L'economia della Cina più forte con la guerra in Iran: tutti i vantaggi (diretti e indiretti) per Pechino

I rapporti con gli Stati Uniti, nel loro equilibrio, sono molto condizionati da un'evoluzione dello scenario che gli ultimi anni di geopolitica hanno profondamente cambiato

 (Fotogramma/Ipa)
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14 maggio 2026 | 14.26
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Il confronto fra Donald Trump e Xi Jinping nella Grande Sala del Popolo di Pechino è un passaggio significativo per tante ragioni. E' la prima visita ufficiale di un presidente americano dopo quasi nove anni, arriva dopo una lunga sequenza di scontri, minacce e strappi alimentati da una forte tensione strategica e commerciale, si svolge in un clima che vuole aprire una stagione diversa. Ma i rapporti tra Stati Uniti e Cina, nel loro equilibrio, sono anche molto condizionati da un'evoluzione dello scenario che gli ultimi anni di geopolitica, partendo dalla guerra tra Russia e Ucraina e arrivano alla guerra in Iran, hanno profondamento cambiato. E se l'intelligence americana, come riportato dal Washington Post, segnala un crescente vantaggio di Pechino è soprattutto l'economia a spostare l'ago della bilancia: ci sono una serie di benefici, diretti e indiretti, che le scelte di Trump hanno evidentemente favorito.

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I vantaggi diretti, dalle risorse energetiche alle rotte commerciali

Pechino, grazie alla guerra in Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha consolidato la sua posizione di forza sui minerali strategici, arrivando a configurare un monopolio su diversi fronti. Questo, grazie a un vantaggio competitivo che già aveva sulle catene di approvvigionamento delle terre rare e che gli ultimi mesi hanno ulteriormente incrementato. Pechino ha anche abbassato i costi delle sue forniture energetiche, grazie all'aumento di quelle provenienti dall'Iran e all'abbassamento dei prezzi. Va ricordato che la Cina acquista circa l'80% del greggio iraniano e che con la guerra ha potuto ottenere forti sconti, integrando i volumi mancanti attraverso corridoi via terra, che hanno sostituito le rotte via mare, e accordi bilaterali particolarmente convenienti. Anche da un punto di vista strettamente commerciale la Cina ha tratto vantaggi dall'emergenza, allargando di fatto i propri mercati di sbocco. Contemporaneamente, si è resa ancora più indispensabile per una parte del mondo, inclusa la Russia, rafforzando la sua forza strategica e il suo potere negoziale.

I vantaggi indiretti, migliora la posizione nella competizione con gli Stati Uniti

I vantaggi economici indiretti per la Cina derivano dal logoramento delle risorse finanziarie degli Stati Uniti. Più Trump spende per fare la guerra all'Iran, più si allenta la morsa commerciale anti-Pechino. E' un'equazione chiara: più missili e bombe, meno risorse per spingere ancora sui dazi e le sanzioni commerciali. Non solo. Proprio dal punto di vista militare, l'ago della bilancia si sposta a svantaggio di Washington. Anche qui, l'equazione è immediata. Più risorse utilizzate in Medio Oriente e meno pressione nell'Indo-Pacifico, dove il principale terreno di scontro con la Cina, Taiwan, vive in maniera speculare una pressione minore. Più il tempo passa e più le mire di Pechino su Taiwan diventano meno contrastabili dallo storico nemico a stelle e strisce.

Non solo vantaggi, restano alcuni rischi per Pechino

La guerra in Iran porta vantaggi per la Cina ma resta un potenziale detonatore per una recessione globale. Uno scenario, questo, che non farebbe bene neanche a Pechino. Nel caso in cui si innescasse, anche l'economia cinese, che pure continua a viaggiare su ritmi di crescita vicina al 5% e superiori a quelli del resto di tutte le altre potenze, subirebbe per il prevedibile calo delle esportazioni, che valgono il 20% del Pil. Altra incognita riguarda i massicci investimenti in Iran e Medio Oriente che potrebbero essere compromessi nel caso di una ulteriore escalation bellica. Nel caso in cui la situazione degenerasse, tra vantaggi e svantaggi, il saldo migliore sarebbe comunque favorevole a chi ha più margini. E, in questa fase, questa posizione privilegiata spetta alla Cina di Xi Xinping. (Di Fabio Insenga)

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