Buzzella (Federchimica): "Costi energetici a 23% valore produzione. Serve cambio rotta"

L'industria chimica è il settore più impattato dal conflitto in corso in Medio Oriente. Il rischio, avverte il presidente di Federchimica, è quello di carenza fisica di materie prime per diverse filiere.

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26 marzo 2026 | 19.25
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Non è solo una questione di distributori di benzina o bollette domestiche. Il conflitto in Iran hanno innescato una reazione a catena che rischia di paralizzare il cuore dell'industria italiana, la chimica. A lanciare l'allarme è il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, che descrive lo scenario attuale come uno di "estrema incertezza" dove i rincari a doppia e tripla cifra delle materie prime sono già realtà. Con l'incidenza dei costi energetici destinata a toccare il 23% del valore della produzione nel 2026, il settore si trova di fronte a una tempesta perfetta: impianti che chiudono, scorte ai minimi e un divario competitivo con gli Stati Uniti che vede l'Europa pagare il gas tre volte tanto. Serve "un cambio di rotta europeo" avverte Buzzella.

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Come sta impattando il conflitto e l’aumento del prezzo di gas e petrolio?

L’industria chimica è probabilmente il settore più impattato dagli effetti del conflitto in quanto utilizza le fonti fossili sia a fini energetici sia come materie prime. Oltre all’aumento del costo dell’energia, che desta grandissima preoccupazione, stiamo già assistendo ad un’ondata di dichiarazioni di forza maggiore e fermate di impianti chimici, principalmente in Asia, dipendenti dalle forniture medio-orientali di virgin nafta (derivato del petrolio e materia prima fondamentale per tutte la petrolchimica) unitamente a rincari, in alcuni casi già a doppia o tripla cifra, del costo delle materie prime chimiche che avranno inevitabili ricadute lungo tutta la filiera. Dato lo scenario di estrema incertezza, anche con riferimento alle previsioni sul prezzo del petrolio, gas e dell’elettricità, risulta difficile quantificare il costo aggiuntivo per gli effetti della guerra. I dati a nostra disposizione confermano che, tra il 2021 e il 2024, l’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica è passata dal 14 al 18% (considerando anche l'uso come materia prima) con punte ben più elevate per fertilizzanti, chimica di base e polimeri. Nel 2026 tale incidenza potrebbe raggiungere il 23% del valore della produzione.

Abbiamo scorte sufficienti? Il ministro Salvini la scorsa settimana affermava che un prolungamento del conflitto potrebbe portare a non avere più carburante e greggio.

Sappiamo che sia a livello internazionale sia da parte del nostro Governo il tema è al centro dell’attenzione, anche in relazione alle mosse dell’Agenzia internazionale dell’energia che ha deciso un primo rilascio di scorte. I rischi più immediati riguardano alcune tipologie di carburanti (in particolare jet fuel) e il gas naturale, tenuto conto delle scorte europee su livelli minimi dal 2022, delle necessità di ristoccaggio in vista del prossimo inverno e della concorrenza con l’Asia nell’approvvigionamento. L’Italia, pur risultando tra i Paesi europei più dipendenti dalle forniture di gas medio-orientale, presenta livelli di stock di gas naturale superiori alla media europea (47%). In ogni caso, è concreto il rischio che si allarghi ulteriormente il divario competitivo nel prezzo del gas naturale, che nel 2025 risultava in Europa pari a 3 volte quello degli Usa. Le ricadute sul prezzo dell’elettricità in Italia saranno più pesanti, rispetto agli altri paesi europei, non solo a causa della rilevanza del gas nel mix energetico (con un peso superiore al 40%), ma anche del meccanismo europeo di formazione dei prezzi che amplifica questo effetto fino a farlo raddoppiare, come rilevato dal Rapporto Draghi. In caso di compromissione delle infrastrutture energetiche medio-orientali, come sta già succedendo in parte, gli effetti sarebbero ancora più drammatici e duraturi.

Esistono piani di emergenza o strategie di diversificazione che le aziende del comparto stanno adottando per non restare isolate in caso di blocco delle rotte commerciali o nuove sanzioni internazionali?

Le imprese chimiche sono fortemente impegnate nel contenere i consumi e i costi energetici: già nel 2021-2022 il 42% delle imprese aveva intrapreso azioni per l’efficientamento e il 25% per l’utilizzo di fonti rinnovabili. Esistono, tuttavia, forti limiti alla possibilità di sostituire le fonti fossili (petrolio e gas naturale) nelle produzioni chimiche sia a fini energetici sia come materie prime. Le imprese chimiche stanno attuando strategie di diversificazione, ma per diversi prodotti chimici siamo dipendenti da forniture extra-europee. Basti pensare che la Cina rappresenta il 46% della produzione chimica mondiale e che, nel 2025, si è affermata quale primo fornitore estero dell’Italia sopravanzando la Germania. Per prodotti quali acrilonitrile butadiene stirene (Abs), metil metacrilato (Mma), resine epossidiche, vinile acetato monomero (Vam), fibre poliestere, l’Europa dipende da Asia e Medio Oriente per il 40-50% dei consumi. Anche se gli impianti europei di chimica di base e grandi intermedi hanno ampi margini di capacità inutilizzata, sono, in molti casi, riluttanti ad aumentare la produzione perché l'impennata dei costi della virgin nafta e dell'energia compromette i loro margini.

Qual è la sua valutazione sulla resilienza delle catene di approvvigionamento chimico italiano in questo scenario?

Nonostante gli sforzi di diversificazione delle imprese, la resilienza delle catene di approvvigionamento chimico – non solo in Italia, ma in tutta Europa – rischia di essere compromessa. Questo comporterebbe, nel breve termine, gravi ripercussioni su tutto il sistema industriale ed economico. Non dimentichiamo che i prodotti chimici sono componenti essenziali del 95% dei beni che ogni giorno consumiamo per qualsiasi nostra esigenza. Nel medio termine il rischio è ancora più grave: possono verificarsi ulteriori perdite di capacità produttiva, con ripercussioni sociali e l’acutizzarsi della dipendenza dall’estero e della vulnerabilità rispetto ad eventi completamente al di fuori dal nostro controllo. Già prima del conflitto i costi energetici e delle materie prime rappresentavano il più grave fattore di svantaggio competitivo per l’industria chimica non solo in Italia, ma in tutta Europa. Da un recente studio realizzato dall’associazione europea Cefic (European Chemical Industry Council), con il supporto di Roland Berger, risulta che, dal 2022, la perdita di capacità connessa alle chiusure annunciate degli impianti chimici in Europa è aumentata di sei volte, portando con sé una riduzione di 37 milioni di tonnellate corrispondente al 9% della capacità produttiva europea. Le chiusure annunciate impattano su 20.000 posti di lavoro diretti nell'industria chimica, mettendone a rischio ulteriori 89.000 nelle filiere collegate. In Italia la produzione chimica è in calo da quattro anni consecutivi e si colloca su livelli del 13% inferiori al 2021, ossia a prima della crisi energetica.

Petrolio e gas sono anche ingredienti per i prodotti finiti. Con il conflitto che minaccia i flussi, quanto è reale il rischio di una carenza fisica di materie prime di base per il settore farmaceutico o l’automotive?

Quanto più il conflitto si prolunga e si aggrava, tanto più si fa concreto il rischio di carenza fisica di materie prime in svariate filiere: farmaceutico, automotive ma anche agroalimentare, tessile, costruzioni e tante altre. Un ambito già sotto forte stress è quello dei fertilizzanti con ricadute sensibili in tutta la filiera agroalimentare. In particolare, il prezzo dell’urea, uno dei fertilizzanti più utilizzati, ha registrato quasi un raddoppio nelle ultime settimane a seguito della sospensione della produzione di urea nel Qatar, uno dei principali produttori mondiali, insieme a quella del gas naturale, che rappresenta la materia prima essenziale per questo tipo di fertilizzante. Questo ha inevitabilmente comportato un aumento significativo anche del prezzo degli altri fertilizzanti. Un altro esempio riguarda lo zolfo, materia prima fondamentale per la produzione di acido solforico, che ha innumerevoli applicazioni anche in ambito farmaceutico e sanitario, che ha subito incrementi di prezzo estremamente problematici.

 Quale pensa possa essere una via d’uscita da questa situazione se il conflitto dovesse protrarsi nel tempo?

Purtroppo, non ci sono soluzioni facili né immediate. Innanzitutto, occorre capire che l’industria chimica è direttamente colpita dalla situazione in Medio Oriente con gravi ricadute per tutto il sistema economico e sociale. Di conseguenza, misure di mitigazione, da parte delle istituzioni, devono essere prioritariamente indirizzate a questo settore. È inoltre necessario un deciso e urgente cambio di rotta a livello europeo a partire dall’immediata sospensione del sistema Ets che, con un prezzo della co2 pari a 75 euro, genera un extra-costo di 20 euro sul prezzo dell’elettricità. Complessivamente – tra costi diretti e indiretti per le emissioni di co2 – la chimica versa in un anno oltre 600 milioni di euro, un onere che non grava sui produttori extra-europei ed equivale alle spese di R&S del settore. In ogni caso, è indispensabile rivedere il benchmark del calore, che penalizza fortemente il settore chimico, e conservare le quote gratuite per contrastare il rischio di delocalizzazione verso Paesi con regolamentazioni ambientali meno restrittive (carbon leakage). A livello nazionale, va anticipata l’implementazione del Decreto-legge Bollette che prevede la compensazione del costo dell’Ets sulla formazione del prezzo dell’energia da fonte termoelettrica. È necessario estendere tale compensazione anche alle cogenerazioni al fine di evitare penalizzazioni nel mercato, compromettendo gli investimenti nell’efficientamento energetico. Va, inoltre, rivista la disciplina per la compensazione dei costi indiretti Ets che, fin dal momento dell’avvio, ha penalizzato l’Italia rispetto agli altri Paesi europei. Un ragionamento in termini di riserve strategiche a livello europeo e italiano può essere opportuno, ma la via maestra risiede in politiche a tutela della competitività dell’industria chimica. (di Marco Cherubini)

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