Dietro il successo di aziende come Spotify o Klarna c'è un ecosistema in cui anche i piccoli risparmiatori si affidano al mercato, fra strumenti digitali efficienti e costi bassissimi
"C'erano questi quattro ragazzi seduti intorno a un tavolo: stavano creando Spotify". Così, con understatement tutto scandinavo, Oskar Gillström, country manager di Epicenter, ricorda come nella 'casa dell'innovazione digitale' creata nel cuore di Stoccolma, sia cresciuta una delle success story più celebrate degli ultimi decenni. Con una capitalizzazione attuale di 91 miliardi di euro (ma ha superato anche quota 120), Spotify ormai è molto più di un 'unicorno', ovvero una società con una valutazione superiore al miliardo di dollari. Ma la sua fortuna non è frutto di un caso, come si vedrà.
Se la presenza di 'unicorni' è indicativa di un ecosistema imprenditoriale vivace e stimolante, la Svezia è di sicuro il paese europeo a cui guardare. A Stoccolma tutti ne sono convinti: d'altronde sono ormai 14 le start-up che hanno raggiunto una valutazione superiore al miliardo di dollari, pari a un unicorno ogni 760 mila abitanti. Alcuni dei nomi - Spotify, appunto, o Klarna - sono noti a livello globale e testimoniano soprattutto una propensione a sostenere idee a bassa intensità di lavoro ed elevata innovazione.
Impietoso il paragone con l'Italia che - notoriamente - ha un tessuto imprenditoriale fatto di piccole o piccolissime imprese: da noi queste start-up di successo sono solo 9 (una ogni 6,5 milioni di abitanti). Ma non è solo una questione di attenzione all'innovazione o di disponibilità di strumenti digitali. Alle spalle di tanta vivacità c'è una conoscenza dei mercati dei capitali e una propensione al rischio che nasce da un ecosistema innovativo, che ruota intorno all'Isk, il Conto di Investimento e Risparmio introdotto nel 2012, e ormai utilizzato per la gestione (anche fiscale) dei propri investimenti da oltre 4,2 milioni di svedesi, più del 40% della popolazione attiva. Per aprirlo bastano pochi click, offre costi bassissimi (la spesa media di gestione di un fondo di investimento in Svezia è dello 0,9% l'anno, ma si può scendere anche assai più in basso) e garantisce vantaggi fiscali interessanti, oltre a rendimenti assai superiori a quelli delle somme lasciate nei depositi bancari.
Da tanta disponibilità di capitali è derivato un sistema azionario quasi 'all'americana': negli Usa, infatti, il 70% del finanziamento delle imprese arriva dai mercati dei capitali e solo il 30% dal sistema bancario. Non è forse un caso che nel 2008 la Borsa di Stoccolma è stata rilevata dal Nasdaq e oggi vanta numeri record: negli ultimi 10 anni ha ospitato più di 500 Ipo (più di Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi messi insieme), nel 2025 i collocamenti hanno raccolto il 60% del totale delle transazioni per Ipo in Europa, e negli ultimi sessant'anni il rendimento medio degli investimenti presso la Borsa di Stoccolma è stato dell'8% all'anno.
Ma non c'è solo un mercato azionario 'record', a testimoniare lo stimolo fornito dal sistema fiscale svedese. La propensione all'innovazione sostenuta dagli investimenti delle famiglie ha creato un ecosistema in cui le startup proliferano. I numeri anche qui parlano chiaro: in Svezia sono 33.200, quelle censite nel 2025 mentre in Italia esattamente un terzo (11.090, in calo di quasi 500 unità in un anno). Dietro questo dinamismo anche un approccio quasi filantropico ma mai disgiunto da un pragmatismo quasi luterano.
Esemplare appunto il caso di Epicenter, polo di coworking nel cuore di Stoccolma, fondata nel 2015 dagli imprenditori e investitori Ola Ahlvarsson e Patrick Mesterton. La missione - si spiega - è quella di creare "centri di innovazione locali che offrono una comunità, una piattaforma di apprendimento e un luogo di incontro per i promotori del cambiamento per accelerare la loro crescita e innovare con un impatto significativo". Da qui sono passati anche i visionari alla base di Zettle, società fintech acquisita da PayPal nel 2018 per 2,2 miliardi di dollari, oppure di Klarna, altra fintech sbarcata a Wall Street e oggi valutata quasi 7 miliardi di dollari.
Ma non è solo una questione di mettere sotto lo stesso tetto una generazione di visionari e innovatori: il segreto è anche quello di fornire loro il counseling necessario per crescere. Proprio la success story di Klarna, o meglio di uno dei suoi co-fondatori, Niklas Adalberth, è alla base di Norrsken, fondazione no-profit e braccio di investimento focalizzato sull'impatto sociale. Creata nel 2016 da Adalberth, la società può contare - oltre alla sede di Stoccolma, in un vecchio magazzino riadattato al coworking - su Norrsken Houses a Barcellona, Kigali, Bruxelles e Amsterdam.La convinzione - si spiega - è che "imprenditorialità e nuove tecnologie siano due delle forze più potenti a nostra disposizione per risolvere le maggiori sfide globali. Vogliamo che i migliori fondatori lavorino su problemi che contano davvero, fornendo loro il capitale, le conoscenze e la rete necessari per realizzarli concretamente".
"Oggi uno dei nostri focus - spiega il responsabile comunicazione Per Frykebrant - è sull'energia. L'Europa la paga il doppio rispetto agli Usa e il 50% più della Cina: questo ci è costato 1000 miliardi di euro in spese supplementari. Per questo vogliamo sostenere le 'impact companies', quelle aziende che puntano a trovare soluzioni alle crisi. E l'energia è una delle crisi dell'Europa".
Non sono mancati i passi falsi: Norrsken ha investito in Northvolt, preannunciata come il campione europeo della produzione di batterie e che invece è fallita bruciando miliardi di euro, anche per una serie di gravi errori strategici. "E' stata una lezione" ammette Frykebrant. Ma non di quelle che - dopo - spingono gli investitori a proteggere il loro denaro in banca. Semplicemente un insegnamento per non ripetere gli stessi errori e per crescere di più e meglio.