Il regime di Teheran annuncia il "massimo rigore" nei procedimenti. A Trump il messaggio di Pezeshkian per rinviare raid
"Nessuna clemenza". L'Iran userà il pugno di ferro contro i manifestanti che in queste settimane hanno protestato. La linea di Teheran non cambia, la repressione prosegue come ha chiarito il capo del potere giudiziario iraniano Gholamhossein Mohseni Ejei. Citato dall’agenzia iraniana Mizan ha promesso processi "nel più breve tempo possibile" contro i manifestanti arrestati durante il movimento di protesta che ha scosso la Repubblica islamica, e punizioni "senza la minima clemenza" per coloro che saranno riconosciuti colpevoli. "Il popolo chiede giustamente che gli imputati e i principali istigatori delle rivolte e degli atti terroristici e violenti siano giudicati al più presto", ha sottolineato.
Promettendo "il massimo rigore" nelle indagini, Gholamhossein Mohseni Ejei ha inoltre affermato che "la giustizia implica giudicare e punire senza la minima clemenza i criminali che hanno preso le armi e ucciso delle persone, o che hanno commesso incendi dolosi, distruzioni e massacri".
Tornano d'attualità, inevitabilmente, le parole dette e ripetute nei giorni scorsi da Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha rivendicato il merito per aver fermato oltre 800 esecuzioni: "Mi hanno ascoltato", ha detto Trump, che un paio di settimane fa ha invitato i manifestanti a protestare promettendo "aiuti in arrivo". Ora, il risultato ottenuto da Trump sembra destinato ad evaporare ed è lecito domandarsi quale sarà la reazione del presidente americano.
Secondo organizzazioni per la difesa dei diritti umani, diverse migliaia, se non decine di migliaia di persone, sono state arrestate nel corso di questo movimento di contestazione del potere, che all'inizio di gennaio ha causato migliaia di morti. La Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, secondo il New York Times avrebbe ordinato il 9 gennaio alle forze di sicurezza di "schiacciare" le manifestazioni di massa nel Paese "con ogni mezzo necessario".
Citando due funzionari iraniani a conoscenza degli ordini impartiti dall'ayatollah, il quotidiano sostiene che alle forze di sicurezza sarebbe stato ordinato di "sparare per uccidere e di non mostrare alcuna pietà". La notizia arriva mentre nuovi bilanci diffusi dall'opposizione indicano in oltre 30mila le vittime della brutale repressione tra l'8 e il 9 gennaio.
Durante le manifestazioni, la televisione di Stato aveva trasmesso diversi video che mostravano il capo del potere giudiziario mentre interrogava personalmente manifestanti arrestati, alimentando i timori dei difensori dei diritti umani riguardo a "confessioni forzate".
"Hanno ordini chiari. Non risparmiano proiettili", ha detto un ex membro dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione iraniana, all'israeliana 103FM, spiegando anche che Teheran affida a persone provenienti dall'Afghanistan e dal Pakistan il ruolo di reprimere le proteste perché "è difficile per un iraniano uccidere un altro iraniano, ma agli stranieri non importa della gente". L'ex membro dei Pasdaran ha affermato che le forze di sicurezza di Teheran "sparano a chiunque vedano" e che gli stranieri vengono messi in campo quando le autorità si trovano ad affrontare disordini di massa.
L'unico segnale distensivo in queste ore è legato a Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha chiesto la revoca delle restrizioni a internet nel Paese: tentare di ritardare la diffusione di immagini e video delle proteste represse con la violenza non farà che aggravare le tensioni.
Secondo quanto riferito dal Guardian, Pezeshkian ha avvertito che mantenere il blocco della rete "creerà" ulteriore insoddisfazione e "amplierà il divario tra la popolazione e il governo", ha scritto in un messaggio su Telegram. La circolazione dei video che documentano la repressione delle proteste è "una realtà che prima o poi dovremo affrontare", ha aggiunto, sottolineando che "chiudere internet non risolverà nulla, servirà solo a rinviare il problema".
L'inviato di Donald Trump, Steve ''Witkoff, ha consegnato al presidente americano un messaggio WhatsApp del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e una garanzia scritta del presidente Masoud Pezeshkian nel tentativo di convincerlo a rinviare un attacco militare'' contro Teheran. Lo scrive 'Israel Hayom' citando un funzionario israeliano di alto livello secondo il quale Witkoff staserebbe insistendo per un dialogo tra Washington e Teheran. "Anche ora, mentre arrivano in Israele informazioni e testimonianze degli iraniani e delle agenzie di intelligence di altri Paesi della regione, Witkoff continua a insistere per una via diplomatica per risolvere il problema iraniano", ha affermato l'alto funzionario israeliano.
La risposta dell'Iran a un eventuale attacco sarà "di vasta portata e tale da suscitare rimpianto", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, nel corso di un briefing con la stampa. "L'Iran fa affidamento sulle proprie capacità e tiene a mente le esperienze del passato, in particolare quella della battaglia eroica di giugno, e oggi è più forte che mai", ha proseguito Baghaei, riferendosi alla cosiddetta Guerra dei 12 giorni con Israele.
Le dichiarazioni del portavoce iraniano seguono la decisione dell'Amministrazione Trump di rafforzare la presenza militare statunitense in Medio Oriente. Di recente il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha sottolineato che diversi elementi suggeriscono che Israele starebbe "ancora" valutando un attacco contro Teheran.
Mosca ha avvertito che un attacco contro l'Iran porterebbe a una grave destabilizzazione nella regione. Lo ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Un attacco militare ''sarebbe certamente un altro passo che potrebbe seriamente destabilizzare la situazione nella regione'', ha detto Peskov in un briefing con la stampa. ''Sapete che la Russia continua a impegnarsi per favorire la de-escalation. E, naturalmente, in questo caso, ci aspetteremmo comunque moderazione da tutte le parti interessate e un impegno a negoziati esclusivamente pacifici", ha aggiunto parlando con i giornalisti.