Da Marzabotto, con la prima data della tournée fino a Ulan Bator nel 2027, la band annuncia il grande ritorno: "30 anni dopo il mondo non è cambiato"
Non è una reunion. O meglio, non è solo una reunion ma un riallineamento, un ritorno nato da una serie di eventi che "dovevano accadere". I C.S.I. - Consorzio Suonatori Indipendenti - tornano insieme per sei date l'estate prossima, un film in divenire e un progetto che culminerà in Mongolia nel 2027. Con Giovanni Lindo Ferretti alla voce, Massimo Zamboni alla chitarra, Gianni Maroccolo al basso, Francesco Magnelli alle tastiere, Giorgio Canali alla chitarra e Ginevra Di Marco alla voce. Il viaggio ricomincia da dove, simbolicamente, tutto è terminato. Il 28 agosto, a Marzabotto, la prima delle sei date, a Montesole, dove il 29 giugno 2001 si tenne un concerto in memoria di Don Giuseppe Dossetti. Ma Marzabotto è anche un luogo di estremo dolore: qui nel 1944 le truppe naziste guidate da Walter Reder compirono uno degli eccidi più feroci della Seconda Guerra Mondiale.
A tenere il filo della memoria è Stefano Senardi, che per i C.S.I. fu direttore artistico in PolyGram e figura chiave nella loro nascita discografica, dopo la fine dei CCCP - Fedeli alla linea. È lui a moderare l’incontro a Marzabotto che annuncia la reunion: “Ci siamo visti per la prima volta nel 1993, sembra ieri, è come se non ci fossimo mai lasciati. La loro grande forza è sempre stata quella di azzerare e ricominciare”. Ed è cosi. Perché per Giovanni Lindo Ferretti, l’idea che i C.S.I. fossero definitivamente conclusi era più che radicata: “Essenziali sono le cose che accadono” dice. L’esperienza recente sul palco con i CCCP, si è trasformata in domanda e poi in desiderio. “Immaginare un ritorno dei C.S.I era un abominio. Dopo il concerto dei CCCP a Taormina ho pensato che fosse finita - spiega Ferretti -. Finita molto bene, certo, ma poi mi sono detto: adesso posso pormi il problema C.S.I. Sono tornato a casa e ho scritto ai miei compari: lasciatemi stare ad agosto ma da settembre se siete interessati anche solo per vederci, io ci sono".
Tra loro, ammette, "c’è affetto ma siamo molto indipendenti gli uni dagli altri e avevamo qualche remora". Poi si sono incontrati a pranzo "ed è stato molto piacevole, ci legava un profondo senso di riconoscenza e abbiamo pensato di poter rimanere vivi e salire sul palco perché c’è un pubblico che aspetta di rivedere i C.S.I. Ne abbiamo parlato e ci è sembrata una opzione ragionevole”. Il primo ostacolo è stata la scaletta. Poi le cose hanno cominciato ad accadere, una dopo l’altra. “Per me bisognava iniziare con ‘A tratti’. Lo dico ai miei compagni. Passano pochi giorni e arriva Maroccolo. Dice che Valerio Mastranderea ha una casa di produzione indipendente (Damocle, fondata assieme a Francesco Tatò, ndr) e bisogna che realizziamo un film di questa storia. Perché no? Dobbiamo fare sul palco quello che i fan vorrebbero sentire da noi”. Poco dopo arriva la telefonata di Zamboni: “C'è una richiesta per un concerto a Ulan Bator”. La Mongolia non è un nome a caso ma il luogo da cui nacque il loro terzo album in studio, ‘Tabula Rasa Elettrificata’, punto di fuga di un’intera traiettoria artistica, che ora è il loro traguardo.
“Maroccolo sarà impegnato quest’anno con la reunion dei Litfiba per ‘17 Re’ - spiega Ferretti - e così abbiamo proposto di chiudere il cerchio nel 2027 in Mongolia, visto che ricorrerà anche il trentennale del mio viaggio con Zamboni. Tutto è iniziato in Mongolia e finirà in Mongolia". Un percorso internazionale che si snoderà in due tappe e vedrà il 4 luglio prossimo la presenza di 'C.S.I. Preludio: Ferretti/Zamboni' al PlayTime Festival, per culminare l'anno seguente con il concerto completo dei C.S.I. in Mongolia. Nel mezzo ci sarà un film diretto da Davide Ferrario che racconterà questa storia. Il tour 2026, così come il film, si chiamerà ‘In viaggio’: “E sarà anche la prima canzone che ascolterete in scaletta, se non cambiamo idea. I C.S.I. ci sono, se non muoiono loro o il mondo, alla fine dell’estate faranno sei concerti”. Le sei date non toccheranno le grandi città ma luoghi carichi di significato e spazi che fanno parte della storia dei C.S.I. Come il castello scaligero di Villafranca (Verona), il Parco Archeologico di Egnazia a Fasano (Brindisi) , Spello (Perugia), Alba (Cuneo) e Villa Bellini a Catania.
“ Viaggeremo ognuno sulla propria auto per non frequentarci troppo - scherza Ferretti -. Siamo molti contenti, la cosa è successa e ho la netta sensazione che sarà contento anche il nostro pubblico”. Nessuna corsa al nuovo materiale: “Bocciata l’idea di fare canzoni nuove. Già fare bene quelle che ci appartengono è ciò che ci richiediamo”. Anche se una possibilità resta aperta: “Se c’è un film, ci deve essere una colonna sonora nuova. Potrebbe saltare fuori qualcosa, ma è tutto da verificare - dice Ferretti -. L’unica cosa che sappiamo è quando partiamo ma è un bel modo perché i C.S.I ritrovino il loro pubblico e il pubblico ritrovi i C.S.I.”. Zamboni racconta Monte Sole come un luogo che impone una certa postura: “Ci ha insegnato a stare zitti”. Ricorda il momento in cui il gruppo ha deciso di non scattare una foto di promozione della reunion tra le rovine dell’eccidio: “Quelle rovine ti chiedono di non metterti in posa davanti, ce ne siamo andati senza foto”. E riassume così l’essenza dei C.S.I. oggi: “Non siamo noi a dover raccontare il mondo. Il mondo si racconta, bisogna solo stare lì”.
Alle domande su guerra e presente, i C.S.I. rispondono netti: “Non siamo un gruppo politico o culturale ma un consorzio di suonatori indipendenti”: E Ferretti lo chiarisce: “Non si può chiedere a un gruppo sul palco di risolvere i problemi della vita. Io sul palco conduco una laica liturgia. Penso a ‘Cupe Vampe’: è una canzone terribile, la storia della distruzione della Jugoslavia e della biblioteca di Sarajevo, erano le cose che succedevano intorno a noi mentre facevamo un disco. 30 anni dopo il mondo non è migliorato e nulla viene tolto dalla quota di profonda tristezza”. Noi facciamo i musicisti, abbiamo un dono che è anche maledizione. Io mi sento responsabile di non avvilire il mestiere della vita, e se ci riesco sono contento”.
C’è chi è cresciuto con i C.S.I. come punto di riferimento esistenziale oltre che musicale. E Ferretti non lo nega: “È un dato di fatto. Ci ritroveremo e ci guarderemo. Sono passati trent’anni. Siamo cresciuti e invecchiati. 'In viaggio' è questa cosa qua: sai quando parti ma non hai idea di quello che incontrerai lungo la strada. Siamo abbastanza vecchi per non farci entusiasmare troppo dalla meraviglia o farci abbattere dalla miseria”. Alla domanda se le vecchie canzoni corrispondano ancora all’uomo di oggi, Ferretti dice: “Percepisco una grande linearità nella mia storia. Non ho mai abiurato nulla. Mi stupisce che altri vedano cambiamenti clamorosi. È una vita vissuta. Anche le fratture più discusse, compresa la conversione spirituale, per Ferretti sono passaggi inevitabili. “Non sono qui per pacificare tutti. Faccio fatica ad accontentare me stesso”. E sul passato ad Atreju, la kermesse di Fratelli d'Italia, Ferretti chiarisce che le sue posizioni personali restano fuori dai C.S.I: "Non ho mai rilasciato dichiarazioni che mi riguardano durante la reunion dei CCCP. Io sono parte di un ensemble e non ha senso farle".
Maroccolo ammette che ciò che lo ha spinto è stato il modo in cui tutto era finito: “Mi aveva lasciato amarezza. Desideravo ritrovarci. Questa cosa che sta nascendo è la più bella: non fare niente e aspettare che tutto si manifesti”. Ginevra Di Marco parla di uno spazio che si crea ogni volta che i C.S.I. suonano: “Un universo bellissimo” e sottolinea la scelta di biglietti a prezzi accessibili, mai oltre i 48 euro. “Un segno di vicinanza al nostro pubblico”. E se Massimo Zamboni scherza definendo il ritorno sul palco “un incubo”, Giorgio Canali, che per anni ha cercato di prendere le distanze, chiude il cerchio a modo suo: dopo polemiche e strumentalizzazioni la sua risposta è stata una: “E allora vaffanculo: C.S.I.”.
In poco più di un decennio i C.S.I. hanno lasciato un corpus ridotto ma inaggirabile: tre album in studio e una manciata di dischi dal vivo che restano impressi. Era un tempo, gli anni Novanta, in cui la creatività sembrava eccedere ogni contenitore, anche in quella zona allora definita ‘alternativa’, oggi ridotta a nostalgia. I C.S.I. non sono mai appartenuti ad alcuna scuola, nemmeno alla propria. E funzionano ancora per tensioni interne: l’attrito costante tra suoni ruvidi e aperture liriche, disciplina e strappo. Non si sono mai fatti guidare sempre e solo dal successo, neanche quando ‘Quando Tabula Rasa Elettrificata’ toccò la vetta delle classifiche. "Gli unici nostri competitor allora erano gli Oasis" scherzano loro. Il gruppo era già altrove, come se l’obiettivo fosse sempre superare ciò che era appena accaduto. Per molti, quelle canzoni hanno funzionato come strumenti di orientamento in un’epoca opaca e continuano a farlo ancora oggi, 30 anni dopo. (di Federica Mochi)