Il voyeurismo sentimentale di N.21

Lo stilista Alessandro Dell'Acqua: "Voglio raccontare una femminilità possibile e quotidiana. Il mio voyeurismo mai erotico ma romantico"

Tre look di N.21 per la fall-winter 2026/27
Tre look di N.21 per la fall-winter 2026/27
25 febbraio 2026 | 20.10
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Il trucco iniziale è d’effetto, quasi spiazzante: la sfilata di N.21 comincia dalla fine. Le modelle sfilano tutte insieme in una parata conclusiva che sembra già un epilogo, mentre la sala di via Archimede esplode in un applauso lungo e convinto. Un rovesciamento delle regole che racconta subito l’anima della collezione e la visione di Alessandro Dell’Acqua: partire dal disordine per trovare un nuovo equilibrio. Un libro fotografico che indaga l’intimità attraverso gli oggetti. Le suggestioni di un film. I nomi sono quelli di Sophie Calle, che per tre settimane si fa assumere in un hotel veneziano e, mentre sistema le stanze, fotografa abiti, valigie, armadi, trasformando quei frammenti privati in The Hotel. E di Federico Fellini, capace di trasformare la sfilata finale di 'Otto e mezzo' in una parata di innocenti vanità. E' da qui che parte il racconto della collezione dedicata al prossimo autunno-inverno, uno spazio in cui la femminilità si intreccia a un’indagine voyeuristica, mai maliziosa, che prende forma e volume dall’estetica pionieristica degli anni Quaranta.

"Sono partito proprio dal nero, da una serie di immagini: donne un po’ più grandi, ragazzine, persone incontrate nei viaggi nei piccoli paesi, bambini senza cibo che mi hanno colpito profondamente - racconta nel backstage Alessandro Dell'Acqua -. Da lì è iniziato un percorso di crescita, di formazione. Questa è stata la mia prima trasformazione. Ho guardato il film di Fellini almeno trenta volte, me ne sono innamorato. Ho visto anche frammenti su Instagram e da lì è iniziato tutto. Vorrei raccontare una femminilità possibile, quotidiana. Senza sovrastrutture. Ma anche senza nascondere le fonti dell’ispirazione che l’hanno prodotta. È un argomento di verità creativa che mi ha portato a descrivere gli elementi estetici dell’abbigliamento femminile attraverso le foto che, fingendosi cameriera e con un atto di innocente voyeurismo, Sophie Calle ha scattato nel 1981 in un albergo di Venezia".

Guardando tutto questo "sono stato molto coinvolto, soprattutto dall’aspetto del voyeurismo - rimarca -. Mi sono interessato alla storia: una donna che segue un uomo per molto tempo, osservandolo nei musei, quasi come una stalker, ma in modo sentimentale. Non era mai aggressiva, era romantica, non perversa. Era romanticismo, non erotismo. Questo è un voyeurismo sentimentale". Queste immagini, sensazioni e verità semplici di donne viste nel quotidiano attraverso oggetti e vestiti lo hanno riportato alla sfilata finale di 'Otto e mezzo', in cui la sequenza di personaggi e caratteri descrive bene la necessaria variabile umana della vita. "Per sottolineare la normalità di questa sensazione, ho usato con insistenza il nero, colore/non colore che rappresenta la sottrazione ma anche lo spazio neutro su cui scrivere l’inizio di qualcosa. Per parafrasare Fellini, allora, la collezione inizia così, con il nero" dice lo stilista, che ha lavorato molto sulla sobrietà, su cose più semplici, quotidiane, rispetto a quello che fa di solito. "Ho sperimentato con i tessuti, anche se è strano per me realizzare certi tagli. Non sono cose completamente mie, ma in questo momento sento il bisogno di farle" ammette.

Nella collezione ci sono body in satin, abiti in paillettes con forme anni Quaranta, spalline, arricciature, modelli con scollature a cuore, vita stretta che si apre, capi con volumi particolari. "Ma anche elementi un po’ 'sbagliati' - fa notare Dall'Acqua - messi insieme come in un armadio vero, dove convivono stili diversi. Mi interessa raccontare donne con una classe straordinaria. Nella sfilata questa idea si esprime più visivamente che a parole: è più importante vederla che spiegarla".

C’è anche un omaggio a Melanie Ward, stylist che amava moltissimo e lavorava per Helmut Lang, scomparsa l'anno scorso. "Ho voluto riprendere uno dei suoi capi iconici come tributo", nel look iniziale, composto da una camicia maschile bianca indossata con pantaloni in popeline misto a fresco di lana e twin set in lana nera. Tra i capi degni di nota gli abiti a sacco con manica larga e colletto bianco, severi nella linea, che dialogano con bustier da gran sera, giacconi in pelle, micro-camicie croppate, gonne in pizzo e chiffon.

Si alternano inoltre sottovesti in pizzo doppiate in chiffon, cappe leggere, tailleur maschili, cappotti kimono, pencil skirt con baschina, giacche corte scollate, abiti in paillettes nere e bustier a doppio reggiseno nero su rosa. Completano il racconto colli in pelliccia bordati di raso rosa, gonne in tessuto di carta laminata, abiti dorati, cappotti double, anorak in raso e faille con fantasie geometriche mentre la borsa di stagione è la Cabiria in taglia media. (di Federica Mochi)

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