In finale Marcello Fois, Ermanno Cavazzoni, Elena Varvello, Valeria Parrella e Alcide Pierantozzi. Il vincitore sarà proclamato il 3 ottobre
La cinquina finalista del Premio Campiello 2026 si è formata in tempi insolitamente rapidi: appena cinque votazioni sono bastate alla Giuria dei Letterati per definire i cinque titoli in corsa per la vittoria. La sensazione, in questa 64/a edizione, è quella di una convergenza piuttosto netta delle preferenze, come se i giurati avessero individuato con immediatezza i libri ritenuti più rappresentativi dell’annata letteraria.
A contendersi la “Vera da pozzo” il prossimo 3 ottobre al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia saranno Marcello Fois con "L’immensa distrazione" (Einaudi), Ermanno Cavazzoni con "Storia di un’amicizia" (Quodlibet), Elena Varvello con "La vita sempre" (Guanda), Valeria Parrella con "La ragazzina" (Feltrinelli) e Alcide Pierantozzi con "Lo sbilico" (Einaudi). Una cinquina che mette insieme esperienze narrative molto diverse, tra autori consolidati e voci che si muovono in territori più laterali della narrativa contemporanea. La selezione dei candidati si è conclusa nel giro di cinque votazioni. Al primo scrutinio sono stati individuati quattro titoli, mentre nelle tre tornate successive si è acceso un confronto serrato tra Niccolò Zancan con "L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica" (Einaudi) e Alcide Pierantozzi. È stato quest’ultimo, al termine del ballottaggio, a completare la cinquina finalista. Ne è risultata quindi una scelta complessivamente rapida per definire i cinque autori che si contenderanno il premio letterario promosso dal 1962 da Confindustria Veneto. Il dato procedurale è però solo la superficie di un quadro più complesso.
Ad aggiudicarsi il Premio Opera Prima è stata invece Nadeesha Uyangoda, scrittrice italofona nata in Sri Lanka, che ha vinto con "Acqua sporca" (Einaudi). Il romanzo, secondo le motivazioni, "dà voce, con intensità narrativa e limpidezza stilistica, alle fratture e alle appartenenze multiple del mondo contemporaneo, trasformando una vicenda familiare e migratoria in una narrazione polifonica sull'identità, la memoria e l'eredità affettiva".
Nel corso della cerimonia nell’Aula Magna di Palazzo Bo, storica sede dell'Università di Padova, la Giuria dei Letterati ha accompagnato la scelta con una serie di riflessioni che vanno oltre il perimetro del premio e toccano lo stato della narrativa italiana nel suo insieme.
Roberto Cicutto, al suo debutto come presidente della Giuria dei Letterati dopo quattro alla guida della Biennale di Venezia, ha sottolineato innanzitutto la difficoltà crescente di confrontarsi con una produzione editoriale molto ampia: su oltre 500 romanzi segnalati, 62 sono stati quelli ammessi al concorso dal Comitato Tecnico. “Ci siamo trovati di fronte a un’enorme quantità di libri”, ha osservato, evidenziando come non sia sempre possibile garantire la stessa attenzione a tutte le opere in gara. Un punto che introduce una questione ormai ricorrente: "il rapporto tra quantità di pubblicazioni e capacità effettiva di lettura e valutazione". Secondo Cicutto, questa sproporzione non riguarda soltanto il funzionamento dei premi letterari, "ma più in generale la sostenibilità del sistema culturale. Ogni autore investe tempo e risorse nella scrittura di un’opera, ma la capacità di assorbimento da parte del pubblico e degli operatori culturali non cresce allo stesso ritmo. Il risultato è un mercato in cui la sovrabbondanza rischia di ridurre la durata e la visibilità dei singoli libri". Da qui la proposta di ripensare il ruolo del Campiello non solo come evento conclusivo, ma come presenza continuativa nel corso dell’anno, capace di accompagnare la promozione della lettura nelle scuole e nei contesti formativi. Un’idea che sposta il baricentro del premio verso una funzione più ampia di mediazione culturale: "Per questo il compito di un Premio come il Campiello - ha detto Cicutto - non può esaurirsi nei momenti come la selezione della cinquina o la proclamazione del vincitore: deve diventare un'attività di 365 giorni l'anno, nelle scuole e nelle istituzioni, per attrarre nuovi lettori e coinvolgere autori ed editori in una riflessione più ampia sul senso e sul ritmo della produzione letteraria".
Accanto a questa lettura critica, l'evento di Padova ha però offerto anche alcune indicazioni sullo stato della narrativa contemporanea. A proporle è stata Rita Librandi, professoressa emerita di storia della lingua italiana e linguistica italiana presso l’Università di Napoli “L’Orientale e vicepresidente dell’Accademia della Crusca, che, nel suo ruolo di membro della Giuria dei Letterati, ha delineato un quadro articolato, segnato da elementi di continuità ma anche da alcuni segnali di cambiamento. Secondo Librandi, negli ultimi anni si intravede "una possibile inversione di tendenza nella narrativa". Dopo una lunga fase dominata dall’autofiction e da una forte centralità dell’io narrante, emergerebbe oggi "un interesse crescente per forme narrative più costruite e per una maggiore articolazione dell’immaginazione romanzesca". Non si tratta di un fenomeno generalizzato, ma di una tendenza riconoscibile in un gruppo ristretto di autori. Un secondo elemento riguarda la progressiva integrazione delle cosiddette “identità plurali” all’interno della narrativa italiana. Le scritture legate all’esperienza migratoria, ha osservato Librandi, non possono più essere considerate un ambito separato o marginale: sono ormai parte integrante del sistema letterario. Il riconoscimento del Premio Opera Prima a Nadeesha Uyangoda per "Acqua sporca" va in questa direzione, valorizzando una narrazione che mette al centro appartenenze multiple, spaesamento e costruzione identitaria. Il terzo punto riguarda invece la lingua. Librandi segnala una tendenza alla standardizzazione stilistica, con un uso sempre più uniforme dell’italiano narrativo contemporaneo, "spesso influenzato dai linguaggi del cinema e delle serie tv. Una lingua corretta ma poco incline alla complessità sintattica e alla sperimentazione". Allo stesso tempo, però, si osservano anche segnali di reazione, con autori che cercano di recuperare "una maggiore ricchezza espressiva".
La parola finale spetterà ora alla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi, chiamata a decretare il vincitore il 3 ottobre al Lido di Venezia. Nel frattempo, gli autori saranno impegnati nel tradizionale tour estivo di presentazione in tutta Italia, occasione in cui i libri entreranno in contatto diretto con i lettori. È lì, probabilmente, che si misurerà in modo più concreto la tenuta di questa cinquina: non solo come selezione di qualità, ma come proposta di lettura capace di resistere al ritmo accelerato dell’editoria contemporanea.
Nel corso della cerimonia a Palazzo del Bo, Raffaele Boscaini, presidente della Fondazione Il Campiello ‑ Confindustria Veneto, ha ricordato come “ogni edizione del Premio Campiello è una conferma: la letteratura italiana è viva, capace di guardare il mondo con occhi liberi e di restituirci la realtà in forme che nessun altro linguaggio sa offrire. Questi cinque autori rappresentano la migliore dimostrazione di ciò che il Campiello ha sempre cercato: una narrativa che interpreta il tempo che viviamo e lo trasforma in qualcosa di duraturo". Paola Carron, presidente Confindustria Veneto Est, ha aggiunto: "Il Premio Campiello è il simbolo forse più evidente del legame tra gli imprenditori veneti e la cultura in tutte le sue espressioni. Letteratura, arte, cinema ci danno identità e riconoscibilità come comunità e come territorio: una leva con un impatto reale anche a livello sociale ed economico. Oggi siamo di fronte a nuove sfide, prima tra tutti l'intelligenza artificiale, che porteranno a intrecciare ancora di più il percorso delle imprese con quello degli artisti e dei letterati, nella creazione di nuovi saperi e nuovi racconti. Come imprenditori continueremo a credere e investire nella cultura, anche in questa fase di profonde trasformazioni e incertezze, nella convinzione che sia un investimento su noi stessi e su chi verrà dopo".
La Giuria dei Letterati presieduta da Roberto Cicutto è composta oltre che da Librandi, da Alessandro Beretta, critico letterario e promotore culturale; Daniela Brogi, docente di Letteratura Italiana contemporanea all’Università per Stranieri di Siena; Daria Galateria, scrittrice, accademica e traduttrice; Liliana Rampello, critica letteraria e saggista; Stefano Salis, caporedattore de Il Sole 24 Ore; Lorenzo Tomasin, docente di filologia romanza all’Università di Losanna; Roberto Vecchioni, cantautore, scrittore e docente universitario; Matteo Caccia, autore e conduttore radiofonico; Stefano Mancuso, scienziato e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale; Alessandra Tedesco, giornalista e conduttrice di Radio 24-Il Sole 24 Ore. (di Paolo Martini)