Dalla guerra in Medio Oriente all’Ucraina, il ministro polacco legge le interconnessioni globali con gli studenti Luiss. "Il vero obiettivo di Mosca è dividere l’Europa dall’interno"
Una visita a Roma che diventa anche un’occasione per mandare messaggi molto chiari all’Europa, agli Stati Uniti e, soprattutto, alla Russia. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, intervistato dalla testata Zeta della Scuola di giornalismo della Luiss Guido Carli, a cura di Michelangelo Mecchia e Chiara Servino, offre una lettura ampia e spesso tagliente delle crisi internazionali che stanno ridisegnando gli equilibri globali.
Il punto di partenza è l’intreccio tra i diversi teatri di guerra. La crisi in Medio Oriente, nella sua lettura, finisce per avere effetti diretti sul conflitto in Ucraina. Il rialzo dei prezzi di petrolio e gas, in teoria, favorisce la Russia, ma questo vantaggio resta incompleto. Mosca continua a scontrarsi con limiti concreti: le difficoltà nel portare il prodotto sui mercati, gli attacchi ucraini a raffinerie e infrastrutture, una capacità ridotta di trasformare il contesto favorevole in guadagni reali. Il risultato è una situazione ambigua: potenziale beneficio, ma rendimento inferiore alle aspettative del Cremlino.
Il tono cambia quando si passa agli attacchi verbali arrivati dalla Russia contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Per Sikorski non si tratta di un episodio isolato, ma di una dinamica storica: la pressione politica e comunicativa di Mosca sui Paesi europei è una costante di lungo periodo. Gli insulti diventano quasi un indicatore politico: colpiscono chi viene percepito come avversario. Da qui anche il riferimento ironico ai protagonisti della propaganda russa e alle loro vicende personali.
Ancora più centrale è il capitolo sulla disinformazione. La strategia russa non punta a rendere la Russia più attrattiva, ma a rendere tutti gli altri meno credibili. L’obiettivo è alimentare sfiducia e divisioni interne, sfruttando fratture già esistenti: tensioni storiche, rivalità politiche, polarizzazione sociale. In questo schema, forze radicali di segno opposto finiscono per essere funzionali allo stesso disegno, mentre i social media amplificano i contenuti. Il bersaglio finale è l’Unione europea: singolarmente, i Paesi europei sono deboli rispetto a Mosca; insieme, rappresentano una massa critica che la Russia ha interesse a indebolire.
Sul rapporto con gli Stati Uniti emerge una preoccupazione più sottile. Dal punto di vista giuridico, un presidente americano non può sciogliere la Nato né ritirare unilateralmente il Paese dall’alleanza. Ma il nodo è politico e psicologico: la credibilità dell’impegno americano. Se gli avversari iniziano a dubitare della volontà degli Stati Uniti di difendere gli alleati, l’intero sistema di deterrenza rischia di incrinarsi. È su questo piano che il linguaggio e la retorica diventano decisivi.
La Polonia rivendica poi il proprio ruolo operativo nel sostegno a Kiev: la quasi totalità delle forniture passa dal suo territorio. Ma il discorso si sposta rapidamente sulla dimensione industriale. L’Ucraina ha dimostrato una capacità produttiva impressionante, soprattutto nel settore dei droni, ma resta limitata dalla mancanza di risorse finanziarie. Da qui l’idea di rafforzare la cooperazione europea attraverso investimenti e joint venture, trasformando il sostegno militare in un’opportunità industriale per entrambe le parti.
Sul piano politico europeo, la sconfitta di Viktor Orbán viene letta come la fine di un modello che aveva trovato imitatori e sostenitori. La cosiddetta “democrazia illiberale”, nelle parole di Sikorski, si traduceva in un sistema capace di controllare istituzioni e media senza violare formalmente le regole, ma svuotandole nella sostanza. La sua crisi apre ora una fase nuova, in cui potrebbero emergere anche elementi legati alla gestione del potere e delle risorse.
Sulle posizioni italiane, in particolare quelle di Matteo Salvini, il ragionamento resta ancorato a una condizione precisa: il ritorno ai rapporti economici con la Russia è legato alla fine della guerra. Il punto, però, è più ampio. Prima del conflitto, Mosca disponeva di un mercato europeo altamente redditizio per energia e materie prime. La scelta di puntare su una logica imperiale ha compromesso quel vantaggio, aprendo una fase di incertezza anche per la stessa economia russa.
Guardando ai prossimi mesi, lo scenario è segnato da costi crescenti per l’Europa: instabilità geopolitica, pressione sui prezzi dell’energia, ricadute economiche diffuse. La linea resta però netta: non si può consentire alla Russia di imporsi in Ucraina, perché questo cambierebbe gli equilibri di sicurezza del continente. Il principio da difendere è quello affermatosi dopo le guerre mondiali: i confini non si modificano con la forza.
Sul Medio Oriente il giudizio resta prudente, limitato alla constatazione della fragilità dei cessate il fuoco. Più articolata, invece, la riflessione sul ruolo del Papa e sulle polemiche politiche che lo coinvolgono. Il richiamo alla celebre frase attribuita a Iosif Stalin sulle “divisioni” della Santa Sede serve a ribaltare la prospettiva: il potere del Vaticano non è militare, ma si misura nella sua capacità di durare nel tempo e influenzare miliardi di persone. Da qui l’invito a evitare scontri inutili su questo terreno.
Un passaggio chiave riguarda la difesa. La Polonia destina circa il 5% del Pil alla spesa militare, molto più della media europea. È una scelta legata alla posizione geografica e alla percezione della minaccia. Il confronto con l’Europa occidentale è implicito ma evidente: maggiore distanza dalla Russia significa minore pressione, ma anche minore urgenza.
Infine, il tema migratorio al confine con la Bielorussia viene interpretato come una forma di guerra ibrida. Secondo il ministro, Russia e Bielorussia avrebbero orchestrato i flussi per esercitare pressione sulla Polonia, costringendola a reagire con misure straordinarie, tra cui la costruzione di una barriera e l’adozione di norme più restrittive sull’asilo.
L’intervista si chiude con una nota personale che rimanda comunque a una questione pubblica. Parlando della moglie, la giornalista premio Pulitzer Anne Applebaum, Sikorski insiste sull’autonomia delle rispettive posizioni. Un dettaglio che riflette, in controluce, uno dei fili conduttori dell’intera conversazione: in un contesto dominato da propaganda e narrazioni contrapposte, distinguere tra piani diversi – personale, politico, istituzionale – diventa essenziale.