Salute, Rettura: "Economia e sanità rappresentano 2 pilastri fondamentali per benessere società moderna"

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04 giugno 2026 | 13.46
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"L’economia e la sanità rappresentano due pilastri fondamentali per il benessere di una società moderna. Non sono semplicemente due settori amministrativi dello Stato, ma due dimensioni profondamente intrecciate che determinano la qualità della vita dei cittadini, la stabilità sociale e la capacità di sviluppo di un Paese. Quando l’economia cresce senza investire nella salute pubblica si crea uno squilibrio che, nel lungo periodo, indebolisce l’intero sistema sociale. Un sistema sanitario fragile non è solo un problema sanitario: diventa un problema economico, produttivo e democratico". Lo afferma in una nota la dottoressa Rossella Rettura, economista di 'Libertà è democrazia'.

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"Negli ultimi anni il dibattito economico europeo sembra aver cambiato direzione. Per molto tempo si è parlato di Esg, cioè di ambiente, responsabilità sociale e buona governance delle imprese. Un modello che cercava di coniugare crescita economica e sostenibilità. Oggi, però, accanto a questi principi emerge, con sempre maggiore forza, la dimensione geopolitica, spostando il baricentro del dibattito dalle regole della società civile alle strategie di potere e alle dinamiche militari. Questo cambiamento pone una domanda inevitabile. Per anni ai cittadini europei - continua Rettura - è stato ripetuto che non esistevano risorse sufficienti per rafforzare la sanità pubblica, migliorare il sistema pensionistico, investire nella scuola o mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico. Le regole di bilancio sono state presentate come vincoli rigidi e inderogabili. Oggi, tuttavia, quelle stesse regole sembrano potersi piegare con maggiore facilità quando si tratta di sostenere investimenti nel settore militare o nell’industria degli armamenti. Nasce così una contraddizione evidente: se le risorse possono essere trovate per sostenere la difesa e la produzione militare, perché non dovrebbero essere disponibili anche per la salute, l’istruzione e la sicurezza sociale? In questo contesto torna di grande attualità il pensiero dell’economista britannico John Maynard Keynes, uno dei principali teorici dell’economia moderna. Keynes sosteneva che lo Stato non deve limitarsi a osservare il funzionamento dei mercati, ma ha il compito di intervenire attraverso la spesa pubblica soprattutto nei momenti di crisi o di rallentamento economico. Quando la domanda privata non è sufficiente a sostenere la crescita, è lo Stato che deve attivare investimenti capaci di rilanciare l’economia".

"La spesa pubblica, secondo questa visione, non è semplicemente un costo per lo Stato, ma uno strumento di sviluppo. Investire in sanità, istruzione, ricerca e infrastrutture significa generare lavoro, aumentare la domanda interna e stimolare la crescita economica. È il cosiddetto effetto moltiplicatore: ogni euro speso dallo Stato può produrre un impatto economico molto più ampio sull’intero sistema produttivo. Un esempio concreto aiuta a comprendere meglio questo principio. - prosegue Rettura - Se lo Stato investe oggi 50 milioni nella sanità pubblica, tra ospedali, tecnologie mediche, ricerca e personale sanitario, quell’investimento non rimane fermo, ma attiva un processo economico che coinvolge imprese, lavoratori, innovazione tecnologica e servizi. Nel medio periodo quell’investimento può generare un valore economico complessivo di circa 130 milioni, con un ritorno netto di circa 80 milioni. Questo dimostra che il problema non è la spesa pubblica in sé, ma la capacità di allocare le risorse in modo efficiente e strategico".

"Applicando questo ragionamento alla sanità diventa evidente che investire nel sistema sanitario non è soltanto una scelta sociale, ma anche una precisa strategia economica. Ospedali moderni, macchinari d’avanguardia, medicina territoriale efficiente, ricerca scientifica e formazione del personale sanitario producono occupazione, innovazione e sviluppo. La pandemia di Covid-19 ha mostrato, con estrema chiarezza, quanto l’equilibrio tra economia e sanità sia fragile. Un’emergenza sanitaria può paralizzare interi sistemi economici, - continua ancora Rettura - provocando la chiusura delle imprese, la perdita di posti di lavoro e un aumento vertiginoso della spesa pubblica. Allo stesso tempo ha dimostrato quanto sia fondamentale disporre di sistemi sanitari solidi, capaci di affrontare emergenze globali. Il vero pericolo non è soltanto il virus, ma l’indebolimento progressivo del sistema sanitario pubblico nazionale. Negli ultimi decenni politiche di austerità, spesso miope, hanno ridotto investimenti, personale e infrastrutture sanitarie. I dati Ocse già nel 2019 indicavano un trend negativo per l’Italia rispetto alla media europea nella spesa sanitaria pubblica. Ciò significa che, mentre la domanda di salute cresceva, le risorse disponibili diminuivano".

"Quando il sistema pubblico si indebolisce inevitabilmente cresce il ruolo del settore privato e delle assicurazioni sanitarie. Questo può generare un rischio serio: trasformare il diritto alla salute in un privilegio accessibile solo a chi possiede maggiori risorse economiche. Il diritto a curarsi non può dipendere dal reddito. La sanità deve rimanere un diritto universale, garantito a tutti i cittadini. Questo non significa escludere il contributo del settore privato. Una collaborazione equilibrata tra pubblico e privato può migliorare l’efficienza e favorire l’innovazione. Tuttavia il baricentro del sistema deve restare pubblico, - prosegue Rettura - perché la salute non è una merce qualsiasi, ma un bene fondamentale della collettività. Anche sul piano della politica monetaria europea esistono margini di riflessione. Alcuni economisti sostengono che la Banca Centrale Europea potrebbe sostenere gli investimenti pubblici attraverso strumenti straordinari come l’acquisto di titoli di debito perpetui, le cosiddette perpetuity, ovvero titoli senza scadenza e a tasso zero emessi dagli Stati. Questa operazione, spesso definita monetizzazione o sterilizzazione del debito, permetterebbe di liberare risorse per investimenti strategici come sanità, istruzione e ricerca. Strumenti simili hanno l’obiettivo di sostenere l’economia reale nei momenti di maggiore difficoltà".

"Accanto alla politica monetaria esiste poi una grande risorsa spesso sottovalutata: il risparmio privato. L’Italia possiede uno dei livelli più elevati di risparmio delle famiglie in Europa. Se una parte di queste risorse venisse indirizzata verso investimenti produttivi – infrastrutture sanitarie, ricerca medica, innovazione tecnologica – invece che verso strumenti puramente speculativi, potrebbe nascere una nuova stagione di sviluppo economico. Le politiche di austerità degli ultimi decenni hanno spesso prodotto effetti opposti a quelli dichiarati: riduzione degli investimenti pubblici, rallentamento della crescita, aumento delle disuguaglianze e rischi di deflazione. Quando si comprimono eccessivamente la spesa pubblica e il welfare si indebolisce la domanda interna e si rallenta l’intero sistema economico. Per uscire da questo circolo vizioso occorre ribaltare il paradigma. Lo sviluppo sociale deve precedere e sostenere lo sviluppo economico, non il contrario. Sanità, istruzione, ricerca, sicurezza del territorio e tutela ambientale non sono capitoli marginali del bilancio pubblico, ma rappresentano le fondamenta su cui costruire la crescita futura. Il pensiero keynesiano - conclude Rettura - ci ricorda che lo Stato può essere non soltanto un regolatore, ma anche un motore di sviluppo. Quando la spesa pubblica viene indirizzata verso settori strategici come la sanità, essa genera occupazione, innovazione e benessere collettivo. Il vero problema non è spendere troppo, ma spendere male. Un Paese che investe nella salute dei suoi cittadini investe nella propria forza economica, nella propria stabilità sociale e nella dignità delle persone. Perché una società che cura i suoi cittadini costruisce futuro. Una società che taglia la sanità taglia il proprio domani. E la vera scelta politica del nostro tempo è semplice quanto decisiva: decidere se la salute debba restare un diritto universale oppure diventare un privilegio per pochi. Perché quando uno Stato smette di investire nella salute delle persone non sta soltanto riducendo una voce di bilancio, sta lentamente rinunciando alla propria civiltà".

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