Al Forum di Assago, nonostante l'interruzione per intossicazione alimentare, l’artista catalana ha messo al centro l’ultimo album 'Lux' senza dimenticare le radici
Nessuno poteva immaginare un finale del genere: Rosalía che interrompe il concerto di Milano per un'intossicazione alimentare. Eppure fino a quel momento ha tenuto la barra altissima, con una performance intensa, impeccabile, magnetica. Nessun segnale di cedimento da parte dell'artista catalana, padrona totale della scena. Facciamo un passo indietro, a quando si apre il secondo atto dello spettacolo, quello che sarà l'ultimo rispetto ai quattro in scaletta. È una santa o una raver? Rosalía entra in scena lasciando che le due nature convivano senza mai escludersi. “Conservo molte cose nel mio cuore. Ecco perché il mio cuore è così pesante”, canta in ‘Berghain’, il brano-simbolo di ‘Lux’, l’album che ha già infranto ogni record. Lo fa avanzando su stivali di raso nero e un copricapo piumato che si apre come corna luciferine, un’immagine sospesa tra sacro e profano, come fosse appena uscita dal sabba di Goya. Intorno a lei, un corpo di ballo vestito di nero incornicia la metamorfosi: Rosalía-santa, ascetica e devota alla sua ricerca artistica. Rosalía-raver, elettrica, istintiva, totalmente immersa nel ritmo. Siamo al Forum di Assago, dove ‘Lux’ prende forma come un’opera monumentale, già classica, impossibile da incasellare. E, contrariamente a quanto si potrebbe pensare a posteriori, a parte i 45 minuti di ritardo di inizio spettacolo, davanti a 11.500 persone, non c’è stata la minima avvisaglia che stesse male.
Proprio per questo, nessuno poteva immaginare che, poco dopo questa prima esibizione, Rosalía sarebbe tornata sul palco per altri quattro brani che avrebbero però segnato la conclusione anticipata dello show. La causa? Un’intossicazione alimentare che l’ha costretta ad annullare il concerto a metà. Ma fino a quel momento, definire lo spettacolo un’opera d’arte sarebbe stato persino riduttivo: aveva già superato ogni aspettativa quando è tornata a novembre, con un album che ha trasformato il pop in sinfonia e l’elettronica in preghiera. E dal vivo riesce davvero a superare sé stessa: 13 lingue, un’orchestra di 20 elementi, un’architettura sonora barocca che attraversa secoli e generi, tenendo insieme l’eterno paradosso che la abita. Santa e raver, insieme, senza mai contraddirsi. Ascoltare dal vivo questo album nella data milanese del tour (seppure parzialmente, perché mancavano alcuni dei brani più belli del disco, tra cui 'La Perla' e 'Magnolias') fa comprendere perché l’artista catalana, a 33 anni, sia una spanna sopra le sue colleghe più giovani.
Il palazzetto è strapieno (neanche a dirlo ha fatto sold out in un’ora) quando, poco prima delle 21.30 si alza il sipario sul palco. La scenografia è minimal con due scale mobili, e drappi che nelle oltre due ore di show muteranno forma proprio come i brani portati sul palco. L’orchestra (archi, fiati, tamburi, musicisti flamenco, pianoforte, coriste) è al centro del pubblico, in una buca orchestrale a forma di croce. Uno spettacolo per occhi e orecchie e un viaggio visivo nella storia: dell'arte, della musica, dal balletto e persino della mitologia, che sfiora cinema e moda, le crinoline à la Marie Antoniette, la Gioconda e la ‘Gilda’ di Rita Hayworht e ‘The Dreamers’ di Bertolucci (immagini che il pubblico milanese non ha potuto purtroppo vedere) fino ai corsetti di Madonna e, a volerla dire tutta, anche numerosi richiami a Lady Gaga. Tante sono le citazioni e infinite le combinazioni: a partire della sua entrata in scena, con abiti da ballerina classica, in una grande scatola coperta da un lenzuolo bianco, che si apre a terra e svela la sagoma di una croce cattolica.
Lo show è suddiviso in quattro atti, come i quattro movimenti che animano ‘Lux’, più un’ouverture e un intermezzo, e parte sulle note di ‘Sexo, violencia y llantas’, seguita subito da ‘Reliquia’, una preghiera glitch, con cori e archi ‘piegati’ in cui lei stessa ammette: “Non sono una santa ma sono benedetta”. E poi Divinize’, una delle tracce più movimentate, che parla della possibilità di trovare la divinità nell’essere umano e si chiude in un delirio techno orchestrale. Con ‘Porcelana’, l’artista torna a un minimalismo intimo, aperto solo da voce e archi diventa più cupa in crescendo con una cassa più profonda. Cantata in italiano, ‘Mio Cristo Piange Diamanti’ è forse il momento più toccante del concerto: chiude il primo atto con un’intensità lirica quasi teatrale, con Rosalía che toglie il tutù e indossa un velo a bianco in testa. A occhi chiusi, sembra di trovarsi alla Scala, immersi nel buio, con la voce della cantante che riempie la sala come un’aria d’opera. E, ammettiamolo, su quel palco ci starebbe molto bene. “Quando ho scritto questa canzone Puccini e Verdi sono stati una grande ispirazione per me - spiega in italiano - perché voi ragazzi avete una tradizione musicale spettacolare sono fan della musica italiana".
Ci sono diversi momenti altissimi, come il secondo atto che parte con ‘Berghain’, brano ispirato al celebre club berlinese, che del Berghain incarna anche la religiosità con la quale chiunque ha avuto la fortuna di varcarne la soglia lo venera, perché fonde il respiro della musica orchestrale con i beat della techno. Un viaggio rave, con un testo che alterna tedesco, spagnolo e inglese, e si muove tra intimità e potenza cinematografica, fino a esplodere in un turbine sonoro di rara intensità. E’ il preludio per la parte dedicata alle sonorità da dancefloor: ‘Saolo’, ‘La fama’ e ‘La combi Versace’ da ‘Motomami’ e ‘De madrugá’ insieme all’incredibile corpo di ballo che non la lascia sola un istante. Ed è qui che il concerto si interrompe. Dopo il preludio, Rosalía torna in scena sbucando dal sipario ancora chiuso, con gli stessi abiti di scena. Il segnale che qualcosa non va. Si scusa ripetutamente col pubblico e dice di aver vomitato e di stare male per un'intossicazione alimentare. Vorrebbe ripendere lo show ma le è impossibile. I fan sono sotto choc ma le tributano un sentito applauso, prima di abbandonare, increduli, il palazzetto.
Quello che sarebbe dovuto succedere dopo avrebbe sicuramente lasciato il segno. Come si è già visto nelle tappe precedenti del tour, partito il 16 amrzo da Lione, Rosalía sarebbe dovuta tornare sul palco in versione Monna Lisa, da dentro una cornice, per intonare ‘Can’t Take My Eyes Off You’ di Frankie Valli, con tanto di fan sul palco per poterla osservare da vicino, come in un museo. Avrebbe seguito poi l'interpretazione di ‘La Perla’, tra i momenti visivamente più suggestivi di questo spettacolo, merito anche del regista e coreografo greco Dimitris Papaioannou, che per lei ha realizzato un'illusione ottica con dei guanti bianchi e neri che la trasforma nella Venere di Milo interpretata da Eva Green nel film di Bertolucci ‘The Dreamers’. Poi, come in un percorso simbolico che va dalla nascita all’elevazione, il finale avrebbe messo in scena la sua morte e la rinascita. Dopo le note di ‘Focu ’rann’i, (cantata anche in siciliano, in omaggio Santa Rosalia, protettrice di Palermo), le note di ‘Magnolias’ avrebbero chiuso lo show riunendo tutti i temi del disco - luce, fede, sensualità, rinascita in un’esplosione orchestrale.
Ci sarà una data per recuperare lo show o un rimborso per i fan arrivati da tutta Italia e dall’estero? Al momento non è ancora chiaro: non è stata comunicata né una possibile data di recupero né le modalità di rimborso. Per ora, l’organizzatore non ha diffuso alcuna indicazione ufficiale, lasciando i fan in attesa di aggiornamenti. Quel che resta è la forza di questo spettacolo, sebbene sia durato circa un'ora. Se da un lato l’impianto monumentale dello show può apparire ambizioso fino all’eccesso, dall’altro è proprio questa ambizione a rendere l’esperienza così magnetica. Rosalía rischia mostrando fragilità e misticismo, danza tra sacro e profano senza paura di risultare ‘troppo’, e consapevole che la grandezza a volte può passare anche attraverso l’eccesso.
In un panorama pop troppo spesso anestetizzato da formule ripetitive, lei sceglie la strada più complessa, rivelando una maturità rara in artiste della sua età. E non c'è Taylor Swift che tenga. Le estetiche del passato che le sono care, i codici operistici e le citazioni cinematografiche sono il vero cuore dello spettacolo, un promemoria potente che il pop può, e deve, essere ancora arte e racconto. (di Federica Mochi)