Biennale Arte, Alevtina Kakhidze: "Chi ha permesso ritorno Russia o non capisce il mondo o coopera con Mosca"

Biennale Arte, Alevtina Kakhidze:
24 marzo 2026 | 16.54
LETTURA: 6 minuti

"Chi è stato coinvolto nella decisione di riaprire il Padiglione della Russia all'Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia dopo la pausa che ha fatto seguito all'inizio dell'invasione su larga scala dell'Ucraina o non comprende il mondo in cui vive oppure coopera consapevolmente con la Russia, un Paese che sta commettendo crimini di dimensioni e cinismo senza precedenti in Europa dalla Seconda guerra mondiale". Ricorda che "la guerra è in corso", Alevtina Kakhidze, artista ucraina di spicco molto nota anche all'estero (ha fra l'altro rappresentato l'Ucraina alla Biennale di Malta nel 2024, esposto a Base a Milano lo scorso anno, nel 2014, a Manifesta 10 a San Pietroburgo, e ha partecipato al progetto Working for Change del Padiglione del Marocco alle 54esima edizione della Biennale di Venezia del 2011).

CTA

Nata a Zhdanivka, un insediamento nella regione del Donetsk occupato dalle forze filo russe sin dall'inizio del conflitto nel 2014, Kakhidze ritiene che la presenza della Russia alla mostra che si aprirà a Venezia a maggio non si equilibri con l'apertura di uno spazio per artisti russi dissidenti accanto al progetto “The Tree is Rooted in the Sky" curato da Anastasia Karneeva. La guerra in Ucraina - che aveva portato la Russia nel 2022 a non partecipare all'Esposizione inaugurata pochi mesi dopo l'inizio della sua 'operazione speciale', e nel 2024, a cedere alla Bolivia lo spazio aperto nel 1914 ai Giardini della Biennale - non è finita.

Anzi. "Dal 2014, ogni giorno che passa, si fa per me più pesante. Sono quasi 12 anni che convivo con la guerra. Ho seppellito amici che si sono arruolati e sono stati uccisi", denuncia Kakhidze in una intervista all'Adnkronos, citando i nomi di Margarita Polovinko, artista e pilota di droni, e David Chickan, artista e operatore di mortaio. "Persone a cui tengo sono state costrette a sfollare perché le loro case sono state distrutte e mia zia sta ancora guarendo da un trauma da pressione in seguito ai bombardamenti", racconta Alevtina Kakhidze che dal 2008 vive a Muzychi, a 26 chilometri da Kiev e non lontano da Bucha, a "47 minuti di auto", come ha scritto in una sua opera dedicata al massacro di civili operato dalle forze russe poco dopo l'inizio dell'invasione. E dove ha aperto una residenza d'artista che si è interrotta nel 2022.

"A causa delle azioni della Russia, abbiamo appena trascorso l'inverno più difficile che potessimo mai immaginare, senza elettricità per più di quattro giorni di fila, con meno 28 gradi di temperatura. Siamo esausti de questa guerra mentre il mondo si comporta sempre di più come se invece non ci fosse", aggiunge, commentando, oltre al ritorno di un progetto della Russia alla Biennale Arte, l'ammissione della squadra russa ai Giochi paralimpici invernali di Cortina e il sollevamento di alcune sanzioni contro Mosca.

"Quanto alla proposta di aprire uno spazio agli artisti russi della dissidenza a Venezia, la questione è prima di tutto la sua attuabilità", sottolinea. "Se i cosiddetti artisti russi dissidenti si trovano fuori dalla Russia, è difficile considerarli dissidenti di un Paese di cui non fanno più parte. Se invece sono rimasti in Russia e lavorano anonimamente, è molto improbabile che siano disposti, nelle condizioni attuali, a rivelare pubblicamente la loro identità. E non potrebbero partecipare neanche se sostengono l'Ucraina, se addirittura combattono al fianco delle forze ucraine, come alcuni fanno". "Penso quindi che questa idea operi come forma di manipolazione linguistica. Gli attori russi giocano con termininologia e narrative mentre molti attori occidentali mancano della comprensione del contesto per poter valutare in modo critico tali proposte. Per questo, le parole sono considerate alla lettera, senza la necessaria consapevolezza di come sono costruite o strumentalizzate".

All'inizio del conflitto nel Donbass nel 2014, le forze filo russe hanno occupato Zhdanivka che la madre di Alevtina si era rifiutata di lasciare. A lei e alla sua vita in quei primi anni di guerra, l'artista ha dedicato l'opera "Klubnika Andreevna". Una serie di disegni - le opere di Kakhidze sono spesso disegni apparentemente infantili - basati sui racconti che la madre le faceva al telefono in quel periodo, protagonista Klubnika (fragola in russo), il soprannome che aveva dato al Ludmilla, uccisa a 70 anni a un posto di blocco che era costretta a superare regolarmente per entrare in territorio controllato da Kiev a ritirare la pensione, un bambino dell'asilo in cui aveva lavorato come maestra.

La riapertura del Padiglione russo "riflette per me un cedimento etico e un certo infantilismo e distacco dal contesto in cui ci troviamo tutti", aggiunge Kakhidze. E per la comunità degli artisti ucraini? Più che con sorpresa, l'annuncio è stato accolto con "crescente delusione per la dissolvenza del mondo". "E' però ben chiaro a tutti che le persone hanno paura di essere risolute e di riconoscere quanto profondamente siano debitrici agli ucraini. E' spesso più facile pensare a noi in modo inadeguato o con distacco piuttosto che agire nelle modalità di cui abbiamo bisogno".

E mentre la sua arte "include la politica da sempre", in Ucraina adesso "non è possibile per nessuno fare arte senza politica". Anche se "desidererei tanto che non fosse così", sottolinea Kakhidze - che si è formata all'Accademia nazionale di belle arti di Kiev e alla Jan van Eyck Academie di Maastricht e che ha ricevuto, fra i molti riconoscimenti, anche il Premio Kazimir Malevich, iniziativa congiunta di Ucraina e Polonia conferito ogni due anni ad artisti ucraini con meno di 45 anni (lei ne ha ora 53).

Nel 2014, proprio all'inizio della prima fase del conflitto, l'artista aveva partecipato alla mostra Manifesta 10 di San Pietroburgo, con la performance "Methods of building the Political Truth" - la rappresentazione di una immaginaria conferenza stampa in cui diversi personaggi, di fatto l'artista che risponde, sotto i diversi disegni che li indicano, alle domande di giornalisti di fantasia.

Non un'eco della 'fabbrica dei troll' operativa nella stessa città di cui emergeva in quelle settimane l'esistenza. Ma la necessità di parlare con diverse voci, pur non completamente discordanti fra loro, per ottimizzare le possibilità di essere ascoltata. "Era il vero inizio della guerra fra i nostri Paesi. Ho provato in quei giorni a fare tutto quello che potevo. A San Pietroburgo ho cercato di parlare a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi. Per farmi sentire, dovevo invernarmi modalità particolarmente creative. Quindi ho creato posizioni diverse da cui esprimermi. Ognuno dei personaggi - o ruoli - che ho scelto aveva una sua logica, il suo modo di interpretare la realtà. In scena c'erano il turista, colui che osserva dall'esterno, il combattente, l'osservatore dall'interno, il mediatore. E il giardiniere, che ho inserito in seguito. Non erano opposti fra loro in modo radicale.".

"Il mio approccio è radicato nell'osservazione della comunicazione", spiega inoltre l'artista giardiniera ucraina (il mondo delle piante è ricorrente nella sua opera e viene usato come metafora politica e sociale). "Non ero interessata a chi di loro fosse nel giusto, ma a come questo giusto viene costruito a partire dalle esperienze che si manurano, o da dove ci si trova, in funzione della realtà".

"La mia partecipazione a Manifesta mi ha fatto capire molte cose sui russi. Ho preso parte a incontri in cui alcuni parlavano di democrazia e generosità, le stesse persone che poi hanno sostenuto l'invasione su vasta scala dell'Ucraina. Fra loro, anche il direttore del Museo Hermitage Mikhail Piotrovsky". Il 21 giugno del 2022, in una intervista a Rossiyskaya Gazeta, ricorda Kakhidze, Piotrovsky aveva dichiarato esplicitamente: "le nostre recenti mostre all'estero sono una specie di operazione speciale". In questa intervista, il termine operazione speciale' "faceva direttamente da eco al termine ufficiale russo usato per definire l'invasione dell'Ucraina". "Usando questo linguaggio, ha inquadrato l'attività culturale, le mostre e il lavoro curatoriale, come ingranaggio dello stesso macchinario ideologico e geopolitico della guerra, suggerendo che la cultura può operare come una estensione del potere dello stato e della sua influenza all'estero. Il mondo ne è al corrente? E reagisce? Eppure Mikhail Piotrovsky continua a spostarsi liberamente in Europa, mentre il Canada è l'unico Paese occidentale che lo ha sanzionato", conclude l'artista ucraina.

Riproduzione riservata
© Copyright Adnkronos
Tag
Vedi anche


SEGUICI SUI SOCIAL

threads whatsapp linkedin twitter youtube facebook instagram

ora in
Prima pagina
articoli
in Evidenza