Il cantautore livornese si esibirà domani al Monferrato On Stage a Roatto (Asti) in un concerto gratuito, durante una serata che unisce musica, cultura ed eccellenze enogastronomiche del territorio
Tra un calice di Freisa, i sapori del territorio e la musica dal vivo, domani il Monferrato On Stage fa tappa a Roatto (Asti) con una formula che unisce musica, cultura ed eccellenze enogastronomiche del territorio. Piazza Piemonte ospiterà una delle tappe più attese della rassegna ideata e gestita da Fondazione Mos Ets nell’ambito della sedicesima edizione di 'Freisa in Festa'. La serata, presentata da Chiara Buratti, prenderà il via alle 19.30 con una degustazione di oltre 50 etichette provenienti da tutto il Piemonte, accompagnate dai piatti della Pro Loco di Roatto e dalle specialità greche dello chef Soty. Non mancheranno un percorso sensoriale dedicato ai profumi della Freisa, curato da Crea di Asti e Onav, e l’incontro tra arte e vino con Pablo T e Stefano Vetri.
A chiudere il programma sarà il concerto gratuito di Bobo Rondelli, in scena dalle 21.30 insieme allo storico collaboratore Meme Lucarelli. Un live in versione acustica che promette di mettere al centro canzoni, racconti e improvvisazioni, nel segno di quella spontaneità che da sempre caratterizza il cantautore livornese. In un'intervista all'AdnKronos, Rondelli racconta il suo modo di vivere il palco come un luogo in cui “abbracciare il mondo” e regalare un po’ di leggerezza in un’epoca che definisce “molto depressa”.
Arrivi a Monferrato On Stage in duo insieme a Meme Lucarelli. Cosa deve aspettarsi il pubblico da questa formazione? Non è la prima volta che lavorate insieme ma cosa cambia quest’anno? Ci sono novità?
"Non deve esserci sempre una novità. Alla fine uno si porta dietro i propri cavalli di battaglia, le canzoni che vengono richieste di più, probabilmente perché sono anche le più belle. Poi tra un brano e l’altro succedono sempre cose un po’ improvvisate. Ho sempre fatto così. Dipende dal luogo in cui sono e dalle facce che mi trovo davanti. Speriamo solo che non ci sia troppo pubblico a cui piace Vannacci (scherza, ndr)".
Nei tuoi concerti alterni spesso malinconia e leggerezza. È un equilibrio che ti rappresenta anche nella vita?
"Sì, penso la vita così. Per quanto tu possa essere triste, se non ridi arrivi male a sera. Bisogna sempre cercare di ridere. La leggerezza è necessaria anche nei momenti più drammatici, aiuta a guarire un po’ dalla depressione e dai momenti difficili che abbiamo tutti. Viviamo anche in un’epoca molto depressa".
Ci sono tanti motivi per esserlo?
"Parecchi. Le spese aumentano, con gli stipendi si riesce a fare sempre meno. Dopo il Covid mi sembra che la gente sia diventata più arrabbiata, spesso senza motivo. A volte si sta male anche in mezzo agli altri. E gli amici cari sono sempre meno".
Salire sul palco diventa quindi anche un modo per regalare un momento di leggerezza e di pausa dalle preoccupazioni quotidiane?
"Sì, per cercare di abbracciare il mondo e sentire che c’è ancora qualcosa in cui sperare".
Hai sempre dato voce agli ultimi, agli irregolari, a chi vive ai margini. Da dove nasce questa sensibilità?
"Probabilmente perché tendevo anch’io verso quel mondo. Quando avevo diciassette anni c’era l’eroina ovunque. Erano anni particolari. C’era tutta una situazione che ha distrutto una generazione. Si guarda spesso al passato con malinconia, ma in realtà non era affatto un periodo migliore di oggi, anzi".
Quindi non sei tra quelli che pensano che si stesse meglio prima?
"No, assolutamente. In quel periodo sicuramente no".
Due strumenti che usi molto nelle tue canzoni sono l’ironia e la poesia. Oggi manca la poesia?
"Sì. Anch’io faccio fatica a trovarla. Innanzitutto stiamo male insieme. Non c’è più quel rapporto con i vecchi, con gli anziani. Stare con loro è sempre stata una cosa culturale, importante per imparare a stare al mondo".
Anche per imparare qualcosa dagli altri?
"Certo. Da loro imparavi il senso della compassione. Oggi sembra che abbiano fatto di tutto per farcelo perdere. È rimasto il “si salvi chi può”."
Quanto incidono i social e la tecnologia in questo cambiamento?
"Tantissimo. Siamo pieni di film, programmi, internet, Instagram, Facebook. Abbiamo sempre un piccolo televisore in mano. Mi sembra che ormai sia difficile sfuggirgli. Anche perché tengono la mente continuamente occupata. Ti arrivano continuamente contenuti in base a quello che guardi. Se mi piace una chitarra, mi arrivano mille chitarre. Tutto è studiato per tenerti lì"
Quale potrebbe essere un antidoto a tutto questo?
"Forse la musica, il cinema quando è bello. Anche la lettura, che però sta sparendo. Facciamo sempre più fatica a leggere perché non riusciamo più a stare su una pagina. Siamo abituati a immagini velocissime, a video di un minuto, a notiziari di un minuto. Hanno fatto in modo che la letteratura sembri fatta di tempi morti".
Tutto questo genera anche una certa frustrazione?
"Sì. Vediamo continuamente tragedie, guerre, quello che succede in Palestina. Ci sentiamo anche in colpa perché non possiamo fare nulla. È frustrante".
Sul palco parlerai anche di questi temi?
"Non lo so. In realtà ci sono già nelle canzoni. Ci sono storie di anziani che muoiono, di mamme che non ci sono più, del denaro. C’è persino un orso che vedevo da bambino chiuso in una gabbia allo zoo. Pensavo che lo zoo fosse un modo per educarci a diventare cattivi. Oggi su questi tem c’è più controllo e anche più coscienza. Però allo stesso tempo c’è tanta gente che sui social aspetta solo che tu dica una parola sbagliata per lapidarti. C’è proprio un piacere nel dire cose orrende".
Pensi che questo clima alimenti ulteriori divisioni?
"Sì. Quando ti mostrano continuamente certe immagini per indicarti una categoria come la feccia, in mezzo ci sono comunque persone. C’è un problema psicologico e c’è anche chi soffia sul fuoco per ottenere consenso".
Alla fine del concerto, cosa speri che il pubblico si porti a casa?
"Qualche riflessione e qualche sorriso in più. Magari anche una risata. In Toscana, e a Livorno in particolare, siamo abituati a buttarla un po’ sul ridere anche quando parliamo delle cose più sciagurate della vita". (di Federica Mochi)