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C'è campo per i cellulari nel "Giardino dei ciliegi" alla Sala Umberto di Roma

La trasposizione dell'opera di Anton Cechov ai giorni di oggi con Milvia Marigliano per l'adattamento e la regia di Rosario Lisma

"Il giardino dei ciliegi" di Anton Cechov alla Sala Umberto di Roma
24 marzo 2023 | 20.46
LETTURA: 2 minuti

Nel 'Giardino dei ciliegi' c'è... campo. Anche i cellulari fanno la loro comparsa nella edizione dell'opera di Anton Cechov adattata e collocata ai giorni nostri da Rosario Lisma, che firma anche la regia e figura nel cast di attori assieme, fra gli altri, a Milvia Marigliano e Giovanni Franzoni, in scena fino al 2 aprile alla Sala Umberto di Roma. I personaggi si muovono in abiti contemporanei e danzano al ritmo delle musiche di Franco Battiato, in questo che fu l’ultimo lavoro di un Cechov già malato e vicino alla morte, parlando lui stesso di "ultima commedia", in cui descrive l'apatia di un mondo russo colto nel passaggio di titolarità dalla famiglia aristocratica, già ricca e ora indebitata, al figlio di quella che fu la servitù ma che con intraprendenza e lungimiranza pari solo alla mancanza di scrupoli e di veri o finti romanticismi, interpreta al meglio la nuova società che bussa alle porte.

Il giardino evocato nel titolo non produce più i ciliegi che erano famosi e commerciati in tutto il Paese e rappresenta l’ombra di un passato che non tornerà più. Così, le speranze e gli entusiasmi che erano legati a quel luogo, ora all'asta per debiti, sono irrimediabilmente perduti perché il declino economico fa 'pendant' con il declino della loro stessa esistenza, cui non sanno e forse neanche vogliono porre rimedio. Se resta un barlume di salvezza, va rintracciato nei due ragazzi che si amano e che sono capaci di interpretare la distruzione del giardino e l'abbattimento degli alberi di ciliegie non come il crollo e la fine della vita che fu ma come l’inizio di una vita nuova.

Il regista Rosario Lisma, nelle sue note, sottolinea l'importanza iconica della scenografia: "Un grande spazio chiaro, con una forte presenza illuminotecnica contemporanea, con pochi elementi scenici richiamanti la stanza dei bambini, oggetti volutamente sproporzionati rispetto alla statura dei personaggi, come se fossero ancora piccoli rispetto all’ambiente, mai cresciuti": un tavolo colorato, una sediolina a dondolo, un grande pelouche e, soprattutto, un enorme armadio centrale sullo sfondo, "come un monumento testimone del tempo felice che fu, imponente e simbolico come un dolmen sbiadito". Sempre chiuso per tutto il tempo dell’azione scenica, l'armadio si aprirà solo sul finale, da parte del nuovo proprietario, che ne scoprirà il contenuto.

(di Enzo Bonaiuto)

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