Il Baronetto torna con i ricordi a Liverpool e firma il disco più emozionante degli ultimi anni, in uscita il 29 maggio. Tra i brani più significativi, 'Home to Us' con Ringo Starr alla batteria: "Spero che gli ascoltatori si innamorino delle canzoni e delle interpretazioni"
Paul McCartney, con 'The Boys of Dungeon Lane', il suo diciottesimo lavoro da solista, apre una scatola di fotografie dimenticata in fondo a un armadio: ogni canzone, a seconda di chi la prende in mano, cambia luce e colore. Dentro ci sono pomeriggi di periferia, le strade di Liverpool, voci che arrivano dalla cucina di casa, amicizie nate in un tempo in cui nessuno immaginava ancora quanto la sua vita sarebbe cambiata. È un album dei ricordi, da ascoltare con il finestrino abbassato, il braccio fuori dall’auto e quell’aria tiepida di inizio estate che entra nell’abitacolo. Dimenticate, però, l’effetto nostalgia, perché dopo aver scritto parte della storia della musica mondiale, il Baronetto, 84 anni a giugno, sente ancora il bisogno di tornare al punto di partenza. In uscita il 29 maggio, ‘The Boys of Dungeon Lane’ è un album vivo e ricco di sfumature. Quattordici canzoni nuove che scavano nella memoria privata dell’artista, riportandolo nella Liverpool del dopoguerra, tra le difficoltà quotidiane della famiglia, la resilienza dei genitori e gli anni condivisi con George Harrison e John Lennon molto prima che il mondo imparasse la parola Beatlemania.
McCartney racconta tutto questo in una dimensione domestica e umana. A guidare il ritorno alle origini è Andrew Watt, produttore superstar che messo la firma sulle hit pop di Justin Bieber e Miley Cyrus, lavorando anche con Ozzy Osbourne, Pearl Jam e The Rolling Stones, tra cui il nuovo ‘Foreign Tongues’ in arrivo a luglio. Ed è proprio Watt ad aver dato al progetto una nuova energia creativa. “Penso che le due cose principali siano l’entusiasmo, enorme entusiasmo, e la sua musicalità - racconta McCartney -. Capisce le cose velocemente. All’inizio pensavo fosse un po’ insistente, ma poi ho capito che era entusiasmo. Voleva davvero fare un buon disco". ‘The Boys of Dungeon Lane’ nasce cinque anni fa quasi per caso, davanti a una tazza di tè e a una chitarra. McCartney si imbatte in una progressione di accordi che nemmeno lui riesce a riconoscere immediatamente. Invece di abbandonarla, continua a modificarla, a spostare note. Watt gli suggerisce di registrarla. Da quella sessione prende forma ‘As You Lie There’, brano che apre il disco e che diventa anche il punto di partenza dell’intero progetto. Una traccia che funziona quasi da intro, con una chitarra acustica che apre la porta, prima dell’esplosione elettrica che segna l’ingresso nell’universo del disco. È come se McCartney dcesse all’ascoltatore: siediti comodo e allaccia la cintura.
Da ‘Lost Horizon’, recuperata da una vecchia cassetta dimenticata e reincisa mantenendo intatta l’anima originale ma con un suono più moderno, fino a ‘Days We Left Behind’, che contiene il verso da cui nasce il titolo dell’album, ogni traccia funziona come un frammento di memoria riemerso all’improvviso. “Sono tanti ricordi di Liverpool. Includono una parte centrale su John e Forthlin Road, che è la strada dove vivevo - spiega McCartney -. Dungeon Lane è lì vicino. Vivevo in un posto chiamato Speke, che è piuttosto operaio. Non avevamo quasi nulla, ma non importava perché le persone erano fantastiche e non ti accorgevi di non avere molto”. L'artista racconta anche che è la canzone preferita di sua moglie, l’imprenditrice Nancy Shevell, e scherza sul fatto che, ogni volta che la fanno ascoltare a qualcuno dicendo “non c’è bisogno di piangere”, poi inevitabilmente vedono gli occhi lucidi. Da lì, il disco si sviluppa lentamente, senza pressioni e senza scadenze, registrato tra Los Angeles e il Sussex durante le pause di un tour mondiale lungo cinque anni. McCartney suona la maggior parte degli strumenti, recuperando lo spirito istintivo e artigianale del suo debutto solista del 1970, ‘McCartney’.
Il risultato è un album musicalmente mobile, mai fermo nello stesso punto: c’è il rock dei Wings, ci sono armonie che rimandano ai Beatles, groove dal sapore profondamente mccartneyano, momenti intimi e quasi sussurrati, racconti guidati dalla melodia e personaggi che sembrano uscire da fotografie ingiallite. Ma per McCartney non esiste una separazione netta tra le varie epoche della sua musica: “È sempre la mia mente che crea musica. Non penso mai “questa è un’idea da Beatles”. È tutto semplicemente me. E inevitabilmente finirà per assomigliare a qualcosa”. Ci sono canzoni che si lasciano attraversare dall’emozione, come ‘Ripples On A Pond’, definita dallo stesso McCartney “semplicemente una canzone d’amore”, e altre che si aprono a immagini più cinematografiche. ‘Mountain Top’, per esempio, nasce dalle giornate trascorse al Glastonbury Festival insieme alla moglie: “Ho iniziato a fantasticare su una ragazza giovane che fa un trip a Glastonbury, completamente sotto effetto dei funghi magici”. In ‘Down South’ tornano invece gli anni dell’adolescenza condivisi con George Harrison, quando i due facevano autostop prima ancora dell’esistenza dei Beatles. “Eravamo molto giovani. Ricevetti un consiglio: ‘Partite da Chester, perché lì ci sono tutti i camion e vanno direttamente verso Sud’. Così facemmo. Questi sono solo alcuni dei ricordi di me e George”.
È uno dei momenti più vividi del disco, come anche il passato tecnico dei Beatles che riaffiora in ‘We Two’, registrata utilizzando una vecchia macchina Studer a quattro piste identica a quelle usate negli anni Sessanta. “Sapere che avevi solo quattro tracce ti concentrava molto - racconta McCartney -. Spero che gli ascoltatori si innamorino delle canzoni e delle interpretazioni. Spero che li porti in un luogo di gioia e che in qualche modo li trasporti, perché questa è la cosa migliore della musica: ti sorprende e ti porta altrove. Per questo ‘The Boys of Dungeon Lane’ funziona per me come titolo. È un posto in cui puoi andare. Spero solo che la gente possa sedersi, rilassarsi, mettere il vinile o le cuffie, o il telefono, ascoltarlo in streaming o come preferisce, e semplicemente goderselo. Questo è il mio obiettivo: cercare di offrire qualcosa che le persone possano apprezzare. E più lo apprezzano, più sono felice”. Dentro questo viaggio nel passato trovano spazio anche nuove canzoni d’amore, con quella scrittura melodica immediatamente riconoscibile che continua a rendere impossibile immaginare la musica contemporanea senza Paul McCartney. ‘Never Know’, per esempio, nasce dall’immaginario di Laurel Canyon e dalla scena folk-rock californiana di Joni Mitchell e Eagles.
Ma uno dei momenti più significativi dell’album è ‘Home to Us’, primo duetto inciso insieme a Ringo Starr, con la partecipazione ai cori di Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri. Il brano nasce da una linea di batteria che McCartney chiede a Ringo di registrare appositamente per il disco. Ed è l’unica traccia dell’album con un batterista ospite. “Ringo è passato in studio e ha suonato un po’ la batteria. Ho detto ad Andrew che avremmo dovuto registrare un brano e mandarglielo – racconta McCartney -. Quindi questa canzone è stata pensata interamente per Ringo. Parlo delle nostre origini. Come per molte persone, si parte dal nulla e ci si costruisce da soli. Ringo era di Dingle, veniva derubato mentre tornava a casa, dopo il lavoro. Ho scritto la canzone partendo da quell’idea e l’ho mandata a Ringo. Lui mi ha rispedito una versione in cui aveva aggiunto solo qualche riga al ritornello, così ho pensato che forse non gli piacesse. L’ho chiamato e mi ha detto che pensava volessi che cantasse solo una o due righe, e io gli ho detto che mi sarebbe piaciuto sentirlo cantare tutto il brano. Così abbiamo preso la mia prima strofa, la seconda di Ringo, e abbiamo fatto un duetto. Non era mai accaduto prima".
Nella seconda parte del disco emerge ancora di più il lato riflessivo dell’album. ‘Life Can Be Hard’ nasce durante il periodo del Covid e prende forma osservando il nipote piccolo della moglie: “La vita può essere dura, ma è un messaggio positivo” rimarca McCartney. ‘First Star Of The Night’ viene invece scritta in un hotel in Costa Rica, durante un giorno di pioggia incessante in tour. E poi c’è ‘Salesman Saint’, uno dei momenti più personali del disco, dedicato ai genitori: “Mio padre era un venditore di cotone, mia madre un’infermiera - ricorda -. Ce l’hanno fatta, hanno cresciuto me e mio fratello”.
A chiudere l’album ‘Momma Gets By’, l’unico brano completamente immaginario del disco, quasi a ricordare che anche dentro un lavoro così autobiografico McCartney continua a essere prima di tutto un narratore. Rivolgendo lo sguardo verso l’interno, McCartney costruisce così il suo lavoro più scoperto e vulnerabile. Un album che rimette in movimento il passato, con tutto quello che include: i ragazzi prima della storia, le strade percorse senza sapere dove avrebbero portato, i sogni ancora senza nome. ‘The Boys of Dungeon Lane’ arriva da lì, dal fatto che Paul McCartney, invece di osservare la leggenda che è diventato, ha scelto di tornare a guardare il ragazzo che era. (di Federica Mochi)