Il lessico è sempre più bellicoso, monito della Treccani

Il linguaggio si sta adattando alle tensioni del presente, con l’utilizzo di molti termini, quali 'minaccia esistenziale', che sembravano confinati nella memoria letteraria o nella storiografia del Novecento

Il lessico è sempre più bellicoso, monito della Treccani
04 aprile 2026 | 11.08
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In un mondo sempre più instabile, segnato da trentadue guerre e ventidue aree di crisi secondo l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo di marzo 2026, il linguaggio quotidiano sta assumendo toni sempre più “bellicosi”, come osserva in un saggio Marco Brando su Treccani.it, il sito internet dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana.

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Termini come 'trincea', 'prima linea', 'raid chirurgico', 'operazione militare speciale', 'deterrenza', 'danno collaterale', 'drone' stanno diventando di uso comune, affiancandosi a neologismi quali 'pro-Pal' ("chi sostiene la causa politica del popolo palestinese") o 'sumud' ("resilienza, resistenza, speranza nel futuro, solidarietà, intesi come valori culturali e politici dei palestinesi"). Il lessico della lingua italiana, complice l'aggressione russa in Ucraina, il persistente conflitto in Medio Oriente con Israele e la Striscia di Gaza e ora con l'attacco all'Iran, si sta adattando alle tensioni del presente, con l’utilizzo di molti termini, quali 'minaccia esistenziale', che sembravano confinati nella memoria letteraria o nella storiografia del Novecento.

Determinante in questo processo è anche il ruolo dei media e dei social network, sostiene Marco Brando, che selezionano temi, immagini e parole, orientando la percezione collettiva e contribuendo a diffondere un lessico guerresco che alimenta stati di ansia e allarme e favorisce dinamiche di polarizzazione, in cui la scelta di una parola rispetto a un’altra può implicare una precisa posizione culturale o politica. Il caso più emblematico è rappresentato da 'genocidio', parola passata da termine tecnico-giuridico a grido di battaglia politico, suscitando aspre polemiche tra chi ne denuncia l’uso inflazionato e chi ritiene che quella parola sia l’unica adeguata alla distruzione di Gaza e al massacro dei suoi abitanti. Simmetricamente, il concetto di 'autodifesa' è stato sottoposto a un’analisi critica intensa: mentre per alcuni è il cardine della legittimità israeliana, per altri è diventato un eufemismo per coprire operazioni di rappresaglia sproporzionate.

Analogamente il termine 'arma', già impiegato in senso figurato durante la pandemia, torna oggi a indicare strumenti concreti di offesa: “Le sanzioni da sole non bastano, l’arma contro Putin è anche l’informazione” si legge sui giornali.

Se oggi il linguaggio riflette una realtà segnata da divisioni e violenze, il richiamo alla Pasqua – tradizionalmente legata ai temi della pace, della riconciliazione e della liberazione – pur nella sua fragilità, può promuovere un uso più consapevole delle parole, in un tempo in cui la guerra è tornata a essere, dolorosamente, "il vocabolario comune della condizione umana", conclude Marco Brando. (di Paolo Martini)

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