La ripresa del confronto militare tra Stati Uniti e Iran riapre una crisi che non si è mai chiusa e che si accentua per effetto dei problemi strutturali: il nodo dei salari
L'economia globale, e quella europea in particolare, hanno dimostrato di reggere meglio del previso alla sequenza di choc che ormai da sei anni si susseguono senza soluzione di continuità: prima la pandemia Covid, poi la guerra in Ucraina e, alla fine, anche il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz a fare da ulteriore detonatore, vista la pressione sui prezzi dell'energia e sulle catene di approvigionamento delle merci.
Ma cosa vuol dire, concretamente, quella che gli economisti definiscono 'resilienza'? E', in estrema sintesi, la combinazione di dati economici (pil, inflazione, produzione industriale...) che tutto sommato hanno retto l'urto. Poteva andare molto peggio, nel senso che l'avvicendarsi di preoccupati scenari di previsione ha descritto un'evoluzione peggiore di quello che poi, in realtà, si è verificato.
Quindi, solo stime esagerate e allarmismo inutile? No, perché dietro i fondamentali dell'economia ci sono le condizioni reali delle persone, il loro potere d'acquisto, i margini che lascia l'incrocio tra l'andamento dei prezzi, e quindi il costo della vita, e l'andamento dei salari, le capacità di investimento e di risparmio. E, da questo punto di vista, il prezzo delle crisi si sta scaricando soprattutto sugli europei che ne stanno pagando il costo più alto, anche a causa di fattori strutturali che si trascinano da tempo.
In questo senso, gli ultimi dati dell'Ocse sono la conferma di un progressivo impoverimento che colpisce a velocità e con intensità diverse le economie e le popolazioni che di quelle economie sono il motore. A fare la differenza è soprattutto l'andamento dei salari. Guardando all'Italia, il calo del 6,1% sul 2021, dato peggiore tra le grandi economie, evidenzia con estrema chiarezza perché la politica economica dovrebbe porsi come primo obiettivo una progressiva ma decisa inversione di tendenza.
Dovrebbe essere una priorità a prescindere dal contesto ma nel contesto attuale diventa ancora più urgente affrontare il problema. Per una ragione che gli economisti continuano a ripetere ma che anche un'osservazione semplicemente affidata al buon senso può confermare: i cittadini europei, e quelli italiani a maggior ragione, sono direttamente esposti alle conseguenze del conflitto in Iran e delle bizze del presidente americano Donald Trump. Anche gli americani vedono le proprie condizioni di vita peggiorare ma, in proporzione, da questa parte dell'Oceano, basta limitarsi a considerare l'impatto della chiusura dello Stretto di Hormuz, le distorsioni imposte da una policrisi che si trascina da anni arrivano molto più rapidamente a pesare sui bilanci delle famiglie e delle piccole imprese, che per definizione hanno meno, in genere pochissime, coperture rispetto ai rischi di sistema.
In sostanza, le conseguenze delle mosse sullo scacchiere geopolitico e delle crisi che ne derivano sono apparentemente simili per tutti, avendo una dimensione globale. Ma i fattori strutturali e le debolezze stratificate nel tempo comportano un costo supplementare che si scarica sull'Europa e sugli europei. (Di Fabio Insenga)