Terremoto Centro Italia, il bilancio del Commissario alla ricostruzione Castelli 10 anni dopo: "5.500 famiglie rientrate in casa"

Dieci anni fa il sisma che devastò Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, ancora 8.500 nuclei familiari senza casa. Castelli all'Adnkronos: "Puntiamo a ridurli a 3mila entro il 2029. Intanto crescono occupazione giovanile e nuovi residenti"

Terremoto ad Amatrice - (Soccorso Alpino)
Terremoto ad Amatrice - (Soccorso Alpino)
21 agosto 2026 | 11.31
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A dieci anni dal terremoto che devastò il Centro Italia, quasi 5.500 nuclei familiari sono tornati nelle proprie abitazioni, mentre circa 8.500 restano ancora fuori casa. Ma, secondo il commissario straordinario per la ricostruzione e la riparazione post-sisma 2016, Guido Castelli, i segnali più incoraggianti arrivano oggi dal fronte sociale ed economico: il tasso di spopolamento si è ridotto dallo 0,8% allo 0,3%, il saldo migratorio è tornato positivo e nel solo 2025 sono stati attivati 106mila rapporti di lavoro, con il 42% delle nuove assunzioni che ha riguardato under 35. Numeri che, spiega in un'intervista all'Adnkronos, mostrano come la ricostruzione possa diventare non soltanto un'opera di riparazione dei danni causati dal sisma, ma anche un modello di rilancio delle aree interne.

Dalle ferite al futuro

A gennaio, quando le è stato rinnovato il mandato, definì il decennale del sisma un richiamo al 'dovere collettivo' di trasformare una ferita profonda in una nuova prospettiva di futuro. È ancora di questo avviso?

"Assolutamente sì. Anche perché i dati lo confermano. Bisogna ricordare che non abbiamo avuto un solo terremoto, ma quattro grandi scosse distruttive concentrate in cinque mesi, che si sono abbattute su territori già fragili, colpiti da spopolamento e declino demografico. È sempre stato chiaro che la ricostruzione non dovesse limitarsi a riportare questi luoghi alla situazione precedente, ma dovesse rappresentare un'occasione di riscatto. Abbiamo lavorato per ricostruire case più sicure, più efficienti dal punto di vista energetico e più resistenti ai terremoti, ma negli ultimi tre anni abbiamo capito che esistono due gambe della ricostruzione: quella materiale e quella sociale ed economica".

Quali sono i risultati che Le fanno pensare di essere sulla strada giusta?

"Il dato più significativo è che, con il progredire della ricostruzione, si registrano anche miglioramenti sul piano sociale. Fino al 2019-2020 il tasso di spopolamento era pari allo 0,8%; oggi è sceso allo 0,3%. Il saldo migratorio, che era negativo, è diventato positivo: siamo a più 167. Sono numeri ancora contenuti, ma indicano una chiara inversione di tendenza. Questo ci fa pensare che la ricostruzione possa diventare un modello di rilancio non solo per le aree terremotate, ma per tutte le aree interne dell'Appennino italiano".

E sul fronte delle nuove generazioni?

"Anche qui abbiamo segnali importanti. Nel solo 2025 abbiamo registrato 106mila attivazioni di rapporti di lavoro e il 42% riguarda under 35. L'occupazione cresce del 6% nel cratere e del 2% nelle aree più colpite. Stiamo lavorando su quello che alcuni studiosi chiamano "restanza", cioè la possibilità per i giovani di restare nei propri territori. È il tema del "right to stay", il diritto a rimanere, che oggi è uno degli obiettivi della politica di coesione europea. La ricostruzione può contribuire concretamente a renderlo possibile".

Il punto sulla ricostruzione

Quando si potranno vedere completati i lavori di ricostruzione?

"Ci troviamo di fronte a una delle più devastanti sequenze sismiche della storia italiana, paragonabile a quella del 1703. Le situazioni sono molto differenziate. Nei territori meno colpiti siamo convinti di poter completare gran parte della ricostruzione nei prossimi anni. Nelle aree più devastate i tempi saranno inevitabilmente più lunghi, anche perché abbiamo dovuto recuperare ritardi e false partenze accumulati nei primi cinque-sei anni".

Che cosa ha rallentato maggiormente il processo?

"Molta burocrazia e quello che definisco un eccesso di formalismo. Penso, ad esempio, all'obbligo della cosiddetta doppia conformità urbanistica, che bloccava moltissime pratiche. Abbiamo introdotto correttivi che consentono di sanare piccole difformità edilizie, senza ovviamente legittimare abusi gravi. Inoltre abbiamo rafforzato il principio della responsabilità dei professionisti attraverso le dichiarazioni sostitutive, accompagnate da controlli a campione. Queste semplificazioni hanno permesso di accelerare notevolmente le procedure".

I numeri

Quali sono i dati del percorso di ricostruzione raggiunto fino a oggi?

"Nel 2022 alle imprese che lavoravano alla ricostruzione privata erano stati liquidati circa 800 milioni di euro. Nel 2025 siamo arrivati a 2 miliardi. Complessivamente abbiamo ricevuto circa 36mila domande, con 12,5 miliardi di finanziamenti concessi e 8 miliardi già liquidati alle imprese. Di questi, quasi il 70% è stato erogato negli ultimi tre anni. Non lo dico con trionfalismo, perché si tratta soprattutto di recuperare il tempo perduto".

Un dato simbolico riguarda le famiglie ancora fuori casa. A che punto siamo?

"Tre anni fa erano oltre 14mila. Oggi sono circa 8.500. Significa che quasi 5.500 nuclei familiari sono rientrati nelle proprie abitazioni. Circa 2.200 persone vivono ancora nelle Sae, mentre gli altri ricevono il contributo per l'autonoma sistemazione. Il nostro obiettivo è continuare su questa strada".

La sfida

Qual è il suo obiettivo?

"Sarebbe un risultato molto importante portare entro la fine del 2029 gli attuali 8mila e più nuclei familiari fuori casa a circa 3mila. Dopo la cessazione dello stato di emergenza e il passaggio alla fase della ricostruzione abbiamo una prospettiva temporale più definita per programmare gli interventi".

Più in generale, quando finirà la ricostruzione?

"La ricostruzione del Friuli del 1976, che resta il modello più performante in Italia, è durata complessivamente 19 anni. Mi accontenterei di eguagliare quel risultato".

Immagini indelebili

Guardandosi indietro, che cosa le resta di questi dieci anni?

"Per chi vive nel Centro Italia il terremoto è stato uno spartiacque. Io ero sindaco di Ascoli Piceno il 24 agosto 2016. Ricordo ancora quando, poco dopo la scossa, arrivarono le prime notizie da Arquata e da Amatrice. Nulla è stato più come prima. Abbiamo dovuto affrontare non solo il sisma, ma anche la crisi demografica, il cambiamento climatico, il Covid, il Superbonus e persino gli effetti della guerra in Ucraina, che ha provocato un'impennata dei prezzi e dei costi energetici".

Ha mai pensato di arrendersi?

"No. Ho ancora negli occhi immagini che non dimenticherò mai. Ricordo una madre con in grembo il corpo senza vita del suo bambino di quattro anni, sembrava la Pietà di Michelangelo. Sono immagini che ti accompagnano per sempre. Per questo non ho mai avuto scoramento. Ho sempre vissuto questo incarico come un dovere morale verso chi ha sofferto una tragedia così grande. Perché la ricostruzione, al di là dei numeri e delle procedure, riguarda prima di tutto le persone".

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