"Vendere per fare cassa non è una strategia" dichiara in un'intervista al 'Corriere della Sera'
"Oggi un pacchetto importante di Generali è oggetto del desiderio delle grandi banche per due ragioni: sinergie industriali e trattamento del capitale, anche attraverso il Danish compromise. Se tutte le grandi banche la vogliono, non capisco perché chi ce l’ha dovrebbe venderla". Ad affermarlo è Francesco Gaetano Caltagirone, costruttore edile ed editore, presidente di Caltagirone Spa, interpellato sull'opportunità di Mediobanca che deve tenere il 13% di Generali, in un'intervista a 'Il Corriere della Sera'. "Vendere per fare cassa non è una strategia. Se vendo un’attività che mi dà reddito stabile, - spiega - devo spiegare che cosa compro di meglio. Se vendo Generali e poi reinvesto in qualcosa che consuma più capitale e rende meno, non vedo la logica. Generali dà al gruppo una componente assicurativa che tutte le banche cercano. Perché rinunciarvi? Quanto all’azionariato, faccio presente che sei azionisti italiani hanno il 49% di Generali. Mi sembra difficile ipotizzare patti occulti di Mps con altri soggetti".
"Una grande banca radicata sul territorio - prosegue - non solo è utile per gli imprenditori che hanno un contatto più diretto e agevole, ma anche è un polo di attrazione per consulenti, e di formazione per dirigenti, fondamentale per lo sviluppo. Il nostro Paese, che ha un forte debito pubblico, deve sfruttare tutte le risorse finanziarie private per sostenere la crescita di imprese e famiglie. Per questo quando ho percepito cosa stava accadendo in Generali con Natixis ho lanciato l’allarme, peraltro condiviso da tutte le forze politiche, contribuendo a salvare il Paese dallo scellerato progetto".
In merito alla fusione Mps-Mediobanca, Caltagirone spiega il suo punto di vista e afferma: "Esiste un precedente: l’incorporazione di Jp Morgan da parte di Chase, che ha portato a impiegare la liquidità raccolta con la rete in attività gestite dalla banca di affari, ottenendo una maggiore redditività. Sono contrario a percorrere questa strada che sottrae risorse all’economia reale per darla alle attività finanziarie. Si riduce la funzione sociale. Inoltre avrei trovato giusto che Mediobanca, che ha avuto un ruolo importantissimo nella storia finanziaria del Paese, rimanesse con più autonomia. Le cose sono andate diversamente. Ora nella fase di esecuzione è importante non disperdere quel patrimonio culturale e umano costruito nei decenni e l’orgoglio di appartenenza, che tanto conta nella motivazione di chi vi lavora".
Quanto al suo voto in assemblea per la lista del cda e non per Luigi Lovaglio l'imprenditore spiega: "Voglio essere preciso: la lista era del consiglio, non mia. Io ho appoggiato le scelte del consiglio dove eravamo presenti con due consiglieri. Se il consiglio ha deciso evidentemente aveva motivi validi. Poi gli azionisti hanno votato diversamente. Sono scelte legittime. Lovaglio è stato un ottimizzatore, ha tagliato i costi, ridotto il personale, ha avuto il coraggio di fare parti non gradevoli, gli va riconosciuto. Un defaticante lavoro muscolare all’interno dell’azienda. Ma non esiste un uomo per tutte le stagioni. Ora servono qualità diverse di armonizzazione e persuasione e condivisione, nonché progettualità per il nuovo futuro. Spero per il bene di Mps che Lovaglio riesca a trasformarsi e adeguarsi".
A Caltagirone viene chiesto dunque di commentare la scelta di Francesco Milleri, numero uno di Essilorluxottica e presidente di Delfin, per la guida di Mps da affidare a Lovaglio. "Il dottor Milleri ha votato Lovaglio convinto che fosse la cosa migliore - rimarca - evidentemente ha visioni differenti dalle mie sul futuro di Mps. Più che legittimo. Ho molta stima e rispetto per lui, guida una nave non facilmente governabile".
E ancora sulle sorti di Mps, Caltagirone non nasconde la sua preoccupazione per una possibile aggregazione di Banco Bpm e Monte dei Paschi. "Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano. Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l’effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l’indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulata negli anni nella più antica banca del mondo".