Il regista presenta Fuori Concorso 'Nessun dolore'. Il protagonista della pellicola è Alessandro Borghi: "È un film su come non sia più possibile restare indifferenti"
"Il dolore più grande del nostro tempo? Ho più di ottant'anni e posso dirlo: non lasciare un mondo giusto a chi viene dopo. Ho questo rimorso. Ho cercato di curare mio figlio e le mie nipoti con tutti i mezzi, però l’eredità che noi vecchi lasciamo alle generazioni che stanno arrivando e che arriveranno è un mondo sbagliato". Così Gianni Amelio all’Adnkronos, sbarcato alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia per presentare 'Nessun dolore', Fuori Concorso, dal 24 settembre nelle sale con 01 Distribution. Il film segue Davide (interpretato da Alessandro Borghi, che torna a lavorare con Amelio dopo 'Campo di battaglia'), un trentenne con la passione dei libri: non ne legge molti, ma li vende in una piazza di Roma. La sua cliente più affezionata, Elsa (Valeria Golino), è anche la sua complice: gli procura volumi di seconda mano e lo colma di affetto e tenerezza. Finché, in un giorno qualunque, qualcosa si incrina. A Davide viene 'consegnato' per strada, come un pacco, un bambino nordafricano che non lo lascia più: lo segue in silenzio, fedele come un cagnolino. Poi l’incidente, la corsa in ospedale, il piccolo sospeso tra la vita e la morte. E Davide che precipita in un inferno personale fatto di reticenze, rimorsi, smarrimento. Nel pronto soccorso, una notte, incontra Aminah (Beidja Yahiaoui), appena arrivata dall’Algeria su un barcone. È un’adolescente fradicia di pioggia, tremante, impaurita, e in evidente attesa di un figlio. Davide non può che offrirle ospitalità. Ma è solo l’inizio: ogni sera, tornando dal lavoro, trova nel suo appartamento sempre più persone sconosciute. Si ribella, inutilmente.
Alla fine cede, per generosità o per debolezza. La sua casa non è più solo sua, ma di chi non ha un tetto: i tanti che dormono sotto un ponte o in un angolo di strada. Finché la denuncia dei condomini lo porta in galera per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Davide vive così un'odissea che non è solo personale, ma che finisce per stravolgere anche i sentimenti degli altri. A più di trent’anni da 'Lamerica', Amelio torna sul tema dell’esodo. "Quello che allora era un dramma si è trasformato in una tragedia. Nel film di trent’anni fa c’era ancora tanta utopia, qualche sorriso in più: in ogni viaggio verso terre sconosciute c’è l’aspettativa di una vita nuova che rende quel viaggio meno amaro. Oggi, invece, sono viaggi senza arrivo. Tanta gente muore sui gommoni. L’Adriatico di allora è diventato il Mediterraneo di oggi, trasformato in una tomba con migliaia, forse centinaia di migliaia di persone. È la tragedia del nostro tempo". E sulla possibilità di intervenire: "Non posso farlo io, non puoi farlo tu. Possiamo solo usare l'arma dell'abbraccio, del cuore, dell'accoglienza. Ma è un fatto individuale: puoi occuparti di una persona, di due, dare un pezzo di pane, qualche soldo. Quando invece si muovono milioni di persone per carestia, fame o guerra, ci vuole la politica. Non la politica di un solo Paese: dovrebbe essere l’Europa, dovrebbe essere il mondo a mettersi d’accordo per integrare la forza che portano gli immigrati". Il titolo 'Nessun dolore' è una provocazione. "E sta nel dire che quando il dolore, prima di diventare indifferenza, diventa angoscia, ci rende incapaci di vivere. Ma quel momento può anche essere un punto di partenza. È un titolo positivo".
Per Alessandro Borghi, questo è anche "un film sull’indifferenza, e su quanto a volte non sia più possibile esserlo. Ricordo perfettamente gli anni in cui ho iniziato a dire: 'Questa cosa che vedo non è normale'. Si dice che le piccole azioni possano fare la differenza, ma a volte è difficile crederlo". Allora "lo si fa per necessità": "quando vedi qualcosa che non riesci più a sostenere, provi ad andare verso quella persona, quella situazione". Borghi racconta poi la sua esperienza personale: "A me è successo perché non riuscivo più a essere indifferente. Penso che sia dovere di chi sta bene aiutare chi sta male: è ciò che mi hanno insegnato i miei genitori, ciò che insegnerò a mio figlio". Oggi, osserva l'attore, "viviamo in una realtà anestetizzata: camminiamo sul marciapiede e vediamo persone che non hanno una casa, nulla da mangiare, e per molti è diventata normalità". Il personaggio che interpreta nel film, Davide, a un certo punto, "si ferma davanti a quel marciapiede: qualcuno gli impedisce di continuare la sua corsa e lo mette davanti a una situazione più grande di lui. All'inizio fa ciò che farei anch'io: 'Posso fare qualcosa? Ti aiuto'. Ma questa volta non basta". Borghi conclude con una riflessione sulla responsabilità della settima arte: "Il cinema deve fare proprio questo: prendere una cosa e portarla al paradosso, chiederti 'E tu, cosa avresti fatto?'", conclude l'attore. (di Lucrezia Leombruni)