Midterm, Zagari: "La corsa all'AI divide l'America, data center terreno di scontro"

Dalla crescita dei costi energetici alle proteste contro le server farm, l'innovazione tecnologica entra nella campagna elettorale americana

Midterm, Zagari:
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03 novembre 2026 | 19.29
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L'intelligenza artificiale, i data center e il loro impatto sulle comunità locali sono diventati protagonisti della campagna elettorale americana. Alle elezioni di midterm del 3 novembre, la tecnologia non è più soltanto una questione di competitività economica o di sicurezza nazionale, ma entra direttamente nelle preoccupazioni quotidiane degli elettori, a partire dai costi dell'energia e dalla tutela dei posti di lavoro. E le divisioni attraversano entrambi gli schieramenti, con conseguenze potenzialmente profonde sulla capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership tecnologica.

Ne abbiamo parlato con Cristiano Zagari, esperto di diplomazia tecnologica e negoziato internazionale, per capire come la rivoluzione dell'AI stia ridisegnando il confronto politico americano e quali conseguenze possa avere per gli equilibri internazionali.

Zagari, perché l'intelligenza artificiale e i data center sono diventati un tema così importante in queste elezioni di midterm?

Perché stiamo assistendo a un cambiamento profondo nel rapporto tra tecnologia e società. Fino a poco tempo fa, la gestione delle infrastrutture digitali e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale erano considerati soprattutto questioni di politica industriale, riservate agli specialisti. Oggi non è più così. L'espansione dei data center, l'enorme fabbisogno energetico dei sistemi di AI e le conseguenze sulle comunità locali hanno trasformato questi temi in questioni elettorali concrete, al pari dell'inflazione e dell'occupazione. Gli americani cominciano a misurare il costo della rivoluzione digitale anche attraverso le bollette, il consumo delle risorse e l'impatto sul territorio. Questo significa che la politica non può più limitarsi ad accompagnare lo sviluppo tecnologico, ma deve governarne le conseguenze.

Eppure gli Stati Uniti sono il Paese che guida la rivoluzione dell'AI. Non dovrebbe esserci un consenso politico sulla necessità di sostenerla?

Il consenso esiste sull'importanza strategica dell'innovazione, ma si interrompe quando si passa agli strumenti per governarla. A Washington convivono due visioni profondamente diverse. Da una parte c'è chi sostiene una deregolamentazione aggressiva, nella convinzione che qualsiasi vincolo possa rallentare gli Stati Uniti nella competizione globale, soprattutto con la Cina. Dall'altra sta emergendo una spinta, per certi versi trasversale, che coinvolge tanto le componenti progressiste quanto alcuni settori conservatori più sensibili alla sicurezza e alle ricadute sociali. Queste forze chiedono maggiori tutele per i consumatori, regole più stringenti e, in alcuni casi, persino moratorie sull'espansione dei grandi impianti di calcolo. Il risultato è che trovare una sintesi legislativa a livello federale diventa estremamente difficile.

Queste divisioni si riflettono anche nelle singole sfide elettorali?

Certamente. Un caso emblematico è quello del 17° distretto congressuale di New York, dove il repubblicano Mike Lawler affronta la democratica Cait Conley. Il confronto mette in evidenza una delle questioni fondamentali che il prossimo Congresso dovrà affrontare: dove collocare il punto di equilibrio tra la necessità di favorire l'innovazione e quella di imporre adeguate garanzie regolatorie sull'intelligenza artificiale? È una domanda sulla quale non esiste una posizione condivisa, nemmeno all'interno dei due grandi partiti. E questa frammentazione rischia di rendere molto complesso il lavoro legislativo a Washington, spostando progressivamente l'iniziativa politica verso i singoli Stati.

In Ohio, invece, la questione dei data center sembra essersi intrecciata direttamente con quella del costo della vita. Che cosa sta succedendo?

L'Ohio rappresenta forse l'esempio più chiaro di come la transizione digitale possa diventare una questione economica e sociale. Nella sfida per il Senato tra il repubblicano Jon Husted e il democratico Sherrod Brown, l'espansione dei data center è diventata un elemento di forte contrapposizione. Brown ha attaccato il sostegno che Husted ha offerto in passato ai grandi gruppi tecnologici, dando voce alle proteste dei residenti, soprattutto nelle aree rurali. Il problema è che queste infrastrutture richiedono quantità enormi di energia e la loro espansione viene associata dai cittadini all'aumento dei costi dell'elettricità. A quel punto il dibattito non riguarda più soltanto gli investimenti o i posti di lavoro generati dalle grandi aziende tecnologiche, ma chi debba sostenere i costi della loro crescita. È il momento in cui l'innovazione diventa una questione distributiva e quindi inevitabilmente politica.

Ma la frattura attraversa anche il Partito democratico. Il caso della California sembra particolarmente significativo.

Forse uno degli aspetti politicamente più interessanti. Nell'11° distretto congressuale della California, nella competizione per la successione a Nancy Pelosi, il confronto tra Scott Wiener e Connie Chan mette in luce due sensibilità diverse all'interno del mondo progressista. Wiener, che ha promosso iniziative legislative sulla trasparenza dei modelli di AI, sostiene la necessità di costruire regole certe, capaci di tutelare i cittadini senza compromettere gli investimenti. Chan ha invece puntato maggiormente sulla critica al potere economico della Silicon Valley, chiedendo moratorie locali e protezioni più forti per i lavoratori esposti all'automazione. La tensione è emersa persino nell'utilizzo degli strumenti tecnologici durante la campagna elettorale, quando la campagna di Wiener ha dovuto ritirare un chatbot basato sull'AI che simulava le posizioni dell'avversaria. È un episodio significativo: la tecnologia non è soltanto l'oggetto del confronto politico, ma diventa essa stessa uno strumento controverso della competizione elettorale.

Quale ruolo stanno assumendo i singoli Stati rispetto a Washington?

Un ruolo sempre più centrale. In assenza di un quadro normativo federale omogeneo, governatori e procuratori generali stanno diventando i principali arbitri dell'ecosistema tecnologico americano. Sono loro a confrontarsi direttamente con le proteste delle comunità locali e con le conseguenze concrete dell'espansione delle infrastrutture digitali. Pensiamo alla Virginia, dove si trova la cosiddetta Data Center Alley, una delle maggiori concentrazioni di data center al mondo. Anche figure di primo piano come il senatore democratico Mark Warner hanno dovuto integrare nella propria agenda la tutela delle risorse idriche ed energetiche, accanto alle tradizionali questioni di sicurezza nazionale. Il problema è che una proliferazione di normative differenti a livello statale può produrre un sistema frammentato, nel quale le imprese devono confrontarsi con regole diverse e Washington fatica a definire un indirizzo unitario.

Quali conseguenze può avere questa frammentazione sulla competizione tecnologica tra Stati Uniti, Europa e Cina?

Le conseguenze possono essere molto rilevanti. Gli Stati Uniti continuano a disporre di una capacità innovativa straordinaria, ma la leadership tecnologica non dipende soltanto dalla forza delle imprese. Dipende anche dalla capacità delle istituzioni di definire regole, orientare gli investimenti e negoziare standard internazionali. Pensiamo al confronto con l'Unione europea sull'attuazione dell'AI Act: se Washington non riesce a esprimere una posizione federale coerente, anche la sua forza negoziale si indebolisce. Da un lato l'amministrazione americana vuole evitare vincoli che possano penalizzare le proprie aziende rispetto a un modello come quello cinese, caratterizzato da un forte intervento statale. Dall'altro, la mancanza di standard interni condivisi rende più difficile dettare una linea sulla governance dei dati e sui controlli strategici delle filiere tecnologiche.

Le elezioni di midterm possono quindi rappresentare uno spartiacque. Se dalle urne dovesse emergere un Congresso diviso, accompagnato da un contenzioso permanente tra Washington e le amministrazioni statali, il rischio sarebbe quello di una paralisi istituzionale. E a quel punto la vera sfida per gli Stati Uniti non sarebbe più soltanto conservare il primato nell'innovazione, ma dimostrare di essere in grado di governarla. Trovando una sintesi sostenibile tra competizione geoeconomica, diritti dei cittadini e tenuta delle infrastrutture energetiche e territoriali su cui poggia il futuro digitale.

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