Groenlandia, amb.Ferrara: "Torsione verso politica immobiliare e non dipende solo da Trump"

Confini e territori tornati centrali. Andiamo verso la 'Westexit'?

(Afp)
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10 gennaio 2026 | 18.37
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Nel mondo è in atto "una torsione verso una politica estera immobiliare, che non dipende solo da Trump, nella quale ha ripreso centralità la conquista di territori, a prescindere dal conflitto in Ucraina". Davanti alle rivendicazioni del presidente americano sulla Groenlandia, al 'controllo' del Venezuela, ma anche a conflitti sui confini come quello tra Thailandia e Cambogia, l'ambasciatore Pasquale Ferrara, docente alla Luiss di Diplomazia e negoziato, ragiona su quella che potrebbe essere la tendenza dei prossimi anni, laddove "molti analisti immaginavano invece una politica internazionale basata su questioni virtuali e attacchi cyber, che sono sicuramente importanti, mentre gli eventi degli ultimi mesi dimostrano che non si può prescindere dall'aspetto più tangibile dei territori, con i confini che sono tornati essere un elemento forte di tensione".

Premesso che gli Stati Uniti hanno una lunga storia di acquisizione di territori - dalla Louisiana all'Alaska fino alla Florida - l'ex direttore per gli Affari politici della Farnesina sottolinea che quelle di allora erano "transazioni consensuali, marcate nel senso di una visione dell'emisfero occidentale come il cortile di casa degli Stati Uniti, secondo la dottrina Monroe", l'America agli americani. Che adesso Trump sostiene di aver aggiornato facendola diventare 'dottrina Donroe', ma che di fatto "è la negazione di quella del 1823 del suo predecessore, che mirava "a preservare gli stati americani dall'influenza dei Paesi europei, e quindi a garantirne l’indipendenza“. Piuttosto, secondo Ferrara, quella del presidente è "un aggiornamento della politica del 'Big stick' di Theodore Roosevelt, che ripeteva il motto ‘parlare gentilmente ma usare un grande bastone', per il pieno e assoluto controllo dell'emisfero occidentale, di tutte le Americhe dal nord al sud, con l'intento - credo illusorio - di tenere fuori potenze come la Cina e la Russia".

Tutto questo è contenuto nella nuova strategia di sicurezza nazionale che l'amministrazione Trump ha presentato nelle scorse settimane e la cui "parte più problematica e grave è quella che riguarda l'Unione Europea, considerata come un'antagonista", ispirata all'idea che "il rapporto con l'Europa vada coltivato facendo recedere integrazione, disintegrando l'Ue e lavorando più sul piano dei rapporti bilaterali", sottolinea l'ambasciatore.

E' un fatto dunque che, pure se "non andiamo verso la dissoluzione dell'Alleanza atlantica, Europa e Stati Uniti hanno ormai visioni abbastanza divergenti" - basti pensare al rapporto di Trump con Vladimir Putin o all'approccio nei confronti della Cina, che per gli americani è "di confronto, mentre gli europei non hanno alcun interesse a renderla un'antagonista" - e la sfida è capire "come possano coesistere all'interno della stessa alleanza", ragiona Ferrara, osservando tuttavia come questa tendenza "sia ormai in corso da tempo", già presente con l'amministrazione Biden, per dire.

Per il diplomatico, poi, gli europei "hanno ancora l'idea della competizione tra grandi potenze, invece siamo nell'epoca della collusione delle grandi potenze, nella quale c'è un'intesa tacita sulla ripartizione delle sfere di influenza, non si arriva al punto di rottura, è una sorta di alleanza che si fa a livello di mega-stati, di 'stati-civiltà', Russia, Stati Uniti e Cina". E l'Europa? "Se non passiamo a un'idea di Europa politica, rischiamo non dico di essere frantumati, ma di diventare sempre più irrilevanti", avverte Ferrara. Che, in questo contesto, sottolinea la "risposta molto intelligente" arrivata da Bruxelles con l'ok all'accordo con il Mercosur.

Dinanzi alle ultime "torsioni", l'ambasciatore si chiede se non si possa iniziare a parlare di "Westexit", di 'uscita dall'Occidente'. "Un processo - spiega - che si può intendere in due modi: anzitutto, in quello di una secessione interna all’Occidente, nel senso che le civiltà occidentali sono ormai almeno due, con Europa e Stati Uniti che non concordano su alcuni valori fondamentali, dalla pena di morte allo stato sociale all’uso delle armi da parte di privati cittadini. E poi in senso più profondo e sistemico: in un mondo sempre più post occidentale, gran parte del cosiddetto “Sud globale” non si riconosce più nei suoi valori, e non parliamo solo di democrazia versus autoritarismo, e cerca una sua strada". "Io penso - è la sua chiosa - che il ruolo di Stati Uniti ed Europa dovrà essere non tanto di restaurare la loro egemonia, quanto quello di intendersi con quella che è adesso la maggioranza del mondo, non cercando di imporre modelli ma dialogando sui temi comuni, su cui si decide non solo l’assetto internazionale, ma lo stesso destino del pianeta".

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