Public Image Ltd, a Milano un concerto senza facile nostalgia

La band di John Lydon all’Alcatraz per il ‘This Is Not The Last Tour’ attraversa 40 anni di musica evitando il revival, tra post punk, dub e provocazione. L'ex voce dei SexPistols guida una serata irregolare e teatrale

John Lydon sul palco dell'Alcatraz per il tour dei PiL
John Lydon sul palco dell'Alcatraz per il tour dei PiL
27 maggio 2026 | 09.24
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Non esistono molte band capaci di invecchiare senza trasformarsi nella caricatura di sé stesse. I Public Image Ltd, invece, continuano a fare esattamente ciò che hanno sempre fatto: sabotare le aspettative. All’Alcatraz di Milano, la tappa del loro ‘This Is Not The Last Tour', non è una celebrazione nostalgica del post-punk o una reunion costruita per rassicurare il pubblico con un catalogo di ricordi intoccabili. Quella dei PiL è piuttosto una performance ruvida e volutamente irregolare, con un gruppo che continua a trattare il proprio materiale come qualcosa di vivo e imperfetto.

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John Lydon entra in scena e inizia a declamare, mettendo subito le cose in chiaro: il fulcro del concerto non risiede nella performance nel senso classico del termine ma nella sua presenza. Da Johnny Rotten dei Sex Pistols al volto irrequieto dei Public Image Ltd, oggi Lydon continua a incarnare l’anima più provocatoria e anticonvenzionale della musica britannica. Si muove con quell’attitudine insieme sarcastica, abrasiva e imprevedibile che da decenni lo rende una figura impossibile da normalizzare. Tra battute taglienti, pause spiazzanti e continui giochi con il pubblico, l’ex voce dei Sex Pistols (con cui è in rapporti non proprio idilliaci) sembra divertirsi soprattutto a disinnescare ogni tentativo di trasformare i PiL in un monumento da museo.

Dice cose, ne lascia a metà altre, beve e brinda “alla salute” del pubblico, poi si lascia andare anche a un siparietto con gli addetti alla sicurezza, tra cui Ivano Monzani, idolo del web. A volte sembra vicino alla caricatura di sé stesso, subito dopo la smentisce. È probabilmente questo il tratto più interessante della serata, perché Lydon non prova a sembrare più giovane, né più elegante di quello che è.

L’Alcatraz restituisce un’atmosfera curiosa: ci sono spettatori che hanno seguito i PiL dagli anni Ottanta e altri arrivati più tardi, spesso attraverso quella traiettoria obliqua che dal punk porta inevitabilmente a cercare cosa sia successo dopo i Sex Pistols. D’atra parte, il riflesso condizionato è tirare fuori appunto il punk, le genealogie e i racconti di una rabbia che ormai appartiene alla storia della musica più che al presente. Ma più che un pubblico compatto, questa sembra una comunità temporanea, nata casualmente e con riferimenti diversi ma sicuramente ben disposta all’ascolto, di quello che riconoscono essere un progetto che ha fatto la storia della controcultura musicale.

Dal punto di vista sonoro, il concerto tiene insieme spinte differenti. Le linee di basso – ora dub, ora prettamente punk, da sempre una delle firme del progetto – rimangono il motore vero dei brani, mentre le chitarre evitano il gesto rock più ovvio. Alcuni pezzi si allungano, prendono deviazioni, insistono sulle ripetizioni ipnotiche. È una scelta che a tratti mette alla prova l’attenzione ma probabilmente è proprio lì che i PiL continuano a distinguersi. Del resto, non devono piacere per forza a tutti.

Il set si apre con ‘Home’, fin da subito uno dei passaggi più intensi. La voce di Lydon, oggi meno aggressiva ma sicuramente più teatrale, sposta il pezzo verso una dimensione quasi elegiaca per lasciare il passo a ‘Know How’ e ‘World Distruction’, cover dei Time Zone. ‘This Is Not a Love Song’ accolta quasi con sorpresa da una parte del pubblico che forse se la aspettava a chiusura del set (ma come pretendere che John sia prevedibile?) resta uno dei momenti in cui i PiL riescono ancora a trasformare un brano apparentemente immediato in qualcosa di ambiguo, ironico e leggermente destabilizzante. Un anthem a tutti gli effetti. ‘Warrior’ e’ sicuramente uno dei momenti più fisici del live, e anche il pubblico sembra ritrovare improvvisamente un’energia quasi post-punk nel senso più letterale del termine. ‘Flowers of Romance’, invece, rappresenta il lato più ostinato e anti-accessibile del repertorio PiL: ritmica frammentata, atmosfera quasi rituale, nessuna concessione alla nostalgia.

E’ il momento dell’encore ed ecco arrivare ‘Public Image’, inevitabile punto di convergenza della serata. E poi ‘Rise’ quasi in chiusura, inevitabile e imprescindibile, fino al medley finale. Lydon canta in modo diverso rispetto al passato, meno furioso e più teatrale ma senza tentativi di imitare sé stesso. In un’epoca in cui molte band storiche sembrano esistere soprattutto per replicare una fotografia del passato, e tornano a fare tour per giocare sull’effetto nostalgia, i Public Image Ltd danno ancora l’impressione di preferire il rischio di risultare spigolosi. È una band capace di confrontarsi con il proprio repertorio e con i fan, senza semplici celebrazioni nostalgiche di un’epoca passata. Non sempre accomodante, non sempre lineare, ma coerente con quello che i PiL sono stati fin dall’inizio: un progetto nato per complicare le cose, non per renderle più facili. (di Federica Mochi)

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