Quasi due anni esatti dopo il passo indietro di Sunak, si cerca un nuovo primo ministro. L'ennesimo avvicendamento sulla scia di una crisi strisciante che nessun primo ministro finora è riuscito a contrastare
Sì, c'è anche il caso Mandelson e la pessima gestione del suo licenziamento dopo lo scandalo legato ai file Epstein. Ma le dimissioni di Keir Starmer sono legate soprattutto, come avvenuto per i cinque premier che lo hanno preceduto, alla Brexit, una vera e propria maledizione per il Regno Unito, e agli errori commessi sul piano economico. Una costante per gli ultimi dieci anni di storia britannica che evidenziano come il consenso svanisca rapidamente quando si perde la capacità di indirizzare nel verso giusto le finanze e la qualità della vita delle persone. Starmer paga soprattutto gli errori sulla spesa sociale, la salute e le risorse per la Difesa. L'ennesima crisi, che si è consumata con le dimissioni del 22 giugno 2026, è stata annunciata dai passi indietro, tra maggio e giugno 2026, del ministro della Salute Wes Streeting e del ministro della Difesa britannico John Healey e dalla dura sconfitta del Partito Laburista alle elezioni locali inglesi e a quelle per le assemblee scozzese e gallese, tutti voti influenzati dalle mancate risposte fornite dalla leadership sul piano sociale ed economico. E' una storia che si ripete, partendo proprio dalla Brexit.
Il primo a saltare è stato David Cameron, conservatore, che ha voluto il referendum, ha fatto campagna per il no e ha perso nelle urne il 23 giugno 2016, quando il 51,89% degli elettori britannici hanno scelto di lasciare l’Unione europea. Altre dimissioni direttamente legate alla Brexit sono state quelle di Theresa May, nel 2019, arrivate dopo un lungo stallo in Parlamento sulle modalità di uscita dalla Ue. Il suo successore, Boris Johnson, uno dei principali esponenti della campagna pro-Brexit, è riuscito invece a portare a termine un accordo sia in Parlamento sia a Bruxelles, firmando l'uscita ufficiale della Gran Bretagna dalla Ue il 31 gennaio 2020. Le dimissioni, nel suo caso, sono arrivate nel 2022 a seguito a una rivolta ministeriale, legata a scandali e passi falsi.
Liz Truss è il caso più eclatante di fallimento legato alla pessima gestione del dossier economia. La sua scommessa sul 'mini-budget', una serie di tagli fiscali non adeguatamente coperti non ha per nulla convinto i mercati finanziari, che hanno innescato una spirale rapidissima che ha portato a una pericolosa crisi di fiducia, mettendo a rischio la stabilità finanziaria del Regno Unito. E' rimasta a Downing Street solo 45 giorni prima di annunciare le sue dimissioni.
Rishi Sunak è diventato, sempre nel 2022, il terzo primo ministro britannico in tre mesi. Ma il consenso del partito conservatore, nonostante nel febbraio 2023 sia stato capace di raggiungere un accordo con l'Ue sulle regole commerciali per l'Irlanda del Nord, migliorando i rapporti tra Londra e Bruxelles, si è ulteriormente consumato per il deteriorarsi della qualità della vita degli inglesi e, alle elezioni del 4 luglio 2024, è stato battuto da Partito Laburista di Keir Starmer.
Ora, quasi due anni esatti dopo, si cerca un nuovo primo ministro. L'ennesimo avvicendamento sulla scia della maledizione della Brexit e di una strisciante crisi economica, che nessun primo ministro finora è riuscito a contrastare. (Di Fabio Insenga)