Iran, Papadia (Bruegel): 'Allacciate le cinture', banche centrali pronte rialzo tassi se serve

L'ex direttore Bce, 'rischio stagflazione con stop prolungato e completo Hormuz, il pericoloso dilemma istituti centrali'

18 marzo 2026 | 14.47
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Una chiusura prolungata e completa dello Stretto di Hormuz costringerebbe alla fine le banche centrali globali ad alzare i tassi di interesse: quindi 'allacciate le cinture', come diceva l'allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet. Così in un'intervista all'Adnkronos Francesco Papadia, senior fellow al think tank Bruegel, già direttore alla Banca d'Italia e alla Banca centrale europea cita l'ex numero uno dell'Eurotower per indicare gli scenari economici impervi causati dalla crisi in Medio Oriente.

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"Data l’incertezza prevalente, le banche centrali non sono pronte ad agire ora, ma manderanno un messaggio forte e chiaro che sono pronte ad alzare i tassi se la chiusura dello stretto di Hormuz si rivelerà prolungata e completa", sottolina Papadia. " 'Fasten sit belts' era un‘espressione favorita di Jean-Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea. Non gliel’ho chiesto, ma credo proprio che la userebbe ancora una volta in quest’occasione", aggiunge l'economista.

"Per le banche centrali, dalla Fed alla Bce, affermare e ripetere che erano in un 'buon posto', 'in a good place', era diventato una specie di mantra. Trovarsi in condizioni favorevoli, dopo tante crisi e difficoltà, era un sollievo: il sospiro non era esplicito ma lo si intuiva", osserva. Oggi "l’avventura iraniana di Donald Trump sta causando danni ben più gravi del disturbo alle confortevoli condizioni delle banche centrali, ma certamente ha colpito anche loro", rileva. "Il danno è duplice. L’aumento del prezzo di gas e petrolio e le difficoltà di approvvigionamento di altre materie, come i fertilizzanti, impongono una spinta all’insù dei prezzi e all’ingiù della crescita, ancora è presto per parlare di stagflazione, ma non per cominciare a pensarci", spiega. "Non meno, anzi probabilmente più grave - aggiunge - è la nuova ondata di incertezza che colpisce l’economia mondiale. La sua origine è chiara, la chiusura alla navigazione dello stretto di Hormuz. L’incertezza deriva da due fattori: quanto durerà la chiusura? E quanto sarà mitigata da eccezioni che l’Iran potrebbe fare alle navi di paesi amici?".

Gli economisti, prosegue ancora, "hanno imparato che fare previsioni è difficile, anzi addirittura pericoloso. Ma possono consolarsi considerando che fare previsioni degli eventi geopolitici è praticamente impossibile. Nessuno è in grado di fare una previsione affidabile sulla durata e sull’efficacia della chiusura dello Stretto. E, sfortunatamente, una previsione economica abbastanza affidabile è che la spinta stagflazionista dipenderà da questi due fattori". E nota: "le previsioni che incorporano una chiusura incompleta e nell’ordine di poche settimane mostrano, per i paesi avanzati, un aumento dell’inflazione di circa 0,2 per cento e una riduzione della crescita dello stesso ammontare. Una prospettiva negativa ma non drammatica. Ma una chiusura più prolungata e più totale moltiplica di quattro o più volte il danno, avvicinando l’economia mondiale alla stagflazione".

"E la stagflazione - scandisce Papadia - è il contrario di 'un buon posto', mettendo le banche centrali in un pericoloso dilemma: bisogna combattere l’inflazione, aumentando i tassi d’interesse o la recessione, abbassandoli? Fino alla fiammata inflazionistica causata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la risposta pratica al dilemma era non combattere l’inflazione ma neanche la recessione: bisognava vedere attraverso, 'see through', i rischi inflazionistici e recessivi e aspettare pazientemente un miglioramento delle condizioni macroeconomiche". Ma, conclude, "la violenza dell’inflazione dopo l’invasione dell’Ucraina e le critiche cui le banche centrali sono state soggette sconsigliano ora questa tattica paziente". (di Luana Cimino)

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