistrumentista della band indossa una camicia a mezze maniche, sorride con discrezione e mette subito a proprio agio chi gli siede davanti. Poco dopo, dalla porta fa capolino anche Josh Homme, che saluta rapidamente prima di iniziare il suo giro di interviste. Con Fertita parliamo di ‘Perfecth’, dell’eredità lasciata dalle Catacombe di Parigi, del valore dell’imperfezione in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, della fragilità come nuova forma di forza e di una band che, dopo essersi “rotta e rimessa insieme” infinite volte, sembra aver trovato il coraggio di trasformare ogni crepa nella propria risorsa più grande.
Dean, avete descritto 'Perfecth' come un album nato solo quando eravate finalmente ‘qualificati’ a finirlo. Quando avete capito che quei brani avevano finalmente trovato la loro forma?
"Il modo in cui abbiamo sempre affrontato la scrittura della musica è quello di non forzare nulla e di non avere fretta. E, ovviamente, credo che ci stiamo avventurando in nuovi territori dal punto di vista stilistico e compositivo. Per questo era particolarmente importante, questa volta, seguire semplicemente il processo e lasciare che tutto accadesse naturalmente. Penso che l'esperienza delle Catacombs abbia avuto molto a che fare con la direzione che ha preso questo disco. Per noi è stato qualcosa di molto naturale ma anche nuovo e spaventoso. Travolgente, in un certo senso".
Suonare nelle Catacombe di Parigi significava confrontarsi con un luogo carico di memoria e di mortalità. Quell’atmosfera ha lasciato una traccia concreta nella scrittura di ‘Perfecth’ o è stata soprattutto una trasformazione personale?
"Credo che abbia determinato in larga misura il punto in cui ci troviamo oggi. Tutta l'esperienza. È curioso perché, ripensandoci, la rivelazione più grande per me è stata il rafforzarsi delle relazioni umane, ancora più della musica stessa. Ci ha connessi a un livello molto più profondo di quanto immaginassimo".
Il concetto del kintsugi attraversa tutto il disco. Pensi che oggi i Queens of the Stone Age siano una band diversa proprio grazie alle crepe accumulate negli anni, più che nonostante esse?
"Oh, ci siamo rotti e rimessi insieme così tante volte. Penso sia proprio così. Mikey (Michael Shuman, ndr) e io stiamo per raggiungere il traguardo dei vent'anni all'interno della band. Abbiamo attraversato talmente tante cose insieme da sapere che l'unico modo per andare avanti è fare affidamento gli uni sugli altri, sulle nostre esperienze e sul fatto di esserci sempre a vicenda, nei momenti difficili come in quelli belli. Non c'è altro modo di creare se non essere estremamente sinceri con noi stessi e con le nostre esperienze. È così che abbiamo sempre fatto i dischi. Sono un riflesso di ciò che stiamo vivendo in un particolare momento. Anche per questo nuovo album è andata così".
Josh ha detto che la parola ‘perfect’ non è mai sembrata onesta. Viviamo in un’epoca in cui tutto viene mostrato come perfetto: credi che ‘Perfecth’ sia anche una risposta a questa ossessione contemporanea per l’immagine e il controllo?
"Non ci avevo mai pensato in questi termini. Però sì, assolutamente. Credo che tutti noi siamo diventati molto consapevoli dell'aspetto negativo di questa cosa".
Le nove canzoni dell'album esplorano diverse forme d'amore: da quello che ti salva a quello che ti distrugge. Perché avete sentito il bisogno di affrontare questo tema lungo un intero album e non soltanto in un brano?
"Probabilmente, dato che Josh è il principale autore dei testi, bisognerebbe chiederlo a lui. Per quanto mi riguarda penso che la risposta sia ancora una volta legata all'incredibile quantità di sfide che ha dovuto affrontare negli ultimi anni, sia a livello personale sia per quanto riguarda la sua salute (tra cui una diagnosi di cancro nel 2022, da cui è in seguito guarito, e un delicato intervento chirurgico d'urgenza nel 2024, ndr). Ma l'amore è sempre una via d'uscita".
Nel rock spesso si canta la rabbia o il desiderio, molto meno la fragilità. Vi è sembrato un rischio esporre così apertamente la vulnerabilità in questo album?
"Sì, tutto è un rischio. E credo che, ancora una volta, abbiamo lavorato con questa idea in testa: se non rischi nulla, allora perché farlo? Esiste un concetto secondo cui, avvicinandoti al bordo di qualcosa, la prospettiva cambia e la vista migliora. Quindi devi essere disposto a esporti davvero e a correre dei rischi. Tornando all'idea di rompere le cose e rimetterle insieme, è quello che facciamo continuamente con la nostra musica. Riesaminare questi temi in un modo nuovo per noi è stato il gesto più onesto che potessimo compiere. La forma di espressione più sincera possibile in questo momento".
Anche in ‘Easy Street’ avete lasciato intatte le imperfezioni della registrazione. Oggi viviamo in un'epoca in cui tutto deve essere perfetto e può essere corretto con l'intelligenza artificiale o altri strumenti. Pensi che abbracciare l'imperfezione sia diventato un gesto quasi radicale?
"Lo spero. Abbiamo sempre apprezzato questa cosa, fin da quando eravamo adolescenti. Quando non riesci più a trovare qualcosa di interessante perché tutto è troppo rifinito e perfettamente incastrato, tendi a disconnetterti. Almeno a me succede così. Un fatto molto bello da osservare è che anche le nuove generazioni stanno reagendo in modo simile a questo momento storico, come una sorta di reazione contraria a quello che accade. È davvero interessante. E sono felice di poter fare parte di questo modo di pensare attraverso il nuovo disco. All'inizio l'Ai sembrava affascinante, anche per i più giovani. Ma ora credo che sia cambiato il modo di vederla. Mi sembra che anche loro preferiscano il tocco umano nelle cose. In realtà era prevedibile. Quando nell'ambiente musicale hanno iniziato a diffondersi strumenti che permettevano di registrare un numero infinito di volte, la prima cosa che tutti hanno pensato è stata: 'Bene, però stiamo perdendo qualcosa'. Poi è diventato talmente normale che ci siamo semplicemente adattati. Ma sapendo che le cose di prima erano migliori".
Oggi si può persino fare musica con l'intelligenza artificiale. Cosa ne pensi?
"Sono contrario. Come per ogni forma d'arte non c'è posto per l'intelligenza artificiale".
Il progetto ‘Catacombs’, di cui abbiamo accennato, vi ha mostrato in una veste completamente diversa: cinematografica e quasi rituale. Cosa vi ha insegnato quell’esperienza sul vostro stesso repertorio? Ci sono canzoni che, dopo averle spogliate in quel contesto, non riuscite più ad ascoltare o suonare allo stesso modo?
"È decisamente cambiato il modo in cui ci relazioniamo con quelle canzoni. Ha ampliato il modo in cui possiamo le viviamo e apprezziamo. Forse la cosa che mi è piaciuta di più è stata poter condividere quell'esperienza con le persone e vedere che è stata accolta positivamente. Ho sempre pensato che i testi di Josh fossero straordinari. A volte però questo aspetto rischia di passare in secondo piano quando suoniamo a tutto volume. Quando i testi sono messi in evidenza e lui riesce a trasmetterli in modo diverso, più diretto, tutto diventa molto più personale e sentito".
Molte persone associano i Queens of the Stone Age a un’immagine dura e provocatoria. Vi interessa che ‘Perfecth’ mostri anche una forma diversa di forza, quella che nasce dall’accettare la propria vulnerabilità?
"Non credo che abbiamo perso nulla di ciò che viene considerato davvero 'duro'. Le emozioni hanno un peso. E, qualunque sia il modo in cui riesci a trasmetterle al pubblico, quella resta una forma di intensità".
Il tour nei teatri che ha seguito ‘Catacombs’ vi ha messo davanti a un pubblico molto diverso rispetto ai festival e alle grandi arene. Avete percepito un tipo di ascolto differente? E questa vicinanza con il pubblico ha cambiato il vostro modo di concepire un concerto dei Queens of the Stone Age?
"Sì. E l'idea di avere un gruppo di persone che viaggia ovunque per venire a vederci e che accoglie una proposta del genere è stata meravigliosa. A essere sinceri, quando abbiamo iniziato le prove per quel tour non sapevamo davvero cosa stessimo facendo. Avevamo soltanto dieci giorni di prove con tutti presenti. Quindi stavamo correndo un rischio enorme anche in quel caso, cercando di capire come far funzionare il tutto. Non siamo mai riusciti a completare una prova in cui tutto filasse davvero liscio prima dell'inizio degli spettacoli. E ancora una volta si torna a quella stessa idea: affidarsi gli uni agli altri e credere in ciò che si sta facendo. E ha funzionato. Mi dispiace che sia finita, è stata un'esperienza meravigliosa".
E tutte queste sensazioni sono confluite nel nuovo album.
"Sì, le abbiamo portate con noi. C'è anche l'idea di invecchiare nel modo giusto. Non significa che smetteremo di fare ciò che abbiamo sempre fatto, ma avere la flessibilità di seguire ciò che sentiamo in quel preciso momento".
Guardando al prossimo tour, ‘Perfecth’ sembra un album costruito su sfumature, dinamiche e dettagli. Come immaginate di tradurre questa dimensione emotiva sul palco? Ci sarà spazio per uno spettacolo diverso da quello che il pubblico si aspetta tradizionalmente dai Queens of the Stone Age?
"Sicuramente ci sarà un tour. È solo una mia ipotesi ma credo che finirà per essere una sorta di fusione tra i due mondi. Perché è così che queste canzoni dovrebbero essere eseguite".
I due universi si stanno già scontrando e dovranno trovare una forma sul palco...
"Sì e credo che sarà davvero interessante perché ci saranno continui cambi di ritmo e contrasti stilistici. Non vedo l'ora di iniziare a lavorarci".
Uno dei temi centrali del disco è il concetto degli ‘insignificant others', persone che attraversano brevemente la nostra vita ma che lasciano comunque un segno. C'è stata una persona che ha cambiato il tuo percorso artistico?
"Il mio mondo è stato piuttosto ristretto negli ultimi venti o trent'anni. Personalmente ho avuto la fortuna di lavorare esclusivamente con i miei migliori amici. Per questo non credo che ci sia stato qualcosa di insignificante nelle esperienze che ho vissuto. Ma quando rimani aperto alle esperienze non puoi evitare di essere plasmato dalle persone che ti circondano".
Anche da relazioni molto brevi…
"Sì. Quando sento questa espressione tendo a interpretarla con una connotazione negativa. Per me, invece, è soprattutto qualcosa di positivo. Le mie relazioni con le persone, indipendentemente dalla loro durata, le guardo in modo positivo. Sono troppo vecchio per concentrarmi ancora sugli aspetti negativi".
Il tour con i System of a Down come sta andando? (L’intervista è stata realizzata il 6 luglio scorso, il tour con i SOAD nel frattempo si è concluso e le date da headliner del 2027 dei Queens Of The Stone Age saranno annunciate prossimamente, ndr)
"Sta andando alla grande. Stiamo ancora cercando di superare il jet lag. È stato divertente tornare al nostro stile più tradizionale dopo aver fatto gli spettacoli delle Catacombs fino a due mesi fa. All'inizio è stato uno shock. Ma dopo tre concerti siamo tornati in carreggiata e tutto sta andando molto bene".
Perché ormai siete in tour praticamente da tre anni o anche più.
"Sì ma vogliamo trascorrere più tempo in Italia. Spero che ci sia un tour europeo con più di due date nel vostro Paese".