L'agente di polizia è stato arrestato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mandouri. Oggi l'udienza davanti ai giudici del Riesame di Milano
Udienza davanti ai giudici del Riesame di Milano per Carmelo Cinturrino. Anche oggi l’agente di polizia, arrestato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mandouri, ucciso lo scorso 26 gennaio durante un controllo anti spaccio, ha negato di aver mai conosciuto o minacciato la vittima, ha ribadito di aver "sparato per paura" e che il delitto è una "tragica fatalità". Difeso dagli avvocati Marco Bianucci e Davide Giuseppe Giugno, l’assistente capo del commissariato Mecenate (presente in aula) ha chiesto i domiciliari dopo aver trascorso circa tre settimane dietro le sbarre del carcere di San Vittore.
Fino a ieri al poliziotto è stato contestato l’omicidio volontario, dalla richiesta di incidente probatorio invece è emerso che sono due le aggravanti per il delitto (premeditazione e dall'aver violato i doveri inerenti alla pubblica funzione). A Cinturrino il pubblico ministero Giovanni Tarzia contesta diversi capi d’accusa che vanno dall’estorsione, allo spaccio, dalla concussione al falso per circa trenta episodi. La decisione dei giudici del Riesame - la procura ribadisce la richiesta del carcere - è attesa nei prossimi giorni.
"Ha ribadito la dinamica dei fatti, la propria responsabilità per aver messo l'arma vicino al cadavere, ma assolutamente ha negato la volontà di uccidere e ha negato la premeditazione. Ha sparato per paura, era al buio, in una brutta zona della nostra città. Conosceva Manouri solo da una foto segnaletica, con lui non aveva nessun rapporto". È il senso delle dichiarazioni spontanee rese da Carmelo Cinturrino, riferite dall'avvocato Marco Bianucci, difensore dell'assistente capo del commissariato Mecenate, al termine dell'udienza che dovrà decidere sui domiciliari per l'agente.
"Il collegio ci ha ascoltato, abbiamo prodotto delle investigazioni difensive e una relazione preliminare sul proiettile, adesso attendiamo la decisione del Riesame" aggiunge il legale.
"Verità apparenti, grandi suggestioni, testimonianze assunte in contesti fortemente degradati e compromesse nella loro genuinità. Non possiamo pensare che vi sia un'affidabilità presupposta delle dichiarazioni, Cinturino era il nemico pubblico della piazza di spaccio, era il poliziotto che consumava gli arresti e che creava certamente delle condizioni di grande imbarazzo al contesto criminale che viveva di cessioni stupefacenti". Lo afferma l'avvocato Davide Giuseppe Giugno, che, insieme al collega Marco Bianucci, Giugno difende Carmelo Cinturrino.
Contro l'assistente capo il pubblico ministero Giovanni Tarzia ha chiesto l'incidente probatorio per otto testimoni, tutti legati all'area di Rogoredo, e ha contestato la premeditazione. "Vedremo se verrà accettata la richiesta di incidente probatorio, è un processo delicato e le suggestioni sono tante. Quanto alla premeditazione è un'ipotesi che va ben oltre ciò che il fatto consegna alla storia di questo procedimento, siamo certi che il tema sarò archiviato".
Cinturrino, anche oggi, ha negato di aver mai conosciuto o minacciato la vittima, ha ribadito di aver "sparato per paura" e che il delitto è una "tragica fatalità". Il poliziotto arrestato "è fortemente provato perché è ben consapevole della gravità dei fatti contestati, ma ancor più per la perdita della vita umana" aggiunge il legale. "Noi speriamo e confidiamo che anche con il supporto dei nostri valenti consulenti - un ingegnere balistico, un fisico e un medico legale - potremo dimostrare come sono andati i fatti, alcune cose non tornano nelle descrizioni della dinamica. Daremo il nostro contributo affinché la verità processuale possa emergere quanto prima, crediamo nella sua innocenza" chiosa il difensore che in occasione dell'udienza ha ricevuto le altre accuse (dallo spaccio di droga all'estorsione, dalla concussione al falso).