L'analisi del ricercatore ed esperto in clima, energia e difesa presso l'Open Climate Programme del Royal United Services Institute
La crisi, che sta interessando lo stretto di Hormuz, rappresenta oggi uno dei nodi più intricati della geopolitica mondiale, configurandosi come un teatro di tensioni, dove il conflitto bellico ha trasformato un passaggio marittimo vitale in un terreno di scontro economico. Un'area storicamente strategica per l'approvvigionamento energetico su scala internazionale e che, "per via dei danni che sta subendo, potrebbe totalmente cambiare il proprio ruolo nel breve futuro, ridefinendo per sempre le rotte energetiche mondiali a favore di altri territori e altri esportatori". Lo dice all'Adnkronos Petras Katinas, ricercatore ed esperto in clima, energia e difesa presso l’Open Climate Programme del Royal United Services Institute (Rusi), organizzazione no profit con sede a Bruxelles specializzata in analisi riguardanti l’impatto dei conflitti sugli approvvigionamenti energetici su scala mondiale, offrendo una fotografia dettagliata della situazione sottolineando che, sebbene i flussi energetici abbiano subito contrazioni, esistono ancora dei meccanismi di compensazione.
Ma, quello che deve far preoccupare maggiormente, non è solo quanto attualmente sta accadendo nello stretto di Hormuz, ma quali le conseguenze che si genereranno una volta che il conflitto sarà cessato definitivamente. Katinas osserva infatti che "i flussi di petrolio attraverso lo stretto sono scesi a circa 20 milioni di barili al giorno, tuttavia i dati di tracciamento marittimo mostrano che l'Arabia Saudita esporta circa 5 milioni di barili al giorno attraverso il Mar Rosso, il che fornisce effettivamente un certo cuscinetto per il greggio". Questa parziale diversificazione ha permesso ai mercati di non soccombere immediatamente a un rincaro incontrollato dei prezzi, ma l'esperto avverte che si tratta di una stabilità precaria.
Secondo l'esperto, gli attori globali hanno agito per contenere l'impatto immediato, ma le risorse non sono infinite e la situazione rimane critica. “In pratica, gli Stati Uniti e la Cina hanno acquistato tempo per il mercato, ma questo non è sostenibile indefinitamente perché le scorte continuano a diminuire a livello globale. Il rischio concreto è che il prolungarsi del blocco porti a una carenza strutturale, poiché più a lungo lo stretto rimane chiuso, più è probabile che la crisi passi dalla gestione della volatilità verso una vera e propria carenza fisica sia nel mercato del petrolio che in quello del Gnl, il gas metano allo stato liquido”.
Questa prospettiva è aggravata dal fatto che l'Iran, pur subendo pesantemente l'embargo statunitense che lo ha privato di circa il 40% delle entrate valutarie, legate all'esportazioni di fonti fossili estratte da propri impianti, sta cercando di sopravvivere attraverso rotte alternative frammentarie che includono gasdotti in Pakistan, il Mar Caspio e l'Asia centrale. Un aspetto centrale dell'analisi di Katinas riguarda il beneficio indiretto che la Russia trae da questa instabilità. "Finora - commenta - la crisi sta avvantaggiando finanziariamente la Russia, ovviamente a causa dei prezzi globali del petrolio e del gas più elevati, al punto che si può affermare che Putin abbia fondamentalmente ricevuto un regalo di Natale anticipato dalla crisi del Golfo”.
Oltre al vantaggio economico, l’esperto evidenzia il pericolo di un utilizzo politico della crisi, temendo che Mosca possa utilizzare l'energia come strumento di pressione sull'Europa. “Non sarei sorpreso se accadesse una sorta di ricatto come quello visto nel 2022 a seguito del conflitto contro l’Ucraina”, dice, sottolineando che la carenza di approvvigionamenti in Europa potrebbe essere causata non solo dalla crisi nel Golfo, ma anche da azioni mirate di ricatto sulle rotte controllate dalla Russia.
In risposta a queste minacce, l'Unione Europea sta cercando di accelerare la propria indipendenza energetica. Katinas evidenzia come la strategia AccelerateEU non deve essere più semplicemente considerata un pacchetto energetico di emergenza ma una strategia di sicurezza economica e resilienza di più ampio respiro. “L'obiettivo a lungo termine è chiaro: la crisi di Hormuz deve servire a rafforzare l'argomentazione a lungo termine dell'Europa per ridurre la dipendenza da fornitori geopoliticamente rischiosi, poiché la dipendenza da qualsiasi fornitore esterno, sia esso la Russia o i paesi del Golfo, crea vulnerabilità strategica. Questa strategia deve per forza di case spingere verso un’accelerazione su rinnovabili e nucleare, cercando di superare la fragilità insita nel sistema di approvvigionamento attuale”.
Guardando al futuro e alle prospettive di una possibile ripresa in caso di un cessate il fuoco totale, il quadro tecnico rimane complesso. "Sebbene dal punto di vista militare la rimozione delle mine possa essere un processo relativamente breve, stimato in alcune settimane per liberare i canali principali, il ripristino dell'industria energetica richiederà tempi molto più lunghi. La produzione non tornerà immediatamente ai livelli precedenti a causa dei danni strutturali subiti dagli impianti e della vetustà delle attrezzature, specialmente in Iran. Il ripristino delle infrastrutture potrebbe richiedere mesi o anni e i treni di Gnl necessitano di lunghi periodi per essere riavviati in sicurezza".
In definitiva, come ribadisce in chiusura Katinas, "i danni generati dal conflitto al volume delle spedizioni e agli investimenti nella regione potrebbero essere permanenti, ridefinendo per sempre le rotte energetiche mondiali". (di Alessandro Allocca)