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Nave Iuventa, dopo 7 anni tutti prosciolti: non c'era nessun favoreggiamento dell'immigrazione

Sentenza di non luogo a procedere del Gup di Trapani. L'Ong: "Indagine politica, sprecati 3 milioni di euro di soldi pubblici e la nostra nave è stata lasciata marcire"

Nave Iuventa - Fotogramma
Nave Iuventa - Fotogramma
19 aprile 2024 | 15.25
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Nessun favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per l'equipaggio di nave Iuventa, della ong Jugend Rettet. Il Tribunale di Trapani ha infatti pronunciato una sentenza di non luogo a procedere per tutti gli imputati. Il non luogo a procedere era stato chiesto dalla stessa Procura di Trapani.

"Un'odissea durata sette anni. Dopo due anni di oltre 40 udienze preliminari, questo caso si conferma il più lungo, costoso e vasto procedimento contro le Ong di ricerca e soccorso, esempio emblematico dei grandi sforzi compiuti dalle autorità per criminalizzare la migrazione", spiegano da Iuventa. Pur "accogliendo con favore" la sentenza del gup di Trapani, l'equipaggio della Iuventa esprime "grande disappunto per gli irreparabili danni inflitti dall'indagine e dal processo".

Ong: "Indagine politica"

"Il risultato di un'indagine viziata e guidata da motivazioni politiche è che migliaia di persone sono morte nel Mediterraneo o sono state riportate con la forza in una Libia devastata dalla guerra. Nel frattempo, la nostra nave è stata lasciata marcire mentre noi siamo rimasti invischiati in un procedimento che dura da anni". A dirlo è Sascha Girke, membro dell'equipaggio di Iuventa accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. "Nel tentativo di ostacolare e diffamare la flotta civile di soccorso in mare sono stati sprecati fondi pubblici per una cifra di circa 3 milioni di euro - aggiunge -. Il nostro caso è un simbolo lampante delle strategie che i governi europei mettono in atto per impedire alle persone di raggiungere un luogo sicuro, provocando e normalizzando la morte di migliaia di persone".

Per l'ong il caso Iuventa ha segnato "l'inizio di una campagna diffamatoria volta a legittimare la repressione contro i soccorsi in mare della società civile. La natura politica del caso è stata evidenziata, tra l'altro, dal fatto che il ministero degli Interni si sia costituito parte civile nel processo". Una prova che le accuse fossero "infondate sin dall'inizio" è che il pm "dopo anni di accanimento" lo scorso 28 febbraio ha chiesto il non luogo a procedere per gli imputati durante le conclusioni dell’accusa.

"La repressione del soccorso, però, continua ancora oggi - dicono da Iuventa - incentrata ora su prassi ostruzionistiche e sanzioni amministrative, oggi fondate sull’emblematico Decreto Piantedosi, che riafferma la volontà dello Stato italiano di impedire i soccorsi in mare e la sua responsabilità per la morte di migliaia di persone. Inoltre, altrettante persone in movimento continuano a essere sistematicamente arrestate con le stesse accuse - favoreggiamento dell'immigrazione irregolare - semplicemente perché si trovavano alla guida di un'imbarcazione o di un'auto. A differenza dell'equipaggio della Iuventa, queste persone non ricevono lo stesso livello di supporto e attenzione e sono spesso condannati a lunghe pene detentive".

"Presto di nuovo in mare"

L'equipaggio della Iuventa annuncia di voler riprendere le missioni di salvataggio il prima possibile. E per "evitare che si ripeta il caso Iuventa" e per "salvaguardare i diritti delle persone in movimento", l'equipaggio chiede che venga abolita "la disciplina che criminalizza il favoreggiamento della migrazione". Denunciano il 'Facilitators package' europeo e l'articolo 12 del testo unico sull'immigrazione italiano, che "consentono e incoraggiano la criminalizzazione della solidarietà tra e verso le persone in movimento, mettendo a repentaglio diritti fondamentali". La Corte di giustizia dell'Ue è attualmente impegnata in un caso che concerne la validità e l'interpretazione del pacchetto "facilitatori".

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