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Violenza su donne, Amnesty: "Punire non basta, serve prevenzione"

L'associazione rilancia la campagna #IoloChiedo. Marinari: "Si modifichi articolo 609-bis del Codice penale. Cultura consenso contro stupri"

La campagna #IoloChiedo di Amnesty International Italia
La campagna #IoloChiedo di Amnesty International Italia
07 settembre 2023 | 18.29
LETTURA: 4 minuti

"Di fronte a violenze e stupri la punizione, la repressione da sola non basta, abbiamo bisogno di prevenzione, di cultura ed educazione". Tina Marinari, coordinatrice della campagna #IoloChiedo di Amnesty International Italia, non ha dubbi. "Su questo fronte in Italia negli anni è stato fatto pochissimo. Cambiare la cultura non è una cosa immediata, ci vogliono tempo e, soprattutto, un impegno della politica, della società civile, della scuola e delle famiglie" dice all'Adnkronos. E servono fondi. "Anche nel Codice rosso si parlava di investimenti nella formazione e nell'educazione, ma il budget? Zero. Vogliamo capire a chi spetta farlo, con quali soldi e quando si parte". Secondo l'Oms (2021), nel mondo una donna su tre nel corso della sua vita subisce violenze fisiche e/o sessuali, principalmente da parte di un partner intimo. Abusi che negli ultimi anni, come rivela anche il report 'Donne vittime di violenza', pubblicato dal dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell'Interno lo scorso marzo, sono aumentati passando dai 4.497 del 2020 ai 5.991 (+33% dal 2020) lo scorso anno.

Per accendere i riflettori sulla necessità di un profondo cambiamento culturale Amnesty International Italia da tre anni ha lanciato la campagna #IoloChiedo. "L'obiettivo è la modifica dell'articolo 609-bis del Codice penale con l'introduzione del concetto di 'consenso sessuale'", spiega Marinari. Attualmente, quell'articolo prevede che il reato di stupro sia necessariamente collegato agli elementi della violenza, della minaccia, dell'inganno o dell'abuso di autorità. In nessun modo viene definito 'un rapporto sessuale senza consenso'. Amnesty International Italia chiede al ministro della Giustizia che la legislazione italiana si adegui alle norme internazionali. A partire dalla Convenzione di Istanbul. "Quel trattato - spiega la coordinatrice della campagna #IoloChiedo di Amnesty - sottolinea la necessità di passare dalla repressione alla prevenzione dell'abuso. Nonostante l'Italia abbia ratificato la Convenzione oltre dieci anni fa, il nostro Codice penale non è mai stato aggiornato secondo le direttive del documento".

Ad adeguarsi recentemente sono stati diversi Stati europei. Lo ha fatto la Svizzera e lo hanno fatto i Paesi Bassi. "Parlare di consenso significa parlare di rispetto, capire che la persona che abbiamo di fronte ha un limite fisico e psicologico che va rispettato, in qualsiasi momento. Solo con una società civile consapevole potremo invertire il trend di un fenomeno sempre più allarmante". Per Marinari occorre "lavorare sull'educazione all'affettività a tutti i livelli, a partire dalle scuole elementari. Oggi l'educazione sessuale dei nostri ragazzi è stata completamente affidata ai social. Se i giovani non riescono a parlarne in casa e in classe, allora la sessualità viene scoperta su Youtube e TikTok, dove ci sono parole chiave per arrivare facilmente a contenuti sessuali. Se chi si affaccia per la prima volta alla sessualità apprende come farlo da internet vuol dire che come società abbiamo fa llito".

Cambiare la legge, ma non solo. "Occorre c ombattere i pregiudizi - avverte Marinari -. Gli stereotipi, la vittimizzazione secondaria di chi ha subito violenza è forse il problema più grande nella nostra società". I dati Istat (2019) evidenziano come in Italia sia più che mai radicato il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita per il modo di vestire (23,9% degli intervistati) o se sotto effetto di alcool e droghe (15,1%). Il 39,3% degli intervistati ritiene, inoltre, che una donna sia perfettamente sempre in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo desidera. "Sono risultati agghiaccianti e ci dicono che ancora nulla è stato fatto per cambiare la cultura e sradicare questi pregiudizi, che possono arrivare anche nelle aule dei tribunali. Non ci interessa cosa aveva bevuto, fumato o cosa indossava la sopravvissuta a uno stupro. L'unica cosa che ci interessa sapere è se voleva anche lei quel rapporto sessuale".

Un radicale cambiamento culturale che passa da un maggiore impegno in tema di prevenzione. "In questi anni abbiamo sentito dichiarazioni e proclami, a cui non sono seguiti i fatti. Per combattere la cultura della violenza c'è bisogno di fondi, c'è bisogno andare a parlare di stupro nelle scuole e in tutti quei luoghi che possono essere coinvolti nel contrasto, per essere sicuri che quegli stereotipi non siano presenti nella stazione di polizia quando una donna denuncia, in ospedale quando arriva dopo aver subito violenza. Per fare questo ci vuole un impegno maggiore da parte del Governo. Da parte nostra intendiamo promuovere la campagna #IoloChiedo nelle scuole e nelle piazze e ci impegniamo a coinvolgere le Istituzioni, da cui deve partire la revisione legislativa".

"Come ci dimostra il recente esempio dei Paesi Bassi - conclude -, una trasformazione è possibile e siamo convinti che il cambiamento che vogliamo produrrà effetti positivi nella nostra società, nella nostra cultura e, non da ultimo, nelle aule di tribunale. Per fare ciò, abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti: anche un piccolo gesto, come destinare il proprio 5x1000 ad Amnesty International, può fare una grande differenza affinché le donne non vengano lasciate sole. Chiediamo di dedicare il 5 per mille a questa campagna perché la cultura del consenso possa avere la meglio su quella dello stupro". (di Rossana Lo Castro)

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