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20 anni fa la guerra, l'ambasciatore a Baghdad: "Una delle poche democrazie in Mo"

Greganti: "Molte aspettative deluse dopo il cambio di regime, ma ora voglia di normalità e di non tornare al passato. L'Italia fra i partner più importanti dell'Iraq, mai abbandonato"

20 anni fa la guerra, l'ambasciatore a Baghdad:
19 marzo 2023 | 13.35
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Vent'anni dopo l'inizio della guerra americana in Iraq "molte delle aspettative" sul cambio di regime a Baghdad "sono andate deluse, ma gli iracheni sono comunque riusciti a edificare una delle poche democrazie funzionanti nella regione". L'ambasciatore italiano a Baghdad, Maurizio Greganti, traccia "un quadro di luci e ombre" alla vigilia del 20mo anniversario della guerra lanciata da George W.Bush per mettere fine al regime "brutale e oppressivo" di Saddam Hussein ed esportare la democrazia nel Paese.

"L'intervento americano - dice l'ambasciatore all'Adnkronos - aveva suscitato grandissime aspettative nella popolazione per un cambio di regime. Vent'anni dopo possiamo dire che parte di quelle aspettative sono andate deluse: il cambio di regime c'è stato, ma non ha portato stabilità e sicurezza, piuttosto guerra civile e il terrorismo di al Qaeda e dell'Isis". E tuttavia, riconosce Greganti, "gli iracheni sono riusciti a edificare, pur tra mille difficoltà, una democrazia che con tanti limiti funziona ed è una delle pochissime in Medio Oriente".

In Iraq si vota ogni quattro anni e le elezioni del 2021 "sono state quelle di maggior successo, certificate dalle missioni di osservazione internazionale come corrette e trasparenti, senza problemi di ordine pubblico e accesso al voto, seppur con una bassa affluenza", ricorda l'ambasciatore. E oggi il Paese vive "una fase di stabilità dopo la formazione del governo lo scorso ottobre", nonostante la presenza delle milizie filoiraniane, che l'esecutivo sta cercando di "gestire" e che "non rappresentano un elemento destabilizzante per quanto riguarda la sicurezza", sostiene Greganti.

In questo quadro "gli iracheni guardano con fiducia al futuro, c'è una grande voglia di normalità e di non tornare al passato". Un'aspirazione, questa, osserva l'ambasciatore, favorita dal fatto che "il 60% della popolazione ha meno di 30 anni, nel 2003 si contavano 23 milioni di abitanti, oggi sono 42, un dato che ha moltissime implicazioni". Se da una parte, spiega il diplomatico, "la maggioranza della popolazione non ricorda Saddam e non ha vissuto il suo regime", dall'altra la crescita demografica "così tumultuosa comporta un aumento della domanda di lavoro che il mercato non riesce ad assorbire".

Sono le luci e le ombre del nuovo Iraq, che ha fra i suoi problemi più urgenti "la necessità di fornire servizi e infrastrutture adeguati, perché in questo ventennio poco è stato fatto, di affrontare le questioni legate alla mancanza d'acqua ed ai fenomeni atmosferici estremi, causati dai cambiamenti climatici, mentre continua a lottare contro la corruzione diffusa", sottolinea Greganti.

L'ambasciatore parla poi dei rapporti bilaterali tra Italia e Iraq - di cui siamo "uno partner più importanti, non lo abbiamo mai abbandonato e gli iracheni ce ne danno atto" - elencando tutti i settori in cui il nostro impegno è forte e continuo, da quello archeologico a quello della sicurezza, da quello nella cooperazione allo sviluppo a quello economico.

Greganti ricorda anzitutto la cooperazione nel settore archeologico, "con il sostegno italiano a 19 missioni", e cita il caso di Abu Ghreib, il sobborgo di Baghdad diventato tristemente noto per la prigione che fu teatro di torture ed efferatezze, ma che è invece oggi rilevante per essere sede di un sito archeologico di 600 ettari risalente al 1.400 a.C. Un sito per il quale esiste un progetto dell'università di Bologna guidato dal professore Niccolò Marchetti e che è un po' il simbolo del nuovo Iraq che vuole lasciarsi alle spalle il passato per "guardare con fiducia al futuro", trasformandolo in prospettiva in un'attrazione per il turismo.

Poi c'è "il nostro contributo alla stabilizzazione della sicurezza, che è notevolmente migliorata - sottolinea l'ambasciatore - Ci sono ancora delle cellule terroristiche, che ogni tanto conducono attacchi, ma nelle zone più remote del Paese". "Le nostre Forze armate - ricorda - sono presenti sia nel quadro della coalizione internazionale anti Daesh che a livello bilaterale e nel quadro della missione della Nato, che oggi è la più grande 'out of area' ed è sotto il comando del generale italiano Giovanni Maria Iannucci. I nostri militari si occupano soprattutto di addestramento e di sostegno alle formazione delle forze locali e d i nostri carabinieri vengono considerati un modello organizzativo per la polizia federale irachena".

(segue)

Ci sono poi i rapporti economici: "Secondo i dati relativi al periodo gennaio-novembre 2022 l'interscambio Italia-Iraq si è attestato attorno ai 5,5 miliardi di euro, il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2021 e questa crescita - spiega - è dovuta soprattutto al fatto che abbiamo aumentato gli acquisti di oggi greggio dall'Iraq, che è uno dei nostri principali fornitori. Ma anche le nostre esportazioni sono cresciute del 25% ed aumenta il nostro interesse ad investire".

Ancora "molto importante il contributo nell'ambito della cooperazione allo sviluppo: l'Italia ha portato avanti moltissimi progetti, nelle aree liberate da Daesh ci sono programmi di sostegno ai rifugiati nei campi profughi, è stata avviata la ricostruzione di scuole, strade e servizi - elenca Greganti, ricordando "l'intervento importante per la diga di Mosul che era a rischio crollo per gli attacchi dell'Isis - Nel complesso siamo uno dei partner più importanti, le relazioni sono ottime, siamo sempre stati al fianco dell'Iraq e non lo abbiamo mai abbandonato".

Infine l'ambasciatore ricorda che nel 2022 ci sono state cinque delegazioni ministeriali, "l'ultima delle quali il 23 dicembre con la premier Giorgia Meloni, che ha confermato il livello di doverosa attenzione verso un Paese che sembra lontano, ma le cui dinamiche hanno importanti ricadute per l'Italia e per l'Europa, come dimostra la crisi dei migranti, in gran parte curdi iracheni, alla fine del 2021 al confine tra Polonia e Bielorussia". "Per noi - chiosa - è importante trasmettere il messaggio alle autorità locali che l'Italia è assolutamente attenta a quello che accade in questa parte del mondo e lavoriamo costantemente a favore della sicurezza e della stabilità a livello regionale e globale”.

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