Il regista dei primi tre film della saga 'Pirati dei Caraibi' torna con 'Good Luck, Have Fun, Don't Die', nelle sale dal 25 giugno
"Sono molto spaventato. E penso che sia anche sano esserlo. Ma credo che ci siano persone che vivono in totale negazione e altre che restano paralizzate dalla paura. Ora il vaso di Pandora è stato aperto e noi dovremo cavarcela da soli e imparare a surfare su questo tsunami in arrivo". Così Gore Verbinski ha parlato dell'intelligenza artificiale al centro del suo nuovo film 'Good Luck, Have Fun, Don't Die', presentato in anteprima al Taormina Film Festival e nelle sale dal 25 giugno, distribuito da Vertice 360. "Credo che il film voglia proprio dire questo: come faremo a preservare la nostra umanità in questa situazione?", si chiede il regista, che ammette: "Sì, sono nervoso, ma credo che il segreto è non lasciarsi sopraffare". Il regista dei primi tre film della saga 'Pirati dei Caraibi' porta sul grande schermo una commedia folle, comica ed apolcalittica con protagonista Sam Rockwell nei panni di un improbabile Messia dei tempi di oggi, un outsider pazzoide dal cuore buono. In una notte oscura, un uomo armato di detonatore irrompe in un locale affollato sostenendo di venire dal futuro. È la 117esima volta che torna con lo stesso imperativo: reclutare un gruppo di avventori improbabili e totalmente impreparati (Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz, Asim Chaudhry e Juno Temple) per fermare l’imminente apocalisse dell’intelligenza artificiale e salvare l’umanità dai pericoli dei social media. Il problema? Tutto gioca contro di loro: dagli sconosciuti scettici agli adolescenti con il cervello ormai consumato dagli algoritmi, fino a mostruosità digitali fuori da ogni controllo.
Verbinski ha riflettuto su come l’immaginazione sia cambiata nell’era dei social, dell’intelligenza artificiale e della possibilità di creare qualsiasi cosa direttamente con uno smartphone. "Mi ritrovo spesso in riunioni - non so perché - quando si parla di Ia nell’industria. E ci sono punti di vista molto diversi". Da un lato, spiega, "le grandi società, interessate a sviluppare queste tecnologie"; dall’altro "i narratori, che cercano di difendere ciò che per noi è essenziale. Non ho bisogno che tu respiri al posto mio, non ho bisogno che tu faccia l’amore al posto mio: ci sono cose che devo fare io, e una di queste è raccontare storie". Sul piano pratico, riconosce che esistono strumenti utili ai content creator: "Se dico: 'Fammi un coniglietto che corre per la stanza', in trenta secondi me lo genera, e tu lo posti". Ma questo "non ha nulla a che vedere con ciò che facciamo noi nel cinema". Il cinema "richiede un altro tipo di attenzione".
Detto ciò, l'Ia entrerà comunque nel cinema: "Oggi devi spuntare la casella 'nessuna Ia è stata usata nel film', ma presto diventerà complicato, perché - tecnicamente - viene usata da vent’anni: per affilare l’immagine o il restauro". Per Verbinski "la paura principale è la mancanza di trasparenza: la gente non sa più cosa è reale e cosa no". Nel cinema, però, "non sarà mai una questione binaria": L'Ia "entrerà a piccoli passi. E allora dovrai poter dire: 'Questo era un filmmaker indipendente, non poteva permettersi un film in costume, o non poteva far esplodere un palazzo, e ha usato l'Ia per farlo crollare'. Se quel crollo era centrale per la metafora emotiva del film, e lui aveva bisogno di quel momento, allora va bene. È un modo per permettere ai piccoli di giocare con i grandi". Il punto, conclude, è il controllo: "Serve totale trasparenza: dove, come e per cosa è stata usata l'intelligenza artificiale. E non la userei mai per metterla davanti alla storia", conclude.