Intervista al cantante Milo Silvestro, in occasione delle due date italiane e dell'uscita del nuovo album della band americana guidata da Dino Cazares: "Nel metal tutti usano lo stesso suono. Bisogna essere sé stessi. Nuovo album? Tra febbraio e marzo 2027"
Quattordici anni fa era in prima fila all'Orion di Ciampino per vedere i Fear Factory. Il 26 settembre su quello stesso palco ci salirà da frontman della band americana. In vista delle due date italiane del 'Cybernetic Domination Tour' (il 27 al Metalitalia Festival) e dell'uscita del nuovo album prevista per i primi mesi del 2027, Milo Silvestro, la voce italiana della formazione di Los Angeles, ripercorre con l'AdnKronos il passaggio da fan a cantante del gruppo, l’eredità vocale di Burton C. Bell, riflettendo sull'impatto dell'intelligenza artificiale nella musica e analizzando una scena metal che, tra algoritmi, conformismo e competizione, fatica sempre più a premiare l'originalità.
Dopo essere tornati a suonare a Milano, ora arrivano a Roma, all’Orion, lo stesso locale in cui avevi visto per l’ultima volta i Fear Factory da fan, in prima fila. Che effetto ti fa oggi salire su quel palco e, più in generale, tornare a suonare sui palchi italiani dall’altra parte?
"È sicuramente un’esperienza surreale. Nel 2012 vidi i Fear Factory all’Orion. Ero in prima fila e fu anche il giorno in cui conobbi brevemente Dino e Burton fuori dal locale. 14 anni dopo, ritornare nello stesso locale come cantante dei Fear Factory è qualcosa che il me di allora non si sarebbe mai sognato. Sono stato per tanti anni un fan 'sfegatato' dei Fear Factory, come si dice a Roma. E c’è anche un’altra coincidenza: Pete Webber, il nostro batterista, è nuovo nella formazione ed è entrato insieme a me tre anni e mezzo fa. Quando vidi i Fear Factory all’Orion Pete non era ancora dietro le pelli ma aprì quel concerto con gli Havok, l’altro suo gruppo. Quel giorno vidi prima Pete e poi i Fear Factory. Non c’era Tony al basso, ma è comunque tutto un cerchio che si chiude. È una bella coincidenza, sicuramente fantastica e surreale".
Sono passati più di tre anni da quando sei stato scelto da Dino Cazares. Guardandoti indietro, qual è stata la sfida più difficile che hai affrontato in questo percorso? E oggi che rapporto hai con lui e con la band, cosa hai imparato di più?
"Una delle sfide più grandi è sicuramente imparare a stare in tour. Significa condividere spazi angusti con tante persone che, per fortuna, sono belle persone. Ma significa anche imparare a gestire la mancanza dell’ambiente domestico, dei propri familiari e amici, della propria città. Tutta l’emozione di condividere il palco con Dino e con gli altri, con i fan, e vedere tanti volti soddisfatti ed emozionati tutte le sere, sicuramente controbilancia un po’ la mancanza di casa. Ma ho dovuto anche imparare a essere un musicista da tour. Da quando ho 12 anni, grazie anche ai miei genitori, musicisti di professione, sono un musicista professionista: batterista, percussionista e producer, prima che cantante, ironia della sorte. Ma un conto è suonare a livello locale, un altro è farlo tutte le sere a prescindere dal tuo stato di salute. Devi imparare a sentire il tuo corpo, a capire come non compromettere lo show a prescindere dalla carenza di sonno, dalla salute fisica e dalla stanchezza. In questi tre anni e mezzo ho imparato molto vedendo professionisti come Tony, Dino e Pete, che sono nella scena da molto più tempo. Ho imparato diversi trucchi e routine da tour".
Musicalmente, entrare nei panni del frontman dei Fear Factory significa anche confrontarsi con l’eredità di Burton C. Bell. Come è stato questo confronto e come hai trovato un modo tuo per interpretare le canzoni?
"Sono un grande fan di Burton e lo considero uno dei vocalist nella top 3 dei cantanti che più mi hanno influenzato. E' stato abbastanza naturale entrare nei suoi panni, sia vocalmente sia a livello d’immagine. Il suo stile e il suo timbro vocale sono pionieristici. Molte delle cose che oggi diamo per scontate nella musica metal moderna vengono da lui. Alternare il cantato distorto a quello pulito, per esempio, all’inizio non esisteva e lui ha contribuito a inventarla, senza parlare della sua timbrica riconoscibile. Per me, quindi, è stato un processo naturale. Quando sono stato chiamato da Dino, però, il mio lavoro è stato portare ancora più in superficie lo stile e l’influenza di Burton nella mia voce, per rappresentare il sound vocale dei Fear Factory nella maniera più metodica e fedele possibile. Sia io sia Dino abbiamo sempre pensato che l’eredità dello stile vocale di questa band non possa essere cambiata così tanto".
I Fear Factory hanno costruito la loro identità sul rapporto tra uomo e macchina, automazione, distopie e tecnologia. Alcune intuizioni della band negli anni ’90, che allora sembravano fantascienza, oggi sono realtà. L’intelligenza artificiale è entrata anche nella musica. Tu, da musicista e cantante, la consideri una minaccia e come vivi questo rapporto?
"Sono molto d’accordo con quello che dice Dino: la tecnologia, qualsiasi essa sia, intelligenza artificiale o altro, può essere un’arma a doppio taglio. Può avere risvolti molto benefici e positivi per l’umanità, per l’arte, per il progresso e per la scienza, ma avere risvolti estremamente negativi. Secondo me il problema non è tanto l’Ai in sé, ma come l’essere umano deciderà di usarla. L’essere umano è facilmente corrompibile anche nell’arte. Abbiamo già visto che molte persone, una volta che viene fornito loro un modo per evitare ore di duro lavoro per ottenere un risultto, decidono di farne uso".
E nella musica come vivi questo rapporto con l’intelligenza artificiale?
"La teoria che ho sullo sviluppo dell’AI nella musica potrebbe essere oltremodo utopistica. Alla fine sono molto disfattista ma anche ottimista. Penso che questo bombardamento di musica generata dall’Ai sia un risvolto negativo di questa tecnologia, però penso anche che forse ci stiamo avvicinando al momento in cui la gente sarà così satura e stanca della musica generata dal computer che ricomincerà a sentire la mancanza della musica suonata con mani e piedi. Questa è una mia teoria: sicuramente l’Ai farà tanti danni, e sta già accadendo, ma tante persone ricominceranno a sentire la mancanza e la voglia di musica organica. E quando la musica fatta con l’AI sarà ovunque, al punto che diventerà la norma, sarà anche il momento in cui la gente comincerà a dare più valore alla musica scritta, suonata e registrata da esseri umani".
Venendo al vostro nuovo album anticipato dal singolo 'Roboticist': a che punto siete e quando potremo ascoltarlo?
"Gli ultimi aggiornamenti che mi sono arrivati sono che il secondo singolo, di cui abbiamo già girato il videoclip a Los Angeles, dovrebbe uscire entro novembre, tra metà e fine novembre. Probabilmente ci sarà anche un annuncio a novembre sulla data di uscita dell’album. Il disco completo dovrebbe uscire, più o meno, tra febbraio e marzo dell’anno prossimo".
E che tipo di album dobbiamo aspettarci, a livello di sonorità e di liriche?
"Da italiano non posso che fare un paragone con la pasta: la ricetta è sempre quella, il piatto resta lo stesso, quindi suonerà come i Fear Factory. Quello che abbiamo fatto, soprattutto io come nuovo arrivato e Pete con il suo contributo personale, è stato aggiungere una leggera sfumatura diversa, come una spolverata di formaggio che cambia leggermente il sapore senza stravolgere il piatto. Abbiamo introdotto elementi nuovi senza comprometterne l'identità. È una rivisitazione molto delicata di un classico. Sicuramente continuerà a suonare come i Fear Factory. Sarà il sound dei Fear Factory più moderni, quelli di 'Mechanize', 'The Industrialist', 'Genexus' e 'Aggression Continuum', ma con molti richiami agli stilemi compositivi dei dischi storici come 'Demanufacture' e 'Obsolete'. Nella maggior parte dei brani Dino ha utilizzato una chitarra a otto corde accordata in Mi, un tono sotto rispetto all'accordatura standard in Fa diesis che aveva adottato in passato con questo strumento, mentre il basso è stato accordato un'ottava più in basso. Ci si può quindi aspettare un sound molto cupo e aggressivo, con tutte le caratteristiche del suo stile chitarristico: riff meccanici e veloci, ma anche numerosi momenti più groove. È quel groove tipicamente Fear Factory che si sente in brani come Shock o No One, dove anche la doppia cassa viene utilizzata in maniera particolarmente dinamica e trascinante".
Quanto ci hai messo di tuo?
"Essendo producer e compositore, ho contribuito anche alla scrittura del disco, proponendo idee, synth e parti di tastiera. Ho persino composto il brano che chiuderà l’album, il più melodico della tracklist. Sono molto grato a Dino per avermi dato spazio creativo: essendo il fondatore e la mente musicale dei Fear Factory, avrebbe potuto realizzare tutto da solo o con qualsiasi altro team. Invece mi ha dato grande fiducia, incoraggiandomi a proporre idee e valutandole insieme a lui. Dal punto di vista dei testi, ha scritto lui circa il 95% del materiale. Per questo il disco avrà un sound leggermente più fresco e moderno, ma resterà fedele alla formula classica dei Fear Factory, come molti hanno già potuto intuire ascoltando Roboticist o vedendoci dal vivo durante questo tour. In alcuni brani ci saranno anche vocoder, effetti e altri elementi elettronici che porteremo sul palco. Ho sempre pensato che tutto ciò che può essere suonato dal vivo debba essere suonato dal vivo. Le backing track possono essere utili per loop o parti impossibili da riprodurre integralmente senza una formazione molto numerosa, ma meno se ne usano, meglio è. Sarà quindi un album che suona in tutto e per tutto come i Fear Factory, sia dal punto di vista vocale sia da quello strumentale, ma con qualche sfumatura nuova che gli conferisce una personalità diversa, senza mai allontanarlo dall'identità che i fan conoscono e si aspettano".
Quando i Fear Factory hanno iniziato, l’industrial metal e tutto il genere alternative erano percepiti come qualcosa di nuovo. Oggi una band come la vostra, ma anche gruppi come Ministry e Nine Inch Nails, che appartengono a un genere preciso, hanno le stesse opportunità di emergere che avevano negli anni ’90 band di questo calibro? Oppure il mercato è più ostico nei confronti di questo genere?
"Se parliamo delle band moderne, secondo me il punto non è tanto il genere musicale quanto la natura dell'attuale mercato discografico. Negli ultimi venti o venticinque anni tutto è cambiato: oggi la musica è accessibile ovunque e in qualsiasi momento. Un tempo uscita, attesa e scoperta avevano un peso diverso; oggi basta aprire YouTube o una piattaforma di streaming per avere tutto a disposizione immediatamente. Credo quindi che la difficoltà maggiore non sia legata a un genere specifico, ma alla forte competizione che caratterizza l'industria musicale contemporanea. Emergere è ancora possibile, così come costruirsi uno spazio nel mondo dei tour e della discografia, ma è molto più complesso perché l'offerta è enorme. Certo, seguire le tendenze può aiutare, ma non garantisce il successo. Ho visto molte band inseguire il sound del momento senza ottenere i risultati sperati. Alla fine ciò che conta davvero è avere un'identità riconoscibile. In passato la musica veniva percepita quasi come qualcosa di sacro: cd e vinili erano oggetti preziosi, da collezionare e custodire. Oggi quel rapporto è diverso, anche se il ritorno del vinile sta in parte riportando in vita quella dimensione fisica ed emotiva. Possedere un disco può ancora dare la sensazione di avere tra le mani qualcosa di unico, quasi una reliquia".
Nel metal moderno secondo te c'è troppa conformità?
"Tutti cantano nello stesso modo, fanno 'scream' nello stesso modo, usano la stessa produzione, gli stessi sample per triggerare la batteria, lo stesso mix, lo stesso suono di chitarra, gli stessi strumenti. Secondo me questo è un momento storico in cui c’è un appiattimento non solo nel metal, ma nella musica in generale".
E proprio nel suonare diverso può esserci qualcosa di positivo?
"Penso di sì. Infatti incoraggio sempre tutti, soprattutto le nuove band, a non avere paura di essere sé stessi nel proprio strumento e nella propria voce. È la finalità stessa dell’arte. Se poi la finalità dell’arte è fare soldi, ci sono lavori molto più proficui, nei quali c’è una maggiore possibilità di avere un reddito di un certo livello. Quando si cerca troppo la conformità al sound di moda, al trend, si comincia a perdere la motivazione per cui facciamo musica e arte. Questo è il mio motto: cercare sempre di essere sinceri nel proprio songwriting e nella propria performance".