Iran, le ripercussioni geopolitiche e le ricadute in Medioriente

12 marzo 2026 | 18.46
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Il confronto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran segna il superamento di una linea rossa rimasta intatta per decenni. Per quasi mezzo secolo, dopo la rivoluzione islamica del 1979 che rovesciò la monarchia dello scià e instaurò la Repubblica islamica, lo scontro diretto tra Washington, Tel Aviv e Teheran era rimasto in gran parte indiretto e mediato da alleati regionali. Oggi il conflitto è entrato in una fase completamente diversa: una crisi che punta apertamente al cambio di regime a Teheran e che potrebbe avere effetti profondi sull’intero equilibrio regionale, dal Golfo all’Ucraina. La situazione, da questo punto di vista, è estremamente dinamica e tutti gli scenari restano aperti. Per ottenere un cambio di regime è necessario prima degradare in modo significativo la capacità dell’apparato securitario iraniano, soprattutto sul piano interno. Finché le strutture militari e di sicurezza restano operative e in grado di reprimere il dissenso, è difficile immaginare che la popolazione scenda in piazza rischiando una repressione che in passato è stata durissima. L’obiettivo militare di Stati Uniti e Israele è quindi colpire soprattutto le strutture dei Pasdaran e le forze paramilitari che garantiscono il controllo interno. Solo se queste verranno indebolite si potrà aprire uno spazio per una rivolta interna. Una delle peculiarità principali del conflitto è che entrambe le parti non sembrano disponibili a trovare una mediazione. Teheran percepisce l’attacco come una minaccia esistenziale e, come conseguenza, è pronta ad assumere rischi molto elevati. La strategia iraniana è quella di regionalizzare il conflitto: colpire gli interessi economici e strategici dei paesi del Golfo per aumentare il costo politico ed economico della guerra. L’idea è resistere alcune settimane, assorbendo danni molto pesanti, e sperare che l’escalation renda il conflitto insostenibile per Washington e gli alleati, non solo quelli del Golfo, e costringa gli Stati Uniti a tornare a un negoziato. D'altronde anche per l'amministrazione Trump questa è una guerra esistenziale: siamo a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, se il conflitto dovesse protrarsi, con crescenti costi umani, militari ed energetici, ci saranno conseguenze dal fronte interno, con il malumore del mondo Maga che si è già ampiamente palesato. Il conflitto può avere conseguenze rilevanti anche su altri fronti. Questo, a partire da un effetto che sembra paradossale da considerare: uno dei grandi beneficiari della guerra all’Iran può essere la Russia. Prima di tutto sul piano politico: la gestione di questo conflitto permette a Mosca di sostenere che le accuse occidentali sul diritto internazionale nei confronti della guerra in Ucraina siano meno credibili. Poi c’è la dimensione economica: la crisi energetica permette alla Russia di vendere più petrolio e gas verso l’Asia e di farlo a prezzi più alti rispetto a quelli fortemente scontati degli ultimi anni. Infine, c’è un effetto strategico: l’attenzione e le risorse militari occidentali si spostano dal fronte ucraino verso il Medio Oriente, riducendo la capacità di sostenere Kyiv. Ed è un rischio che lo stesso Zelensky ha segnalato con grande chiarezza. C’è poi un filo conduttore che lega l'intervento americano in Venezuela e l'operazione congiunta con Israele in Iran. È il peso e il ruolo che spetta alla Cina nella geopolitica e nell'economia globale. Una questione cruciale che riguarda le rotte del petrolio ma anche, se non soprattutto, le decisioni che Pechino deve prendere. Perché più la guerra in Medio Oriente si allarga, come sta avvenendo, più la partita non si gioca solo tra Washington, Tel Aviv e Teheran. Perché è difficile fare finta che colpire l'Iran non voglia dire indirettamente colpire la Cina. Di fronte a questa evidenza, Pechino si trova di fronte a un dilemma difficile da sciogliere. Se un conflitto con gli Stati Uniti sembra una strada da escludere, la via del silenzio e un sostanziale 'lasciar fare' significherebbero accettare un ridimensionamento delle proprie proiezioni strategiche. E su questo piano il petrolio resta una chiave di lettura irrinunciabile. Per la Cina perdere le forniture iraniane dopo quelle venezuelane, entrambe a costi bassissimi, vorrebbe dire lasciarsi solo l'opzione del petrolio russo. Troppo poco e troppo pericoloso. Soprattutto, abbandonare l'alleato iraniano, che è anche fornitore di petrolio a basso prezzo, farebbe perdere a Pechino la possibilità di fronteggiare nel mondo l'egemonia americana, con ripercussioni evidenti anche nell'altra partita aperta, quella del Pacifico con il dossier Taiwan sempre pronto a deflagrare.

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