Il futuro dell’Europa, l’ultimo richiamo di Mario Draghi

21 maggio 2026 | 19.07
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Choc esterni, dipendenze e frammentazione. Devono partire dal contesto le nuove sfide per l’Europa secondo L'ex premier ed ex presidente della Bce, Mario Draghi. Nel suo discorso in occasione della cerimonia per la consegna del Premio Carlo Magno 2026, ha anche indicato la strada per rispondere a queste sfide: integrazione, autonomia e 'federalismo pragmatico'.

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Le pressioni esterne, è l’origine del suo ragionamento, stanno spingendo gli europei a “riconoscere, di nuovo, cosa hanno in comune e cosa sono disposti a costruire insieme”. Draghi è tornato a spingere per un mercato comune più integrato e per una governance più efficiente, proprio per adeguarsi a un contesto che, con le scelte compiute dal presidente americano Donald Trump ha lasciato l’Europa e gli europei “per la prima volta a memoria d'uomo, davvero soli insieme”. Il filo conduttore del discorso è questo: l’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno, ed è questa asimmetria la radice di tutte le sue fragilità. Draghi ha anche quantificato il problema: la stima di 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva necessaria, contenuta nel suo ormai celebre rapporto sulla competitività europea, è salita grazie agli impegni in materia di difesa degli ultimi anni a quasi 1.200 miliardi l’anno. La prima vulnerabilità è l’esposizione alla domanda esterna. Dal 1999 il commercio in percentuale del Pil è salito dal 31% al 55% nell’area euro, mentre negli Stati Uniti e in Cina si è a malapena mosso. La seconda è la dipendenza strategica: metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, l’Europa dipende dall’America per il 60% delle sue importazioni di Gnl, e anche nella transizione verde non riesce a dispiegarsi su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi. Draghi ha citato un dato significativo: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato in media circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori. La terza vulnerabilità, “forse la più importante”, come dice lo stesso Draghi, riguarda il posizionamento tecnologico. Dal 2019 il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali. L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario. Gli scenari dell’Ocse suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, ha avvertito Draghi, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ai livelli attuali. La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano.

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