Politico, che parla di situazione di frustrazione della Casa Bianca, ha raccolto le dichiarazioni e analisi di cinque ex funzionari dell'amministrazione Trump
Donald Trump è bloccato, non trova vie di uscita percorribili alla crisi con l'Iran. Teheran ha chiarito che il prezzo per porre fine alle ostilità è il controllo dello Stretto di Hormuz, vuole vedersi riconosciuto il diritto di ricevere denaro per il transito in quelle acque, affermando il controllo sulla via marittima "nella prassi diplomatica e nel diritto consuetudinario". Ma la prospettiva è politicamente sgradita alla Casa Bianca. Altrettanto insostenibili risultano però gli scontri continui, che minacciano di trasformarsi in una guerra regionale più ampia. Lo scrive Politico, che parla di situazione di frustrazione della Casa Bianca e che su questo tema ha raccolto le dichiarazioni e analisi di cinque ex funzionari dell'amministrazione Trump.
In uno dei suoi ultimi post su Truth, il presidente americano ha definito "incredibilmente ipocrita" la leadership iraniana. "Chiedono un incontro - alcuni direbbero addirittura che 'supplicano' di averlo - quindi iniziano, con altri in programma nell'immediato futuro, e poi affermano, apertamente e con orgoglio, che non stanno conducendo alcuna discussione, che non si sta parlando di nulla e che stanno trattando solo con 'l'Oman'". "Proseguono poi con le loro solite chiacchiere, affermando che lo Stretto di Hormuz sarà gestito con fermezza da loro, quando in realtà è già completamente controllato dalla Marina degli Stati Uniti e dal nostro 'blocco' o, come alcuni lo definiscono, 'il muro d'acciaio degli Stati Uniti!'", ha aggiunto Trump, con un nuovo avvertimento a Teheran: dovrà scegliere tra "accordo o resa totale".
Nelle scorse settimane, Trump ha alternato minacce di distruzione a promesse di soluzione del conflitto, uno schema che si è ripetuto anche questo fine settimana. Sabato, ha annunciato su Truth l'annullamento dell'attacco all'Iran, "a condizione che si possa raggiungere rapidamente un ACCORDO" per l'apertura dello Stretto. L'annuncio è giunto dopo le indiscrezioni dei media su nuovi e intensi attacchi in preparazione a Washington, possibilmente contro le infrastrutture energetiche del Paese. Ma dopo la marcia indietro dall'Iran non arrivano segnali di conciliazione. Non vi è alcuna indicazione che sia disposto a rinunciare al controllo dello Stretto.
All'interno della Casa Bianca, alti funzionari dell'amministrazione, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio, hanno messo in guardia contro qualsiasi risoluzione che conceda a Teheran questo diritto che - affermano - metterebbe a repentaglio la futura capacità degli Stati Uniti di sanzionare l'Iran, poiché diversi Paesi avrebbero bisogno di deroghe per pagare i pedaggi. Ridurrebbe inoltre la capacità della comunità internazionale di fare pressione sull'Iran affinché rinunci alle sue ambizioni nucleari. E la scorsa settimana Rubio ha avvertito che creerebbe un pericoloso precedente, potenzialmente destinato a ripetersi.
Questo lascia poco spazio per una soluzione a breve termine, senza contare l'ulteriore complicazione rappresentata dalla scarsa comunicazione tra le fazioni all'interno del governo iraniano. "L'aspetto più importante dal punto di vista negoziale è che gli iraniani si sentono certamente in una posizione di forza e si sentono incoraggiati, e questo li porta a rifiutare concessioni che probabilmente sarebbero nel loro interesse a breve termine", afferma Alex Gray, ex capo di gabinetto del Consiglio di sicurezza nazionale durante il primo mandato di Trump. "Ma si sentono così, e questo, unito al problema di comunicazione che stiamo riscontrando tra le diverse componenti del regime iraniano, sta certamente esacerbando le difficoltà nel mantenere in vigore un cessate il fuoco".
La situazione di stallo si verifica a soli tre mesi dalle elezioni di medio termine, con il prezzo medio della benzina in aumento rispetto ad un mese fa. Molti repubblicani sono ansiosi di lasciarsi alle spalle la guerra e concentrarsi sulle agevolazioni economiche incluse nel pacchetto di riforme interne del Partito Repubblicano, firmato da Trump la scorsa estate. Ma a fronte di perdite statunitensi, con le basi americane sotto attacco e i Paesi del Golfo a rischio missili, la guerra incombe su una consultazione elettorale incentrata sulle preoccupazioni relative al costo della vita.
A deporre contro la possibilità di una fine a breve del conflitto è anche il fatto che gli Houthi, sostenuti dall'Iran, stanno diventando più aggressivi in Yemen, sottolinea Greg Priddy, esperto di perturbazioni del mercato energetico che ha lavorato presso l'Energy Information Administration (EIA) statunitense durante l'amministrazione di George W. Bush e ora è senior fellow presso il conservatore Center for the National Interest. Si tratta di un tentativo di indebolire la posizione di Trump, spiega. "Questo mi fa pensare che gli iraniani si sentano piuttosto sicuri di sé in questo momento", afferma. "Credo che lo considerino quasi un colpo di grazia che costringerà Trump alla capitolazione".
Ma per Fred Fleitz, ex capo di gabinetto del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Trump e vicepresidente del Center for American Security dell’American First Policy Institute, "Trump chiarirà che, se si pensa di poter ottenere un accordo sfavorevole per gli Stati Uniti in vista delle prossime elezioni di medio termine, è meglio ripensarci. Non succederà".
Per una fonte vicina alla Casa Bianca citata dal quotidiano, il team di Trump ha accettato il fatto che difficilmente ci sarà una via d’uscita adeguata prima delle elezioni di novembre. "È un fattore già preso in considerazione", ha affermato la fonte. "E sebbene non sia d’aiuto, non è determinante dal punto di vista elettorale".