Edito da Rizzoli, indica un percorso obbligato: non c'è una strada alternativa e non c'è un compromesso possibile
'Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo' è il libro firmato da Mario Draghi, edito da Rizzoli, il libreria dal 16 giugno. Ma è molto più di un libro autorevole, perché firmato dall'ex presidente della Bce ed ex premier italiano. E' un vero e proprio manifesto sull'Europa e sull'europeismo, intesi nella loro accezione più nitida, con toni ultimativi che restituiscono tutta l'urgenza di intervenire, subito, per invertire una traiettoria. Competere, ovvero investire le risorse che servono nelle idee che devono garantire il futuro. Oppure, sparire. Perché non c'è una strada alternativa e non c'è un compromesso possibile. O si torna a competere o si sparisce.
Draghi ha il curriculum e lo standing per essere credibile. Nel 2012, da presidente della Bce, ha salvato l’euro durante la crisi del debito sovrano. Nel 2021 è diventato presidente del Consiglio nel pieno della pandemia. Poi è stato chiamato a redigere un rapporto sulla competitività europea che traccia le linee guida per il rilancio dell’Unione. I suoi interventi pubblici, soprattutto nell'ultimo anno, hanno avuto una matrice comune che il prologo del libro riassume fedelmente.
La premessa, necessaria, è la definizione stessa dell’Unione Europea: "è un esperimento con pochi precedenti nella storia dell’umanità. Un continente segnato per secoli da divisioni e guerre ha intrapreso un percorso di unità e pace per garantire prosperità e benessere ai suoi cittadini. L’Europa è oggi un insieme di democrazie, ciascuna con la propria identità nazionale, ma tutte impegnate perché questo insieme abbia esso stesso un’identità, quella europea".
Il passaggio chiave è quindi la difesa dei valori su cui si tiene l'Europa. "L’agire insieme è divenuto condizione necessaria per affrontare la competizione con le altre grandi potenze del mondo, ma anche per sopravvivere con quei valori che nel corso degli anni sono venuti a definire questa identità comune. La costruzione dell’Europa poggia su un modello economico e sociale unico, capace di coniugare equità, solidarietà, rispetto dell’ambiente. Per decenni, ogni cittadino europeo è cresciuto nella consapevolezza che la società di cui era parte non lo avrebbe lasciato solo. Questa rete di protezione – che va dalla sanità all’istruzione alla previdenza – è l’orgoglio di tutti gli europei".
Si tratta, però, di un patrimonio condiviso che oggi è a rischio. "La sfida per le istituzioni – governi, Commissione europea, parlamenti – è assicurarsi che questo modello rimanga sostenibile e capace di evolvere insieme alle nostre società. L’Europa deve ritrovare la capacità di crescere. Il rapporto 'Il futuro della competitività europea', consegnato alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e i discorsi che lo hanno accompagnato nascono, prima di tutto, da questa urgenza".
In questo contesto, "riuscire a competere con il resto del mondo vuol dire assicurarsi che i giovani europei – e gli europei che non sono ancora nati – abbiano gli stessi diritti, le stesse tutele, le stesse opportunità che hanno definito il nostro modello in questi decenni. È una questione di giustizia sociale, di valori collettivi, di identità europea. Ma vuol dire anche poter difendere i nostri confini e la nostra indipendenza politica, la nostra libertà".
L'analisi di Draghi è circolare. Nel senso che ricorre il legame, stretto, tra le ragioni che hanno reso grande l'Europa e l'urgenza di tornare a valorizzarle. "Le sfide che l’Europa ha davanti a sé – tecnologiche, demografiche, geopolitiche – sono straordinarie. Ma altrettanto straordinaria è l’ambizione che ha sempre caratterizzato il progetto europeo. La sua ideazione ha messo da parte secoli di stragi e di conflitti. La sua realizzazione ha superato enormi ostacoli politici, economici, sociali. Oggi c’è ancora molto da fare per rendere l’Europa in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini. La domanda che dobbiamo porci è se condividiamo ancora la stessa ambizione del recente passato. Lo dobbiamo ai padri fondatori dell’Europa, a noi stessi, a chi verrà dopo di noi". (Di Fabio Insenga)