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Meloni a Stoccolma e Berlino, pressing su migranti e aiuti di Stato

Missione all'estero per la premier in vista del Consiglio europeo del 9-10 febbraio: strada in salita

(Foto Afp)
(Foto Afp)
01 febbraio 2023 | 07.02
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Due tappe in un solo giorno, in linea, probabilmente, con quanto dichiarato la settimana scorsa in una lunga intervista a 'Donna Moderna': "limitare al massimo le notti fuori casa, facendo di tutto per tornare" a casa anche quando è all'estero. Giorgia Meloni, prima donna e mamma alla guida di Palazzo Chigi, venerdì prossimo sarà in mattinata a Stoccolma e poi, nel pomeriggio, atterrerà a Berlino per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Due visite che arrivano a una manciata di giorni dal Consiglio straordinario europeo del 9 e 10 febbraio -summit che potrebbe essere preceduto anche da un blitz del presidente del Consiglio a Parigi- con due partite fondamentali per il governo: quella sui migranti e l'altra, centrale nel summit ormai alle porte, di un nuovo fondo Ue e dell'allentamento degli aiuti di Stato.

Una partita a scacchi in cui ogni mossa va ragionata, studiata con attenzione: lo sa bene Meloni, che vola in Svezia -alla guida del semestre europeo- e in Germania per 'oliare' i rapporti in vista di un summit dal quale non vuole e non può uscire con l'immagine ammaccata. Sul dossier migranti la strada è in salita già nella prima tappa della sua missione. Perché, mentre Roma chiede con forza una soluzione europea in tempi stretti -occorre "avanzare con urgenza", ha detto ieri il premier subito dopo l'incontro con Charles Michel a Palazzo Chigi- la Svezia è da annoverare tra i paesi che non vogliono cambiare le norme attuali. Non solo. Nelle settimane scorse il rappresentante permanente di Stoccolma a Bruxelles, Lars Danielsson, in un'intervista al Financial Times ha detto apertamente che il nuovo patto migratorio non vedrà la luce durante la presidenza svedese: ci si arriverà "non prima della primavera del 2024", a suo giudizio.

Ma un cambio di passo va impresso, per Meloni, sin da subito, partendo "della difesa dei confini esterni" e migliorando "l'azione in tema di rimpatri": e su questo è pronta a far valere le sue ragioni con il premier Ulf Kristersson. Con lui, naturalmente, Meloni affronterà anche il tema delle possibili modifiche alle norme sugli aiuti di Stato, alla luce dei potenziali effetti discriminatori verso le imprese europee provocati dai sussidi americani previsti dall’imponente Inflation Reduction Act varato dall’amministrazione Biden. Un tema sui cui Stoccolma, che in generale non vede di buon occhio strumenti comuni di debito, dovrà mediare, avendo la presidenza e dunque ritrovandosi nel ruolo di 'broker'.

Modifiche alle norme per gli aiuti di Stato e migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale saranno il piatto forte anche del bilaterale con Scholz, fissato alle 15 in Cancelleria. Già durante il suo viaggio ad Algeri, una decina di giorni fa, Meloni aveva rimarcato come il problema della scarsa competitività delle aziende europee non potesse essere risolto solo con un allentamento della normativa sugli aiuti di Stato, pena una distorsione del mercato interno. Ma qui le posizioni rispetto a Scholz appaiono distanti, o meglio distantissime.

Ancora una volta, si replica il tradizionale schema Nord-Sud, falchi contro colombe. L’idea di emettere nuovo debito comune, caldeggiata da Roma, è infatti osteggiata dal cancelliere tedesco e dai Paesi cosiddetti 'frugali', dunque Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Austria, Irlanda, Estonia e Slovacchia. E pare non aver fatto breccia, stando alle indiscrezioni, nel piano che domani la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen presenterà. Si tratta, in realtà, di comunicazioni di indirizzo prive di una vera e propria proposta legislativa, ma che serviranno da base per la discussione del summit del 9-10 febbraio. La partita, dunque, è aperta e tutta da giocare.

Ma la strada è in salita. Con Berlino che ha tutto l'interesse per chiedere un allentamento delle norme sugli aiuti di Stato: la dice lunga il fatto che quasi la metà delle risorse erogate da Paesi membri della Ue per aiutare le proprie imprese e i propri cittadini per affrontare i contraccolpi della guerra in Ucraina siano stati erogati dalla Germania.

Il rischio è di un'Europa a due velocità più di quanto non lo sia già ora, con i Paesi con i bilanci più forti che possono permettersi di sostenere le proprie economie in modo assai più efficace di quelle con i conti pubblici meno sani. E con una divaricazione ancor più profonda tra gli Stati più forti, che possono spendere miliardi di euro per sostenere le loro imprese, e quelli più deboli che hanno il cerino in mano del debito pubblico pronto ad esplodere. "Bisogna avere il coraggio di investire sul futuro senza lasciare nessuno indietro", ha rimarcato ieri Meloni sempre dopo l'incontro con il presidente del Consiglio europeo.

Attendendo un Fondo sovrano europeo -sulla falsa riga del Next Generation Eu ma che ha bisogno di tempo per diventare realtà- la Commissione europea sembra puntare sul RePower Eu, che ha tuttavia una potenza di fuoco limitata. L'Italia, già con Mario Draghi, spinge per strumenti tipo Sure, che però non convincono Scholz e i cosiddetti frugali.

Realisticamente l'Italia potrebbe ottenere una flessibilità maggiore sul Pnrr, sull'uso dei fondi Ue 2014-2020 e sui fondi di coesione Ue. A Stoccolma, come a Berlino, Meloni arriverà per 'oliare' i rapporti, in vista di un summit che si preannuncia complicatissimo e in cui non sono ammessi passi falsi.

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