La più grande inchiesta mai realizzata sul corpo docente italiano racconta una categoria in trasformazione
Gli insegnanti italiani sono molto diversi da come spesso vengono raccontati. Non sono una categoria immobile, chiusa al cambiamento o disillusa. Al contrario, emerge il profilo di una professione in continua trasformazione, sempre più consapevole del proprio ruolo sociale, aperta all'innovazione e attraversata da nuove esperienze e competenze. È quanto emerge dalla più ampia indagine mai realizzata sul corpo docente italiano, che nel 2025 ha coinvolto quasi 10 mila insegnanti di oltre 400 scuole distribuite su tutto il territorio nazionale. La ricerca, promossa da Be for Education Foundation e realizzata dall'Università di Milano-Bicocca insieme all'Istituto Iard, offre una fotografia inedita della scuola vista dall'interno: attraverso le opinioni, le pratiche quotidiane e le aspettative di chi ogni giorno entra in classe. Lo studio si inserisce in una tradizione di ricerca che accompagna il mondo della scuola da oltre trent'anni. Dopo le rilevazioni del 1990, del 1999 e del 2008, la nuova indagine aggiorna il quadro dei profondi cambiamenti che hanno interessato la professione docente e, più in generale, il sistema scolastico italiano.
I risultati, raccolti nel volume curato da Gianluca Argentin, "In costante divenire: insegnare tra molteplici impegni in contesti plurali" (Il Mulino), restituiscono un'immagine complessa e per molti aspetti sorprendente. Da un lato emerge una categoria che continua a scegliere il proprio lavoro con convinzione e che attribuisce crescente importanza alle competenze educative, relazionali e pedagogiche. Dall'altro affiorano criticità significative: il peso del lavoro svolto fuori dall'aula, il rischio di burnout, la crescente complessità delle classi e la percezione di un prestigio sociale in declino. Ne esce il ritratto di una scuola molto più dinamica di quanto suggeriscano molti stereotipi. Una scuola che cambia insieme alla società e che continua a chiedere ai suoi insegnanti di affrontare sfide sempre nuove, spesso con risorse e riconoscimento inferiori alle responsabilità che si trovano a gestire.
L'indagine illustrata nel volume restituisce un quadro articolato delle trasformazioni in atto nella scuola italiana, evidenziando elementi di continuità e cambiamento. Offre uno sguardo approfondito sull’eterogeneo universo di chi la scuola la vive e la fa funzionare ogni giorno, ma anche sulle trasformazioni che hanno caratterizzato questo gruppo sociale negli ultimi 35 anni, scardinando l’immagine di un’istituzione immobile o resistente ai cambiamenti. Emergono con particolare forza nuove consapevolezze dei docenti rispetto al proprio ruolo educativo in una società in rapido mutamento. Mai negli ultimi decenni gli insegnanti avevano espresso con tanta chiarezza la consapevolezza dell’importante funzione sociale che svolgono nell’esercizio della loro professione. Il quadro complessivo mette in discussione molte rappresentazioni correnti del mondo della scuola.
Chi insegna oggi in Italia: identikit, motivazioni e mobilità - La prima parte del volume traccia il profilo socio-demografico degli insegnanti italiani, esaminando i canali di accesso, gli stili di vita e la mobilità interna della categoria. L’indagine svela che solo due docenti su cento hanno sempre insegnato nella stessa scuola dall'inizio della professione, evidenziando una forte mobilità orizzontale e geografica che include i flussi di rientro dal Nord verso il Sud Italia, interessando in particolar modo il 21% dei docenti diplomati nel Mezzogiorno.
L'indagine scardina l’idea dell’insegnamento come professione puramente strumentale o di ripiego, misurando la coesistenza di spinte pragmatiche e forti motivazioni di natura vocazionale o relazionale, legate principalmente al piacere di lavorare con i giovani e al desiderio di condividere i saperi.
Un primo affondo viene fatto anche sugli insegnanti di sostegno, oggi quasi 250.000 nelle scuole italiane e sostanzialmente raddoppiati negli ultimi dieci anni, per i quali è prevista una pubblicazione “ad-hoc” nei prossimi mesi. Una delle evidenze scientifiche più rilevanti del capitolo riguarda, infatti, proprio il ruolo dell’insegnamento di sostegno come canale di ingresso e di riconversione: più della metà dei docenti di sostegno – precisamente il 53,1% – ha svolto un’altra occupazione stabile prima di entrare a scuola, contro il 39,3% dei colleghi assunti su cattedra. Il volume descrive il sostegno come una “camera di passaggio”, occupata da una quota non trascurabile di personale precario, pari al 6,2% a fronte dell’1,8% delle cattedre comuni, configurando questo segmento come una porta d’ingresso alimentata da provenienze eterogenee. Tra queste si registra un incremento di oltre otto punti percentuali nel personale proveniente da professioni sanitarie e sociali e di oltre sette punti da quelle amministrative e commerciali. Cresce nel tempo, più in generale, la quota di docenti che approda all’insegnamento dopo aver maturato altri lavori, balzando dal 28% del 2008 al 50,3% attuale. Questo fenomeno, noto come “Second-Career Teachers”, incide direttamente sul profilo e sul bagaglio di competenze che entra nelle scuole, contribuendo a delineare una figura docente meno omogenea e spesso caratterizzata dall’esperienza professionale pregressa.
Carichi di lavoro, tempo invisibile e consumi culturali - La sezione dedicata al carico di lavoro restituisce numeri inediti sulla questione di genere all’interno della professione. Le insegnanti donne dichiarano in media 44 ore di lavoro settimanale, contro le 42,5 dei colleghi uomini; in primaria il divario sale a cinque ore. A parità di ore in aula, il differenziale si concentra nel lavoro extra-aula – correzione di compiti, preparazione delle lezioni, riunioni, rapporti con le famiglie –, ore cresciute mediamente di cinque e mezza alla settimana rispetto al 1990 e di tre rispetto al 2008.
Il quadro si ribalta quando si guarda alle attività retribuite svolte fuori dall’orario obbligatorio: in primaria, le esegue il 40% degli uomini contro il 14% delle donne. Una segmentazione interna alla professione che evidenzia differenze nella distribuzione dei carichi di lavoro, soprattutto nelle attività non visibili, ormai parte integrante della docenza nella scuola italiana.
Al di fuori del contesto scolastico, lo studio indaga approfonditamente l’impegno civile e il tempo libero dei docenti, rilevando un profilo caratterizzato da un’attiva partecipazione ai consumi culturali. Nei tre mesi precedenti alla rilevazione l’82,5% dei docenti dichiarava di aver acquistato almeno un libro in libreria, mentre il 69,8% di aver effettuato acquisti di libri online o in formato ebook. Molto rilevante è anche la partecipazione ad attività sul territorio: il 77% dei docenti ha visitato una mostra d’arte o un museo nell’ultimo trimestre e il 66,3% si è recato al cinema. L’attenzione all’informazione generale si mantiene solida, con il 63,2% dei docenti che si attesta nella categoria dei lettori ad alta frequenza di quotidiani online o cartacei, mentre appare inferiore l’uso regolare di riviste specializzate cartacee (41,1%), a causa del forte travaso verso i canali digitali. Il corpo docente mostra infine una spiccata sensibilità sociale, con il 46,4% degli intervistati classificabile come pluri-associato e un apprezzabile 32,1% che svolge regolarmente attività di volontariato.
Una professione stimolante ma socialmente meno riconosciuta - Rispetto al passato, i docenti attribuiscono un’importanza significativamente maggiore a tutte le competenze necessarie per insegnare, a partire da quelle psico-pedagogiche (ritenute molto importanti dal 69% dei docenti rispetto al 56% del 2008) e dalla sensibilità d’animo (72% contro il 52% del 2008), con incrementi particolarmente marcati nella scuola secondaria di secondo grado. A questa forte crescita identitaria si contrappone però una profonda crisi nel riconoscimento esterno: si osserva una persistente criticità sul piano della percezione sociale della professione docente. Cresce, infatti, all’84% la percentuale di quanti ritengono che il prestigio sociale della professione sia calato negli ultimi dieci anni e, soprattutto, si registra un forte aumento nella quota di chi prevede un ulteriore declino nei prossimi dieci anni (+15% rispetto alle passate rilevazioni).
Benessere, burnout e qualità della dirigenza - Il volume offre per la prima volta un quadro sistematico del benessere e del malessere lavorativo, registrando un dato significativo: l’88% degli insegnanti sceglierebbe nuovamente la propria professione, in crescita di sei punti rispetto al 2008, a fronte di un elevato livello di gratificazione legato agli stimoli culturali e professionali.
Ciononostante, il 18,3% dei rispondenti presenta livelli alti di burnout (e un ulteriore 1,5% molto alti) e quasi metà del campione si sente mentalmente esausta almeno qualche volta l’anno. Coesistono quindi assorbimento ed esaurimento: fra i docenti ad alto rischio di burnout, il 48,5% si dichiara comunque entusiasta del lavoro. Per far fronte a queste fatiche, sei docenti su dieci chiedono uno sportello psicologico dedicato. Il libro evidenzia poi come, tra i fattori associati al benessere lavorativo, assume rilievo la qualità del rapporto con la dirigenza scolastica. L’84% dei docenti la valuta positivamente, ma fra i docenti con titoli di studio più alti – dottori di ricerca in testa – la soddisfazione scende e oltre metà del gruppo associa al dirigente almeno un episodio di discriminazione percepita.
Dentro le aule: pratiche didattiche, Intelligenza Artificiale, divario di genere - Un’intera sezione del volume è dedicata alla didattica quotidiana. I dati evidenziano un’evoluzione significativa nelle pratiche didattiche: la lezione frontale, definita dagli stessi insegnanti come pratica abituale, è passata dal 75,3% del 2008 al 56,1% nel 2025, meno diciannove punti percentuali in diciassette anni, con un calo ancora più marcato nella scuola secondaria di secondo grado. Specularmente, le strategie di didattica attiva crescono dal 23,9% al 40,9%.
L’atteggiamento verso l’IA risulta articolato: una minoranza di docenti esprime una chiusura rispetto all’uso domestico, mentre il 42% si dice complessivamente favorevole, pur vedendo alcuni rischi. Emerge tuttavia un forte divario di genere sulle competenze: solo un docente su tre si dichiara preparato a integrare l’IA nel proprio lavoro; fra le insegnanti donne due su tre dichiarano di sentirsi poco o per nulla pronte, contro uno su due fra gli uomini. Un divario che rischia di pesare proprio nei segmenti di scuola dove la presenza femminile è più alta, come la primaria.
Le sfide della pluralità: orientamento, multiculturalismo ed eterogeneità - Uno dei capitoli che merita una segnalazione a parte è quello dedicato all’orientamento e alle sfide poste dalla pluralità, dal multiculturalismo e dall'eterogeneità dei contesti scolastici contemporanei. Un innovativo esperimento “a vignette”, realizzato presentando ai docenti diversi scenari su studenti ipotetici, ha permesso di misurare quanto pesino le caratteristiche estranee al rendimento scolastico nella formulazione del consiglio orientativo, nel delicato passaggio alle scuole superiori di secondo grado. A parità di voto, uno studente proveniente da un contesto sociale più abbiente ha circa sette punti percentuali in più di probabilità di essere indirizzato verso il liceo scientifico o classico rispetto a un coetaneo descritto come figlio di operai. Quando i genitori manifestano aspettative di tipo universitario, la probabilità del liceo cresce di ben dieci punti e quella dell’istituto tecnico economico cala di oltre sette. Il dato è registrato sugli stessi insegnanti in condizione di cecità sperimentale: lo dicono, dunque, gli stessi docenti che ogni anno stilano i consigli orientativi nelle scuole.
Accanto alle disuguaglianze sociali, il volume esplora in modo approfondito la percezione e le competenze dei docenti nelle scuole multiculturali, in un contesto nazionale in cui gli alunni con cittadinanza non italiana si attestano a 930.000 presenze, pari all’11% del totale degli iscritti. La presenza di studenti con cittadinanza non italiana è percepita come un’opportunità da oltre il 90% dei docenti, ma il 71,6% segnala che la gestione di contesti plurali comporta un aumento del carico di lavoro, in modo particolare nella scuola primaria, dove la quota tocca il 77,6%.
Percezioni analoghe emergono sul fronte delle molteplici fonti di eterogeneità degli studenti legate a disabilità, disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) e bisogni educativi speciali (BES). I docenti esprimono un buon livello complessivo di preparazione e autoefficacia nel lavoro quotidiano con Dsa, con un punteggio vicino all’8 su 10, ma si sentono significativamente meno pronti e supportati di fronte a nuove complessità emergenti, come la presenza di studenti rom e sinti (punteggio medio 6,3) o l’accoglienza di studenti rifugiati (punteggio medio 6,2).
Violenza, conflitti, discriminazioni: percezione e realtà - La quinta sezione del volume evidenzia una distanza tra fenomeni osservati e percezioni diffuse. La violenza fisica subita direttamente da parte di uno studente nell’ultimo anno scolastico riguarda il 2,1% dei docenti; quella subita da parte di un genitore lo 0,5%. Eppure, la quota di insegnanti convinti che la violenza verso i docenti sia aumentata è passata dal 20% del 1999 al 78,6% del 2025, evidenziando come l’allarme sociale sia significativamente più diffuso rispetto al fenomeno in sé. Un ulteriore punto evidenziato riguarda le discriminazioni vissute lungo il percorso professionale. Chi ha assistito a fenomeni di discriminazione percepisce come particolarmente significativi i fattori di carattere strutturale: "essere da poco nella scuola" (44,4%), "non avere le giuste conoscenze" (35,6%) o "essere a contratto a tempo determinato" (28,8%). Decisamente meno significative risultano, invece, le discriminazioni legate a fattori di genere (8,8%) o di provenienza etnica (0,9%). Il libro segnala anche criticità nelle relazioni tra colleghi, caratterizzate da rivalità, competizione e tensioni professionali: un dato che, letto in parallelo a quello sul burnout, contribuisce a delineare un ambiente di lavoro la cui criticità non sta tanto nello scontro con l’utenza, quanto nelle dinamiche interne all’organizzazione scolastica.
Politiche, valutazione del lavoro docente, eredità della pandemia - La sesta e ultima sezione del volume guarda alle politiche scolastiche con lo sguardo degli insegnanti. La valutazione formale dell’operato docente è un fronte su cui l’Italia, lentamente, sta cambiando: secondo i dati Talis-Ocse, nel 2013 il 70,1% dei docenti italiani della scuola media non era mai stato valutato formalmente; nel 2024 la quota è scesa al 24,6%. Eppure, fra trenta priorità di policy proposte agli stessi insegnanti, "l’assenza di un sistema di valutazione" si colloca al ventinovesimo posto: emerge una distanza tra il quadro istituzionale e la percezione degli insegnanti rispetto al tema della valutazione, che si colloca tra quelli a cui viene attribuita minore centralità.
A cinque anni dalla pandemia, infine, i docenti restituiscono un quadro articolato: per il 39,6% i cambiamenti prodotti dal Covid sono stati minimi o assenti, mentre per il 31,8% risultano rilevanti. I risultati indicano che i cambiamenti inizialmente interpretati nel dibattito pubblico come una trasformazione significativa del fare scuola si sono in molti casi riassorbiti nelle pratiche pre-pandemiche. (di Paolo Martini)