Sebastiano Pigazzi: "Bud Spencer? Per me era solo nonno Carlo, lui mi manca"

Il giovane attore e nipote del mito degli 'spaghetti western' all'Adnkronos: "Essere suo nipote non mi ha dato più opportunità come attore"

Sebastiano Pigazzi - Ludovica Arcero
Sebastiano Pigazzi - Ludovica Arcero
26 giugno 2026 | 19.23
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Per tutti Bud Spencer, per Sebastiano Pigazzi solo nonno Carlo. "È stato un nonno divertente, che non si prendeva troppo sul serio, è stato il nucleo della nostra famiglia", ricorda il giovane attore nell'intervista all'Adnkronos. A dieci anni dalla morte del mito degli 'spaghetti western', avvenuta il 27 giugno 2016 all'età di 86 anni, "mi manca la sua presenza, andare a casa sua e parlarci quasi da amici più che come nonno e nipote. Vorrei avergli chiesto molto di più: dei set, della guerra, di un mondo che ormai pochi possono raccontare". La sua eredità artistica? "Il piacere di intrattenere e di far emozionare le persone". Per Pigazzi "è l'esempio di quello che un artista può fare: ancora oggi incontro persone che hanno scelto di tatuarsi la faccia di mio nonno e altri che mi dicono di quanto siano iconici i film che lo hanno visto protagonista". Un mito dalle celebri scazzotate che risuona ancora tra la gente che lo ha amato e continua a farlo: "Io non so se lascerò un'impronta come attore, non faccio questa esperienza per lasciare qualcosa a qualcuno. Io recito perché non c'è niente che mi piaccia fare più di questo". Il momento in cui ha capito che non era solo "nonno Carlo" arriva presto: "Avevo undici anni, eravamo in Germania per la sua autobiografia. Tutti mi facevano interviste, giravamo con le macchine nere. Lì ho iniziato a intuire che nonno era una leggenda". Ma far parte della sua eredità artistica non è mai stato un vantaggio: "Non mi ha aiutato essere suo nipote, se così fosse lavorerei molto di più". Spesso, però, "sul set mi sento dire 'hai fatto un sacco di soldi grazie a tuo nonno', ma non è così. Mi sento un po' penalizzato a volte, questa è la mia percezione".

La lezione più grande di nonno Carlo? "Godersi la vita, che è una sola" e "di tentare tutto finché ci sei, finché puoi. Sto lavorando molto su questo". La scelta di fare l’attore non è arrivata grazie a Bud Spencer, all'anagrafe Carlo Pedersoli. "Non ho scelto di fare l’attore, è il mestiere che ha scelto me. Avrei voluto fare altro di più concreto, ci ho provato. Ma non sono capace di fare cose che non amo al 100%". E ammette: "Per me è terapeutico, come se andassi dallo psicologo", ma "non è un lavoro che ti dà stabilità, è un sali e scendi di soddisfazioni ma anche di tante delusioni". Grazie alla recitazione "ho capito di essere incapace...di fare qualsiasi cosa che non ami". Anche se inizialmente "i miei genitori (sua madre è Diamante Pedersoli, figlia di Bud Spencer, ndr) non l'hanno presa bene e, di conseguenza, non ho avuto molto supporto. Non per mancanza di amore, ma per paura: la recitazione non è una strada semplice". Alla domanda 'faresti un remake di un film di Bud Spencer', l'attore è netto: "Mi piacciono molto i western, ma onestamente non ne rifarei uno. Sono belli gli originali, perché rifarli?". Tra i tanti progetti in cui ha recitato ci sono le serie 'We are who we are' di Luca Guadagnino ed 'And just like that' (sequel di 'Sex and the city'), ma anche i film 'Time is up' di Elisa Amoruso e 'Non è un paese per single', disponibile su Prime Video e tratto dall'omonimo romanzo di Felicia Kingsley. "Negli anni essere single è stato un tabù, soprattutto per le donne. Io non ho mai sentito questa pressione, forse perché i miei genitori non mi hanno mai assillato con le solite domande 'quando ti sistemi? Quando ci farai dei nipotini?'". Respirare arte fin da piccolo e crescere in America "mi ha aiutato ad essere più aperto mentalmente".

Oggi il talento basta per sfondare? "Non basta, servono anche le 'tre c' di Dino De Laurentiis 'cervello, cuore e co***oni'" e "mio nonno ne aggiunse una quarta 'cu*o', ovvero la fortuna". E sull'ambizione dice: "La parte bella è che ti spinge a fare sempre di più, ma dall’altra crea un rapporto costante con l’insoddisfazione. È un cane che si morde la coda. In un certo senso è un’altra forma di condanna". Così come questo mestiere: "Lo amo, ma ha un costo", come "la difficoltà di avere dei rapporti stabili", ma anche di trovare opportunità: "Io sto ancora aspettando il ruolo della svolta". Oggi Sebastiano Pigazzi è sul set di una serie indipendente americana: "Una mini-serie di sei puntate, cast italo-americano e italo-inglese. Interpreto un professore rinascimentale, un ruolo diverso da quelli ho fatto". Nel frattempo aspetta la chiamata di "Paul Thomas Anderson, ma anche di Tom Ford, Paolo Sorrentino e Francis Ford Coppola", conclude. (di Lucrezia Leombruni)

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