Caso Ranucci e Report, il presidente del Tribunale di Roma: "Sostegno a giudice Casari, assegnazione rispetta le regole"

La dichiarazione dopo le polemiche sollevate sulla giudice del Tribunale del Lavoro che si sta occupando del ricorso urgente presentato da Ranucci contro la rimozione dalla conduzione del programma di Rai 3

Caso Ranucci e Report, il presidente del Tribunale di Roma:
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28 settembre 2026 | 11.01
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“Esprimo il mio sostegno alla dottoressa Donatella Casari, magistrata che dimostra quotidianamente indipendenza, imparzialità ed equilibrio, oltre a una solida preparazione”. Così il presidente del Tribunale di Roma Lorenzo Pontecorvo dopo le polemiche sollevate sulla giudice del Tribunale del Lavoro che si sta occupando del ricorso urgente presentato da Sigfrido Ranucci contro la rimozione dalla conduzione di Report. “Rilevo, inoltre, che l’assegnazione del fascicolo relativo alla controversia promossa da Sigfrido Ranucci è avvenuta - sottolinea in una nota il presidente del Tribunale di Roma - nel rispetto delle analitiche disposizioni tabellari vigenti da anni, le quali, mediante meccanismi automatici, assicurano l’osservanza del principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge”.

“Recenti articoli di stampa, contenenti anche dichiarazioni di esponenti politici, adombrano, con maggiore o minore evidenza, una presunta carenza di trasparenza nell’assegnazione del ricorso proposto dinanzi al Tribunale di Roma dal giornalista e conduttore televisivo Sigfrido Ranucci. I medesimi organi di stampa formulano critiche nei confronti della dottoressa Donatella Casari assegnataria del procedimento, alla quale attribuiscono non meglio precisati pregiudizi desunti da decisioni rese in precedenti procedimenti giurisdizionali, peraltro non comparabili con la controversia oggi sottoposta al suo esame, né per natura e oggetto né per le parti coinvolte”, conclude.

Il giudice Casari, nei giorni scorsi, ritenendo il procedimento cautelare sufficientemente istruito, si è riservata la decisione sul ricorso urgente presentato da Ranucci contro la rimozione dalla conduzione di Report dando alle parti il termine per il deposito delle note per il 30 settembre 2026.

Al Csm richiesta pratica a tutela per il giudice del caso Ranucci

Apertura di una pratica a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati impegnati nell’inchiesta della procura di Ravenna sulle condotte dei medici impegnati nei Cpr e della giudice del lavoro Donatella Casari, che si sta occupando del ricorso urgente presentato da Sigfrido Ranucci contro la rimozione dalla conduzione di Report. E’ quanto chiedono i consiglieri del Csm di Area, Md, Unicost, MI ad eccezione di Bernadette Nicotra, gli indipendenti Roberto Fontana e Andrea Mirenda e il laico Roberto Romboli.

“Nei giorni scorsi due distinte vicende giudiziarie sono state oggetto di dichiarazioni pubbliche e di articoli di stampa che, oltrepassando il legittimo esercizio del diritto di critica rispetto all’attività giudiziaria e ai provvedimenti adottati, hanno investito direttamente l’imparzialità dei magistrati coinvolti e la stessa funzione giudiziaria – scrivono i consiglieri -. Con riferimento, in primo luogo, a un’indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Ravenna in relazione a condotte di sanitari operanti nei Centri di permanenza per i rimpatri, l’attività dei magistrati è stata pubblicamente qualificata, tra l’altro, come una ‘caccia alle streghe’ e come un’operazione di natura politica diretta alla ricerca di ‘capri espiatori’, evocando persino l’utilizzo di ‘metodi da Gestapo’”.

“A prescindere da qualsiasi valutazione sul merito dell’indagine, che evidentemente non compete al Consiglio, simili espressioni non si limitano alla critica di singoli atti o delle interpretazioni giuridiche che ne costituiscono il fondamento, ma attribuiscono all’attività dei magistrati finalità estranee all’accertamento dei fatti e all’applicazione della legge, determinando una delegittimazione della funzione giudiziaria – sottolineano i consiglieri del Csm -. Un problema analogo, anche se in un contesto diverso, si pone in relazione a un giudizio pendente dinanzi al Tribunale di Roma, promosso da un giornalista nei confronti dell’azienda televisiva per la quale presta la propria attività. Alcuni organi di informazione, nel dare notizia dell’assegnazione del procedimento al magistrato chiamato a deciderlo, hanno attribuito particolare rilievo alla circostanza che lo stesso magistrato avesse in precedenza presieduto un collegio giudiziario investito di una vicenda riguardante esponenti del Governo, utilizzando tale precedente per prospettare dubbi sulla sua imparzialità rispetto alla nuova controversia”.

“Una simile rappresentazione trascura un dato essenziale sul funzionamento della giurisdizione: l’individuazione del magistrato chiamato a trattare un procedimento avviene sulla base di criteri tabellari predeterminati, trasparenti e verificabili, posti proprio a garanzia dell’indipendenza e dell’imparzialità della funzione giudiziaria e del principio del giudice naturale precostituito per legge. È certamente legittimo verificare e criticare le modalità con cui tali criteri siano stati concretamente applicati. Altra cosa è ignorarne l’esistenza o rappresentare l’assegnazione del procedimento come se fosse il risultato di una scelta discrezionale legata all’identità delle parti o alle decisioni precedentemente assunte dal magistrato – si legge nella richiesta di apertura pratica -. Omettere tale dato, o lasciare intendere che un giudice sia stato ‘scelto’ in ragione delle sue precedenti decisioni, costituisce una grave disinformazione sul funzionamento dell’ordinamento giudiziario e finisce per insinuare, senza elementi riferibili al procedimento da decidere, un dubbio sulla sua indipendenza e imparzialità, così realizzando un indiretto, ma potente, tentativo di condizionamento del giudice assegnatario del procedimento. Le due vicende pongono dunque la medesima questione istituzionale – affermano i consiglieri del Csm -. I provvedimenti giudiziari, le iniziative del pubblico ministero e le decisioni dei giudici possono essere sottoposti alla più ampia e anche severa critica pubblica. La critica, tuttavia, non può trasformarsi nella delegittimazione della funzione giudiziaria, attribuendo ai magistrati finalità politiche o mettendone in dubbio l’indipendenza e l’imparzialità sulla base delle decisioni assunte nell’esercizio delle loro funzioni. Per queste ragioni – concludono i membri del Csm - i sottoscritti chiedono, ai sensi del Regolamento interno, l’apertura di una pratica a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati interessati dalle vicende sopra indicate e, più in generale, della funzione giudiziaria rispetto alle forme di delegittimazione descritte”.

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