I giudici della quinta sezione penale hanno rigettato i ricorsi presentati dagli imputati contro la sentenza della Corte di Appello di Roma. Lo scrittore: "Dopo 18 anni riconosciuta minaccia mafiosa"
Diventano definitive le condanne per le minacce rivolte in aula nel 2008 durante il processo di secondo grado ‘Spartacus’ a Napoli allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione. I giudici della quinta sezione penale della Cassazione hanno rigettato i ricorsi presentati dagli imputati contro la sentenza della Corte di Appello di Roma che lo scorso luglio ha confermato la decisione di primo grado che ha riconosciuto le minacce aggravate dal metodo mafioso condannando il boss del clan dei Casalesi Bidognetti a un anno e sei mesi e l’avvocato Michele Santonastaso a un anno e due mesi. Nella sua requisitoria oggi il sostituto procuratore generale Perla Lori aveva chiesto di dichiarare inammissibili i ricorsi degli imputati sottolineando come “correttamente i giudici di secondo grado abbiano trovato nelle espressioni usate in aula delle minacce rivolte alle parti offese”.
“L'insieme delle esternazioni lette pubblicamente in udienza dall'avvocato Michele Santonastaso - scrivevano i giudici nella sentenza di Appello confermata oggi dalla Cassazione - il contesto storico e processuale in cui le stesse sono state inserite, i toni utilizzati, il forte risentimento manifestato, l'indicazione nominativa e ripetuta dei due giornalisti, le violente accuse loro rivolte di condizionare la magistratura e così contribuire all'emissione di ingiuste condanne, fanno chiaramente intendere il messaggio implicito sottostante, di natura inequivocabilmente minatoria, che con la inconsueta lettura dell'atto di rimessione si intendeva far arrivare”.
“Oggi, dopo 18 anni dai fatti, la Corte di Cassazione ha definitivamente riconosciuto la minaccia mafiosa di cui sono stato destinatario”, ha scritto Saviano in un post su Facebook. “Nel 2008, Francesco Bidognetti, vertice del clan dei casalesi, attraverso il suo avvocato, Michele Santonastaso, nel corso dell’appello del maxi processo Spartacus, minacciò me e Rosaria Capacchione facendo leva sul suo potere mafioso e comunicando all’esterno che eravamo noi gli obiettivi e che Gomorra aveva contribuito alla sconfitta del clan dei casalesi. Ci sono voluti 18 anni per una sentenza definitiva, mentre io sto scontando già da 20 la pena delle minacce mafiose”, scrive Saviano.
“Ringrazio l’Arma dei Carabinieri che mi è stata accanto, che mi ha protetto, tranquillizzato, ringrazio uno a uno, dal profondo del cuore, tutti i carabinieri che in questi lunghi anni sono stati accanto a me, facendomi da famiglia. Ma lo Stato, oggi, non può dire di aver vinto, perché non è in grado di assicurarmi un futuro di libertà, libertà dal pericolo che incombe dal giorno in cui quella minaccia è stata pronunciata. Il mio pensiero - conclude - va infine a tutte quelle persone che in questi anni mi hanno reso oggetto degli attacchi più vili. Molto di loro, oggi, siedono al governo”.
“È un risultato enorme perché per quanto ci siano voluti 18 anni questa sentenza attesta quello che noi sapevamo da sempre. A Roberto Saviano è stata mossa una minaccia mafiosa che gli ha condizionato la vita. Sicuramente il fatto che ci siano voluti 18 anni fa capire quella che è la condizione della nostra giustizia, ma oggi non possiamo che essere soddisfatti perché è veramente una giornata importante, anche per il Paese”, ha detto all’Adnkronos l’avvocato Antonio Nobile, legale di Saviano. “Non era mai accaduto che un atto giudiziario venisse strumentalizzato per minacciare con l'aggravante mafiosa dei giornalisti. E quindi questa è una cosa che ha una unicità e anche da questo punto di vista l'antimafia italiana fa scuola”, ha aggiunto.
“Ci hanno messo 18 anni per arrivare alla sentenza definitiva e proprio oggi sono 18 anni che vivo sotto scorta. Finalmente si è fatta chiarezza sul fatto che certi comportamenti non sono l’esercizio di un avvocato in aula ma minacce fatte alla stampa”, ha detto all’Adnkronos la giornalista Rosaria Capacchione.