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'Eco-talebano' tra le parole del 2023, spia di un dibattito sempre più caldo

19 gennaio 2024 | 14.03
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Tra negazionisti e gente stufa, il fronte di chi minimizza i cambiamenti in atto si arricchisce di una nuova ‘arma’. E tra i neologismi più significativi del 2023 spunta l’attivista che compie azioni estreme per far parlare dell'ambiente

Manifestazione per il clima
Manifestazione per il clima

La Terra si sta surriscaldando, e di pari passo si surriscaldano anche le reazioni alla questione ambientale. Tra negazionisti, gente stufa ed esasperata, menefreghisti e persone in cattiva fede, il fronte di chi chiude gli occhi o minimizza i cambiamenti in atto si arricchisce di una nuova ‘arma’. Perché la lingua ferisce più della spada e soprattutto le parole, come diceva Nanni Moretti, sono importanti. Ecco allora che, tra i neologismi più significativi emersi nel 2023, certificati dalla Treccani, spunta ‘eco-talebano’, ovvero l’attivista ecologista che compie azioni estreme per far parlare del problema climatico.

Il pensiero va subito ai Fridays for Future e a Greta Thunberg, che ha subìto attacchi di tutti generi, soprattutto personali, e ai ragazzi di Ultima Generazione che con i loro lanci di vernice sui palazzi istituzionali o sui quadri famosi, ma soprattutto con i blocchi stradali, si sono attirati l’odio della gente.

Il risultato è che si finisce a guardare il dito invece della luna (il cambiamento climatico). E si dà vita a un circolo vizioso per cui se non urli o non compi azioni eclatanti si rischia di non parlare del problema, ma se le compi diventa anche facile strumentalizzarle e manipolarle.

Stanchezza da Apocalisse e comunicazione della sostenibilità

È pur vero che negli ultimi anni i temi del global warming e della minaccia ambientale sono diventati preponderanti nel dibattuto pubblico (e a volte anche in quello privato), spesso con toni ansiogeni e colpevolizzanti. Un’atmosfera che invece di spingere all’azione può portare facilmente verso la reazione contraria e verso la ‘stanchezza da Apocalisse’, cioè quella sensazione di esaurimento dovuta a brutte notizie, sfiducia e sensazione di impotenza rispetto alle tantissime scelte morali che ormai ogni giorno ci vengono richieste.

D’altronde a nessuno piace sentirsi dire cosa deve o non deve fare; infatti, molti consumatori rifiutano la loro quota di responsabilità in materia ambientale. C’è indubbiamente un importante tema di comunicazione, di cui si è parlato anche durante l’ultima edizione di Ecomondo, la più grande fiera italiana dedicata alla sostenibilità, di importanza internazionale, che Adnkronos ha seguito. Durante il Forum dedicato, è emersa soprattutto una necessità: quella di informare e rendere consapevoli le persone, ma senza allarmismi né colpevolizzazioni.

Non a caso da un po’ di tempo si parla di ‘nudging’, traducibile in italiano con ‘gomitata’, per intendere una ‘spinta gentile’ a compiere determinate azioni senza imporle ma influenzando le decisioni e creando le condizioni adatte a realizzarle, soprattutto nell’ambito della salute e del benessere. Potrebbe sembrare una manipolazione, ma anche qui potremmo aprire una riflessione su quanto la nostra società attuale sia manipolatoria per altri fini, molto lontani dal bene comune o individuale.

Il ruolo delle classi politiche

Da una parte la classe politica è espressione del popolo (o almeno di chi vota), ma dall’altra dovrebbe avere una visione di lungo periodo e indirizzare le prospettive future su basi di prosperità e, ancor prima, di sopravvivenza.

Tutto questo richiede un governo che abbia a cuore l’ambiente. Ma paradossalmente, mentre aumentano i disastri ambientali in tutto il mondo e anche in zone come la Germania e l’Italia che si sono sempre raccontate che ‘a me non riguarda’, allo stesso tempo abbiamo assistito alla presidenza Trump negli Stati Uniti (oggi tornato alla carica) e a quella Bolsonaro in Brasile, che ha provocato infiniti danni al polmone verde del pianeta, la Foresta Amazzonica.

Anche in Italia ci sono voci negazioniste, che più o meno in mala fede arrivano fino a confondere ‘meteo (se oggi piove o c’è il Sole)’ con ‘clima (un fenomeno articolato e globale, che vive di tendenze, per le quali un inverno freddo non cambia nulla rispetto al trend di riscaldamento in atto)’, giusto per tirare acqua al mulino del populismo. Usare il temine ‘eco-talebano’ diventa allora un modo per ‘girare la frittata’ e screditare l’ecologista come esagerato, pazzo, moralizzatore.

Italiani popolo di scienziati climatici

E mentre il mondo scientifico è in sostanza unanime circa i cambiamenti climatici e le loro cause, gli italiani si tolgono momentaneamente i panni da allenatori di calcio o da virologi per indossare quelli da esperti del clima. Questo nonostante, secondo le statistiche Ocse, quasi tre concittadini su 10 siano analfabeti funzionali, ovvero sono incapaci di comprendere un testo e in generale le informazioni che ricevono nella vita quotidiana. Un terreno fertile per la nascita delle più varie sfumature anche sul tema ambientale, dove c’è molto di pancia e molto poco di scientifico: ecco allora menefreghisti, complottisti, fatalisti, negazionisti, approfittatori, ambientalisti moderati e infine ecotalebani.

Cugino del termine ‘radical chic’, che ormai sembra passato di moda, il termine ‘eco-talebano’ ha però un pregio, quello di farci riflettere sulle contraddizioni di un ambientalismo spesso molto difficile da applicare. Impossibile, infatti, non parlare di privilegio: se sei giovane, in salute, istruito e con i soldi è sicuramente più facile essere ecologici… o credere di esserlo.

Un cambio radicale

Spesso le persone non hanno i mezzi economici o le risorse mentali per adottare uno stile di vita sostenibile. L’inflazione galoppante, che sta erodendo il potere d’acquisto, non ha certamente aiutato. Il risultato è che essere sostenibili viene percepito sempre di più come un lusso, una ‘cosa da ricchi’. Non a caso il costo dei beni ‘virtuosi’ è il principale ostacolo al loro acquisto.

In generale, cambiare i nostri comportamenti in un’ottica sostenibile non è facile, e spesso l’ambientalista stesso si autoinganna, ignorando le tante contraddizioni di cui anche lui è portatore. Perché essere sostenibili richiede un cambiamento radicale di mentalità e di abitudini: per mantenere lo stile di vita occidentale servono risorse enormi, eppure tornare a 150 anni fa non sembra praticabile né desiderabile.

Insomma, il termine eco-talebano è solo la punta di un iceberg, forse l’unico che invece di sciogliersi alla velocità della luce si consolida e si struttura. È la spia di un retroterra complesso e sfaccettato, che tuttavia alcune certezze le ha: il cambiamento climatico è una realtà e dipende da noi fare qualcosa. Senza ignorare la complessità del problema, che va affrontato partendo dalla speranza e non dalla paura: la prima dà motivazione, la seconda porta agli estremismi, in un senso e nell’altro.

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