Inflazione nemico numero uno dell'economia e della politica: i prezzi pesano sul Pil e sul consenso

I dati Istat appena pubblicati indicano un quadro in progressivo deterioramento e il carovita sarà al centro della campagna elettorale

Inflazione nemico numero uno dell'economia e della politica: i prezzi pesano sul Pil e sul consenso
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16 ottobre 2026 | 18.16
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I dati Istat sull'inflazione indicano un trend impietoso: i prezzi continuano a salire spinti dalla crisi dell'energia e tornano a essere il principale nemico dell'economia. Si innesca una catena di cause ed effetti che partono dall'aumento della spesa per i consumatori, passano per la riduzione del potere di acquisto e dal conseguente ridimensionamento dei consumi, e arrivano al Pil. L'inflazione è però anche un problema sostanziale per la politica, a maggior ragione in un anno elettorale. L'aumento dei prezzi è il primo fattore a pesare sulla qualità della vita e sulla percezione diretta delle conseguenze della congiuntura economica. L'insoddisfazione, di fronte a stipendi che si ridimensionano in rapporto alle esigenze, si traduce in minore consenso. Avviene da sempre, e ovunque, perché i conti in tasca, che siano legati al bilancio di una famiglia o anche solo alle possibilità personali, sono l'esame più severo per chi è chiamato a trovare risposte rispetto alle esigenze che cambiano.

Cosa dicono i dati Istat

I dati Istat appena pubblicati indicano un quadro in progressivo deterioramento. A settembre 2026 l’inflazione sale al 4,2% (da +3,3% di agosto), ancora influenzata dalla crescita dei prezzi dei beni energetici (da +17,1% a +22,6%). Nel settore alimentare, la dinamica tendenziale dei prezzi evidenzia un’accelerazione (da +1,0% a +1,7%) dovuta interamente alla componente non lavorata (da +3,8% a +5,5%), che si riflette anche sul 'carrello della spesa' (da +0,9% a +1,5%). L’inflazione di fondo si porta a +1,6% (da +1,5%) e la variazione media annua, acquisita a settembre, a +3,1%.

La stabilità dei prezzi serve, il dilemma della Bce

La stabilità dei prezzi è un valore assoluto per l'economia. Per questo il mandato della Banca Centrale Europea ruota intorno a un obiettivo chiaro: tenere l'inflazione vicina al 2%. Per questo la Banca centrale europea h a nuovamente aumentato i tassi di interesse a settembre, proprio per spingere i prezzi al ribasso. L'inflazione però non si muove da sola. Anzi, spesso è in contrapposizione con l'andamento della crescita. Nelle ultime settimane, l'aumento dello spread nei principali paesi europei, a partire dalla Francia, sta frenando l'economia e questo complica non poco i piani della Bce. Continuando ad agire sui tassi viene meno il sostegno alla crescita ma l'aumento ulteriore dell'inflazione potrebbe rendere necessario intervenire comunque. Un compromesso possibile è quello di tenere i tassi fermi il 29 ottobre, per poi alzarli ancora il 17 dicembre, nell'ultima riunione del 2026.

L'impatto sul consumatore, cosa cambia con l'inflazione al 4,2%

Ma cosa comporta per i consumatori un'inflazione così alta? Secondo i calcoli dell'Unione nazionale consumatori, in media per una famiglia l’inflazione al 4,2% significa un aumento del costo della vita di 1108 euro su base annua, dei quali 445 euro solo per abitazione, elettricità e gas, la divisione che per via del caro energia ha subito il rincaro maggiore, +11,1%, mentre vanno considerati 307 euro in più per i trasporti che, per colpa della benzina e del gasolio, sono saliti dell’8,6%. Ancora peggio per una coppia con due figli: la maggior spesa sale a 1516 euro, 480 per abitazione e 504 per i trasporti, mentre per una coppia con un figlio la maggior spesa annua è 1414 euro. Il presidente Massimo Dona pone una domanda: “La più grande preoccupazione è che per ora ci siamo salvati dai rialzi dei beni alimentari lavorati, quelli che subiscono un processo di trasformazione industriale, ma per quanto tempo le industrie potranno pagare bollette salate e costi di trasporto proibitivi prima di traslare sul consumatore finale i loro aumenti?”.

Il carovita al centro della campagna elettorale

Inevitabile, in questo contesto, che il carovita finisca al centro della campagna elettorale, con un rimpallo di responsabilità tra le cause esterne, le crisi che si susseguono, e le scelte della politica interna, con la valutazione delle misure per contrastarlo. Cosa e quanto si sarebbe potuto fare per limitare l'impatto dell'aumento dei prezzi dell'energia? È possibile agire a livello nazionale o servirebbe un intervento coordinato a livello europeo? Con due letture contrapposte: le famiglie e le imprese reggono grazie all'azione del governo oppure, al contrario, stanno peggio perché quello che è stato fatto non basta. Il dato accertato è che l'andamento dei prezzi, e di conseguenza il potere di acquisto, sono un elemento che concorre a formare il consenso.

Il confronto storico, cosa è cambiato in 25 anni

Quando si guarda al rialzo dei prezzi e all'andamento dell'inflazione, è importante considerare anche l'evoluzione nel medio lungo termine, che fotografa non solo una 'curva' ma anche il cambiamento dei tempi. La crescita generale dell'indice dei prezzi al consumo tra il 2000 e il 2025 è stata pari al 63%. È interessante però 'scomporre' questo dato: è la sintesi di incrementi del 150% per l'aggregato di abitazione e utenze (trainato dalle spese per elettricità e combustibili), di circa il 120% per gli alcolici e i tabacchi e oltre il 100% per i servizi finanziari e assicurativi. Al contrario, sono calati del 30% i servizi d'istruzione e sanità e del 60% i beni e i servizi di informazione e comunicazione. (Di Fabio Insenga)

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