Venezia 83, il cinema torna a fare i conti con il potere, la memoria e le ferite del presente

Dalla guerra alla famiglia, dal potere dei media alle ferite del lavoro: i film in Concorso raccontanno un mondo inquieto, dove il passato continua a presentare il conto e gli individui cercano una via per ricominciare

Venezia 83, il cinema torna a fare i conti con il potere, la memoria e le ferite del presente
24 agosto 2026 | 15.10
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Dal 2 al 12 settembre la Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si presenta come un grande atlante delle inquietudini contemporanee. Basta attraversare i titoli del Concorso per accorgersi che, al di là delle lingue, dei generi e delle generazioni dei registi, molte delle storie tornano a interrogare la stessa domanda: che cosa resta dell’individuo quando la Storia, il potere, la famiglia o il lavoro entrano nella sua vita e ne cambiano irreversibilmente la direzione?

E' significativo che ad aprire la Mostra sia "Ink" di Danny Boyle. La nascita del potere mediatico di Rupert Murdoch e la trasformazione del "Sun" in un tabloid capace di sfidare l’establishment non sono soltanto materia per un film sulla stampa britannica. Sono il racconto di una mutazione del linguaggio pubblico, della progressiva trasformazione dell’informazione in spettacolo e della conquista di un potere che, attraverso scandalo, irriverenza e provocazione, avrebbe contribuito a ridisegnare la società contemporanea. Boyle, regista da sempre attratto dall’energia febbrile dei fenomeni collettivi, sembra così collocare subito il concorso dentro una delle sue questioni centrali: chi decide ciò che una società deve vedere, sapere e desiderare?

In "Primetime" Lance Oppenheim porta invece al centro il potere della televisione. Il suo primo film di finzione ricostruisce la vicenda del giornalista Chris Hansen e del programma "To Catch a Predator", trasformando una storia televisiva in una riflessione sul confine fra denuncia e spettacolarizzazione. Anche qui ritorna la questione già sollevata da Boyle: quando la realtà viene trasformata in spettacolo, chi controlla il dispositivo finisce per avere un potere enorme sulle emozioni e sul giudizio del pubblico.

Un film appena entrato nel Concorso porta questa riflessione direttamente dentro il conflitto contemporaneo. È "Naza" di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi di "No Other Land", il documentario che ha vinto l'Oscar nel 2025. Prodotto da The Guardian e James Wilson, con Jonathan Glazer come produttore esecutivo, è stato girato di notte sui tetti di Tel Aviv: "Naza" osserva da una prospettiva ravvicinata i sistemi che sono alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza. L'ingresso del film, ultimo titolo a completare il Concorso dell'83/a Mostra, accentua così una delle linee più forti della selezione: il rapporto fra individuo, potere e dispositivi che trasformano la realtà in immagini, informazione e infine giudizio.

Il potere ritorna, in forme molto diverse, in "Dau" del regista che ha rinunciato alla cittadinanza russa Ilya Khrzhanovsky, progetto radicale costruito sulla ricostruzione di un istituto sovietico e sulla figura del fisico Lev Landau. Qui la Storia diventa quasi un ambiente fisico: un sistema chiuso nel quale la scienza, la vita privata e l'autorità politica finiscono per confondersi. La pressione esercitata dal potere sulla ricerca scientifica e la trasformazione della conoscenza in strumento militare riportano inevitabilmente al Novecento, ma parlano anche del presente, quando la libertà della ricerca torna a essere una questione politica.

"Nelson San" di Shinya Tsukamoto affronta una guerra attraverso le sue conseguenze. Il protagonista, veterano afroamericano del Vietnam, torna a casa con ferite che non sono soltanto fisiche. Il film guarda alla violenza dalla prospettiva di chi l'ha esercitata e ne è rimasto prigioniero. È un rovesciamento importante: non la guerra raccontata soltanto attraverso le vittime, ma attraverso la coscienza di chi è stato trasformato in uno strumento della guerra.

La memoria, però, è soprattutto una responsabilità individuale. In "Ritorno a Buenos Aires" Marco Bechis torna sul terreno di "Garage Olimpo" e racconta il viaggio di un uomo sopravvissuto alla dittatura argentina che decide di testimoniare contro i propri sequestratori. Mariano Guerra non è un eroe che torna per ottenere una rivincita. È un sopravvissuto che deve confrontarsi con il peso stesso della sopravvivenza. La Storia, in questo caso, non è alle spalle: continua a vivere nel corpo e nella coscienza di chi l'ha attraversata.

Anche il passato di "Kvinde Ukendt" torna a presentare il conto. Nella Danimarca del dopoguerra, una giovane donna che ha avuto una relazione con un soldato tedesco durante l'occupazione tenta di costruirsi una nuova identità. Il film di May el-Toukhy mette così in scena uno dei meccanismi più antichi della Storia: la necessità, dopo una catastrofe collettiva, di stabilire chi siano i colpevoli, chi gli innocenti e soprattutto chi abbia diritto a ricominciare.

Se la Storia pesa sui singoli, la famiglia resta il luogo nel quale quelle ferite diventano più intime. È il caso de "Il fuoco che ti porti dentro" di Edoardo De Angelis, tratto dal romanzo di Antonio Franchini. Una madre e un figlio, una cena di Natale, anni di incomprensioni che riemergono improvvisamente. La famiglia non appare come rifugio ma come il luogo nel quale l'amore e il conflitto sono più difficili da separare. Vanessa Scalera e Lino Musella portano in scena un rapporto in cui il passato non è mai davvero passato.

La famiglia è anche il terreno emotivo di "Company" di Casey Affleck, costruito come una storia dentro la storia dentro un'altra storia. Attraverso generazioni diverse, il film attraversa dolore, vendetta, perdono e compassione. È un racconto che sembra suggerire come i traumi possano essere trasmessi, ma anche interrotti: a volte basta un gesto minimo, una forma inattesa di cura, per spezzare una catena che sembrava destinata a continuare.

Su un terreno diverso si muove "Succederà questa notte" di Nanni Moretti, che torna ai legami sentimentali e familiari attraverso l'incontro fra due persone destinate a cercarsi e perdersi nel corso degli anni. L'amore diventa una forma di memoria: qualcosa che cambia insieme alle persone che lo vivono. È una delle possibili risposte al tema della Mostra: il tempo non cancella necessariamente ciò che è stato, ma lo trasforma. La stessa frattura attraversa "The Echo Chamber" di Andrea Pallaoro, nato dall'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Qui amore, cura, dipendenza e controllo finiscono per diventare quasi indistinguibili. È la relazione sentimentale osservata nel punto in cui il desiderio di essere vicini può trasformarsi nel bisogno di possedere l'altro.

E proprio il tempo sembra essere al centro di "Look Back" di Hirokazu Kore-eda, adattamento del manga di Tatsuki Fujimoto. Due adolescenti, diversissime per carattere, si incontrano attraverso il disegno e costruiscono insieme un sogno professionale. Il viaggio lungo tredici anni è un coming-of-age ma anche una riflessione sull'amicizia, sulla creatività e sulla perdita. Ancora una volta il cinema sembra chiedersi che cosa rimanga di noi mentre diventiamo adulti.

La coppia è invece il campo di battaglia di "Ga-neung-han Sa-rang" di Lee Chang-dong. Due matrimoni, due realtà sociali differenti, un documentario che mette in contatto persone apparentemente lontane e finisce per far emergere desideri e insoddisfazioni nascoste. Come spesso nel cinema di Lee Chang-dong, la quotidianità è soltanto la superficie sotto la quale si muove qualcosa di più inquieto: la distanza tra la vita che abbiamo scelto e quella che immaginiamo possibile.

Anche "Bunker" di Florian Zeller parte da una coppia e da una situazione apparentemente ordinaria per spingerla verso una metafora più ampia. Un progetto per un rifugio antiatomico, commissionato da un miliardario, entra nella vita di due professionisti e ne altera l'equilibrio. Il bunker è naturalmente una costruzione fisica, ma anche mentale: la fantasia di poterci proteggere da un mondo diventato imprevedibile.

Il lavoro, altro grande tema del concorso, trova in Stéphane Brizé un interprete ormai riconoscibile. "Un bon petit soldat" prosegue la sua lunga esplorazione del rapporto tra individuo e sistema economico. Carla, dirigente delle risorse umane, dovrebbe garantire il benessere dei dipendenti e contemporaneamente rispettare gli obiettivi di rendimento imposti dall'azienda. Quando scopre una gestione tossica, la contraddizione diventa personale. La domanda non è più soltanto quanto sia disumano il sistema, ma quanto possa resistere un individuo che ne fa parte e che, proprio grazie al proprio ruolo, contribuisce a farlo funzionare. Il titolo del film, "Un bon petit soldat", assume così un'ambiguità significativa. Il soldato non è necessariamente chi obbedisce con entusiasmo: può essere anche chi continua a eseguire gli ordini pur sapendo che qualcosa non funziona.

Il cinema di Venezia 83 non sembra dunque particolarmente interessato alle risposte. Preferisce mettere i personaggi davanti alle proprie contraddizioni. È quello che accade anche in "Kami Nour (A Bit of Light)" di Ali Asgari, dove un medico iraniano, travolto dalla repressione e dalla perdita di fiducia nel futuro, decide di morire. Ma l'ultimo giorno trascorso con la famiglia incrina quella decisione. La vicenda individuale diventa metafora di un Paese sospeso nella paura di un conflitto. È una delle immagini più forti del concorso: l'individuo che prova a sottrarsi alla Storia e scopre che la Storia è già entrata nella sua casa.

Persino i film che sembrano orientati verso il grottesco o la commedia partecipano a questa stessa inquietudine. "Buck­ing Fastard" di Werner Herzog, con le sorelle Kate e Rooney Mara al centro di una vicenda ispirata alle celebri sorelle Chaplin, promette un'escursione nel territorio dell'eccesso, della simbiosi e dell'identità condivisa. Herzog, che alla Mostra è stato protagonista di una lunga storia culminata nel Leone d'oro alla carriera, torna così a osservare l'essere umano nella sua dimensione più imprevedibile.

Con "Un peu avant minuit", Nicolas Pariser guarda invece a una generazione adulta costretta a fare i conti con ciò che è diventata. Un ex scrittore promettente, oggi insegnante, la separazione dalla compagna, la morte di un padre mai conosciuto, una figlia impegnata politicamente: la crisi privata diventa il modo per interrogare una generazione e le sue promesse mancate. Più oscuro è il territorio de "L'estranea" di Paolo Strippoli, thriller psicologico costruito sul segreto di una famiglia dell'imprenditoria barese. Una donna torna dalla figlia e porta con sé la verità su un patto stretto molti anni prima con un'estranea. Il passato, ancora una volta, non chiede semplicemente di essere ricordato: pretende un prezzo. E se il passato può distruggere una famiglia, può anche diventare la materia stessa dell'amicizia e della crescita. (di Paolo Martini)

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