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Esperti: "Cancro ovarico si può prevenire con screening oncogenetici"

All’evento “Tumore Ovarico in Campania: Cambiamo Rotta”, centri di eccellenza in Campania, ma promuovere cultura prevenzione’

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22 maggio 2024 | 14.43
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Quando si ha una diagnosi di tumore ovarico, è improntate rivolgersi ai centri di cura specializzati. In Campania c’è una rete oncologica, attiva dal 2016, che sta coinvolgendo anche i medici di medicina generale. “Il tumore dell’ovaio è una patologia estremamente complessa e difficile da curare perché si manifesta quasi sempre in forma avanzata e non è prevenibile se non identificando soggetti sani che hanno mutazioni che li espongono a un maggior rischio”. Lo ha detto Sandro Pignata, Presidente Comitato Tecnico Scientifico ACTO Campania, Alleanza contro il tumore ovarico, intervenendo questa mattina a Napoli all’evento ‘Tumore ovarico in Campania: Cambiamo Rotta’ - realizzato con il patrocinio di ACTO Campania e la sponsorizzazione di GSK - che ha visto, a partire dall’esempio virtuoso della Regione, un confronto tra clinici, rappresentanti istituzionali e associazioni di pazienti per proseguire nel ‘cambio di rotta’ e rispondere ai bisogni insoddisfatti delle donne che convivono con il tumore ovarico.

“In Campania - continua Pignata - abbiamo sviluppato 2 documenti”, 2 percorsi diagnostico terapeutici. “Il PDTA dei tumori ovarici e il PDTA dei tumori ereditari. Abbiamo cercato di applicarli individuando centri chirurgici in grado di affrontare la difficile chirurgia richiesta per l’asportazione di questi tumori. Per i tumori ereditari, abbiamo identificato 6 centri, uno per milione di abitanti, che sono responsabili dello screening oncogenetico, quindi della ricerca della mutazione a scopi preventivi. Dobbiamo promuovere la cultura della prevenzione coinvolgendo di più la medicina generale e la popolazione. Bisogna avere consapevolezza che alcuni tumori possono essere trasmessi su base ereditaria e che oggi “ci sono molte innovazioni sia in ambito chirurgico, che farmacologico. I PARP Inibitori, ad esempio, possono essere usati, ma” essendo a bersaglio specifico, “richiedono che siano svolti prima test molecolari”.

A tale proposito, “i test genomici che identificano la mutazione che appartiene al tumore - sottolinea Umberto Malapelle, Professore Associato, Direttore del Laboratorio di Patologia Molecolare Predittiva, Dipartimento di Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II - sono fondamentali dal punto di vista terapeutico perché identificano la popolazione che può ricevere il trattamento a bersaglio molecolare, come i farmaci inibitori di PARP. In Campania ci sono istituzioni come la Federico II e il Pascale che offrono questo test alle pazienti con tumore serioso di alto grado dell’ovaio, consentendo di identificare la sottopopolazione sensibile all’inibitore di PARP. Uno dei vincoli è rendere questo test un automatismo per proporlo quando il farmaco è disponibile”, cosa che in molte regioni “paradossalmente” non accade perchè il farmaco è disponibile, ma non il test.

A seguito dell’esperienza della rete oncologica campana, “ci sono molte regioni che stanno cercando di implementare dei modelli simili - afferma Francesco Perrone, Presidente AIOM, Direttore Struttura Complessa Sperimentazioni Cliniche dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale, Napoli - attraverso i processi organizzativi si possono raggiungere dei risultati completamente inaspettati rispetto alle premesse. Alcune regioni del Sud, come il Lazio e le Marche, hanno iniziato a chiedere notizie della rete oncologica campana”.

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