L'intervista all'AdnKronos di Mario Pozza
"Il dato del nostro Osservatorio è molto chiaro: quasi il 94% degli operatori intervistati vede nell’accordo Ue-Mercosur un rafforzamento, almeno moderato, della posizione europea in America Latina". Lo dice all'AdnKronos il presidente di Assocamerestero, Mario Pozza. "Questo significa - afferma Pozza - che le imprese percepiscono l’accordo non solo come una possibile riduzione di barriere, ma come un modo per rendere più stabile e riconoscibile la presenza europea nell’area".
Presidente Pozza, tra tensioni geopolitiche, dazi, nuove frizioni commerciali, crisi energetiche e incertezza sulle catene globali del valore, le imprese italiane si muovono in uno scenario sempre più difficile da leggere. In questo quadro, quanto diventano importanti le Camere di Commercio Italiane all’Estero?
"Diventano sempre più importanti perché oggi le imprese non hanno bisogno solo di promozione, ma in primo luogo chiedono di poter essere orientate verso mercati “sicuri”, per poter sempre aggiornare la rotta, con informazioni concrete e vicine alla realtà operativa. Questo è possibile perché le 86 Camere sono associazioni di imprenditori e costituiscono dei presidi sul campo, poiché operano in 64 Paesi del mondo, con ben 160 uffici. Conoscono quindi molto bene i territori, le imprese locali, dialogano con le istituzioni dei vari Paesi e sanno destreggiarsi tra dinamiche regolatorie e rischi operativi. Questo è particolarmente importante per il sistema italiano, composto in larga parte da piccole e medie imprese, che spesso non dispongono di strutture interne adeguate a interpretare scenari internazionali così complessi.
Questa rete è quindi non solo uno strumento di accompagnamento commerciale, ma anche un’infrastruttura di ascolto, analisi e relazione. In momenti di incertezza, avere un presidio stabile nei mercati significa ridurre il rischio, individuare opportunità e rafforzare la presenza del Made in Italy nel mondo".
E’ di questi giorni la nascita dell’Intergruppo parlamentare per la valorizzazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero. Perché è un passaggio importante?
"È un passaggio importante perché riconosce il valore strategico della rete delle Camere di Commercio Italiane all’Estero e, per questo, ringrazio di cuore l’onorevole Nicola Carè, promotore di questa iniziativa, che, anche in virtù della sua lunga esperienza come Segretario Generale della Camera di Commercio italiana a Sydney e come membro del Board di Assocamerestero, ha fortemente voluto la nascita di questo Intergruppo, come organismo trasversale. Il fatto che il Parlamento dedichi un luogo stabile di confronto a questo tema significa comprendere la necessità di supportare il lavoro delle Ccie, in quanto risorsa peculiare, imprenditoriale e binazionale, che va a integrarsi con gli altri organismi della promotion pubblica, fornendo alle PMI italiane un sostegno ancora più mirato per internazionalizzarsi.
L’Intergruppo può diventare uno strumento utile per rafforzare il dialogo tra istituzioni, sistema camerale, imprese e comunità italiane all’estero. In un momento di instabilità in cui mercati, catene del valore e priorità delle imprese cambiano molto rapidamente, serve una capacità più forte di lettura e di risposta".
Veniamo a un esempio concreto di questa instabilità: lo Stretto di Hormuz e le tensioni sulle grandi rotte energetiche e logistiche. Quanto pesa oggi, per le imprese della vostra rete, il rischio legato allo Stretto di Hormuz sui costi logistici e sulla prevedibilità degli scambi? Sono necessari canali alternativi di approvvigionamento e trasporto?
"Il rischio legato allo Stretto di Hormuz pesa moltissimo, anche quando un’impresa italiana non è direttamente esposta a quella rotta. Hormuz non è soltanto un passaggio geografico: è uno snodo essenziale per energia, materie prime, fertilizzanti, petrolchimica e quindi per molti costi industriali che poi si trasmettono lungo le filiere.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2025 circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare è transitato dallo Stretto; inoltre, oltre 110 miliardi di metri cubi di Gnl sono passati da Hormuz, pari a quasi un quinto del commercio globale di Gnl. Le alternative sono limitate: per alcune esportazioni petrolifere esistono solo capacità parziali via pipeline, mentre per molti volumi di gas naturale liquefatto non esistono vere rotte alternative equivalenti.
Per le imprese questo significa una cosa molto concreta: anche solo l’aumento del rischio può tradursi in maggiori costi assicurativi, noli più alti, ritardi, difficoltà di programmazione e maggiore volatilità dei prezzi. Le tensioni sulle rotte marittime hanno già reso più fragile il commercio globale.
Non sempre si possono sostituire le rotte energetiche, ma le imprese devono lavorare sulla resilienza: diversificazione dei fornitori, maggiore conoscenza dei mercati alternativi, piani logistici più flessibili, scorte strategiche dove possibile e informazioni tempestive. È qui che la rete delle Camere può essere utile: non per “risolvere” un rischio geopolitico, ma per aiutare le imprese a leggerlo in tempo, misurarne gli effetti e non trovarsi impreparate".
Quindi, alla luce di uno scenario geopolitico e commerciale così fluido e complesso, quali contromisure possono adottare le imprese italiane? Esistono mercati alternativi o aree su cui puntare con maggiore decisione?
"Sì, esistono mercati e aree su cui le imprese italiane possono e devono guardare con maggiore attenzione. Naturalmente non si tratta di sostituire mercati consolidati o rotte strategiche, ma di costruire una presenza internazionale più diversificata, meno esposta a singole crisi e più capace di intercettare nuove opportunità.
In questa fase gli accordi commerciali tornano ad avere un valore molto concreto: non sono solo strumenti per ridurre dazi, ma servono soprattutto a dare alle imprese un quadro più stabile, regole più chiare e condizioni più prevedibili. Per un sistema come quello italiano, fatto in larga parte da piccole e medie imprese, la prevedibilità è una condizione decisiva per investire, esportare e costruire partnership industriali.
Al momento, le Pmi si trovano a dover valutare nuove opzioni, per diversificare i rischi ma anche le opportunità. Ecco perché non è facile indicare la rotta, poiché ogni impresa ha la sua storia e la sua strategia. Non si può cambiare mercato dall’oggi al domani, soprattutto se un mercato ancora risulta nonostante tutto redditizio.
Certamente, però, è saggio valutare altre direttrici, e io ne vedo almeno tre, da seguire con attenzione. La prima è l’India, un grande mercato in crescita, non per tutti e non per tutto, con cui l’Unione europea ha concluso nel gennaio 2026 i negoziati per un accordo di libero scambio, ora in fase di revisione legale, firma e ratifica. La seconda è il Canada, dove l’accordo Ceta ha già eliminato gran parte dei dazi, offrendo un quadro avanzato e stabile per molte imprese italiane ed europee. La terza è naturalmente il Mercosur, che per le imprese italiane rappresenta non solo un mercato di sbocco, ma anche una piattaforma di presenza industriale e commerciale in un’area dove la competizione internazionale è sempre più forte".
Parliamo del Mercosur. Dal vostro Osservatorio sull’America Latina emerge che quasi il 94% degli operatori vede nell’accordo Ue-Mercosur un rafforzamento della posizione europea nell’area. È corretto leggere l’accordo non solo come un’intesa commerciale, ma come una leva geopolitica per riequilibrare la presenza europea in una fase in cui Stati Uniti, Cina e altri attori si muovono in modo sempre più assertivo?
"Sì, è corretto leggerlo anche in questa chiave. Naturalmente resta un accordo commerciale, ma in questa fase gli accordi commerciali sono anche strumenti di posizionamento geopolitico. Definiscono regole, relazioni, standard, catene del valore e presenza economica in aree del mondo sempre più contese.
Il dato del nostro Osservatorio è molto chiaro: quasi il 94% degli operatori intervistati vede nell’accordo Ue-Mercosur un rafforzamento, almeno moderato, della posizione europea in America Latina. Questo significa che le imprese percepiscono l’accordo non solo come una possibile riduzione di barriere, ma come un modo per rendere più stabile e riconoscibile la presenza europea nell’area.
In un momento in cui Stati Uniti, Cina e altri attori globali si muovono con grande assertività, l’Europa non può limitarsi a difendere posizioni acquisite. Deve costruire relazioni economiche più profonde, più prevedibili e più integrate. L’accordo può essere una leva importante, ma solo se sarà attuato in tempi certi e con strumenti capaci di accompagnare davvero le imprese".
Quali condizioni devono esserci perché l’accordo Ue-Mercosur si traduca davvero in risultati per le imprese italiane? Il punto decisivo è la riduzione dei dazi o, come emerge dal vostro sondaggio, pesano anche tempi certi, regole stabili, meno burocrazia e un quadro operativo più prevedibile?
"La riduzione dei dazi è importante, ma non basta. Il messaggio che arriva dalle imprese è molto concreto: per investire e crescere servono soprattutto regole chiare, tempi certi e un quadro operativo locale prevedibile.
Dal nostro sondaggio emergono ostacoli molto precisi: burocrazia su autorizzazioni e licenze indicata dal 68% degli operatori, instabilità normativa e fiscale dal 58%, rischio cambio e controlli sui capitali dal 48%, barriere doganali e non tariffarie dal 36%. Sono elementi che incidono direttamente sulle decisioni di investimento, sui tempi dei progetti e sulla capacità di costruire relazioni commerciali stabili.
Quindi il punto non è solo firmare un accordo, ma farlo funzionare. Un accordo diventa davvero utile quando riduce l’incertezza, semplifica le procedure, rende più prevedibili i tempi e consente alle imprese di pianificare. Per questo il ruolo delle istituzioni, delle Camere sul territorio e del Sistema Paese sarà decisivo".
Chi sono oggi i concorrenti più temibili per le imprese italiane in America Latina? Su quali leve competono e dove invece l’Italia può ancora giocare una partita distintiva?
"Il concorrente più temibile, secondo le imprese intervistate, è la Cina, indicata dall’80% del campione. È percepita come molto forte per capacità di presidio, competitività di prezzo, rapidità di esecuzione e disponibilità finanziaria. Subito dopo vengono Germania ed Europa “core”, indicate dal 34%, soprattutto quando la competizione si gioca su qualità industriale, standard tecnici e organizzazione commerciale. Seguono operatori locali, Stati Uniti e altri Paesi emergenti, tra cui l’India.
L’Italia però ha ancora leve distintive molto forti. Non può competere solo sul prezzo, e non deve provarci. Deve competere su qualità, specializzazione, affidabilità, capacità di adattare le soluzioni ai bisogni dei mercati locali, assistenza post-vendita, relazioni industriali e reputazione del Made in Italy".
Quali comparti appaiono più pronti a beneficiare dell’accordo Ue-Mercosur e della presenza italiana nell’area?
"I comparti più pronti sono quelli in cui il Made in Italy è già riconosciuto e in cui un miglior accesso al mercato può trasformarsi rapidamente in opportunità commerciali.
Dal sondaggio emergono aspettative particolarmente positive per moda, lusso e retail, con l’86% di giudizi positivi; macchinari e beni strumentali, all’80%; automotive e componentistica, sempre all’80%; energia, con il 72%; agroalimentare e beverage, con il 70%. Sono settori nei quali l’Italia ha competenze, marchi, filiere e capacità industriali già riconosciute.
Questo non significa che i risultati saranno automatici. Anche nei settori più promettenti serviranno presidio commerciale, partner affidabili, conoscenza delle regole locali e capacità di adattamento. Ma il potenziale è evidente: l’accordo può accelerare processi già in corso e rafforzare la presenza italiana in filiere strategiche".
Quali sono invece i settori in cui il Made in Italy resta più esposto alla concorrenza internazionale?
"L’esposizione maggiore si vede nei settori dove contano molto scala, tecnologia, grandi gare, regolazione e capacità finanziaria. Mi riferisco in particolare a telecomunicazioni e digitale, logistica, porti e supply chain, difesa e aerospazio. In questi ambiti la competizione è più dura perché entrano in gioco grandi player globali, standard tecnologici complessi e spesso anche valutazioni geopolitiche.
Questo non vuol dire che l’Italia sia fuori partita. Vuol dire però che deve scegliere bene dove competere: nicchie ad alto valore, tecnologie specialistiche, componentistica, servizi avanzati, integrazione di filiera e partnership locali. Anche qui la presenza sul territorio è fondamentale". (di Andrea Persili)