L’ex Talking Heads, in tour agli Arcimboldi di Milano, confeziona uno show gioioso di due ore che invia a reagire ai tempi cupi. Sul palco i brani dell'ultimo album 'Who Is The Sky?' e molti classici della band statunitense
Cosa rimane oggi di quell’uomo che ondeggiava in modo stralunato, con un completo grigio così grande, talmente fuori scala, da diventare un’opera pop art? Tutto e niente, verrebbe da dire. L’uomo era David Byrne, l’immagine arrivava dal film cult del 1984 ‘Stop Making Sense’, ed è diventata una delle icone più potenti della storia della musica. A quarant’anni di distanza, oggi che ha 73 anni, l’ex frontman dei Talking Heads arriva a Milano con il tour ‘Who Is The Sky?’ e per due sere mette insieme uno spettacolo che è al tempo stesso concerto, metateatro e saggio visivo su come andrebbe fatto un live nel XXI secolo.
Sul palco del Teatro degli Arcimboldi, lo show è un organismo in costante movimento. Dimenticate le postazioni fisse dei musicisti: qui l’ensemble indossa gli strumenti a tracolla, come fossero un’estensione del proprio corpo. Alle loro spalle, grandi schermi avvolgono la scena proiettando foreste, tetti di New York, oceani, appartamenti, cieli stellati. Byrne recita, danza, canta e dirige questa marching band di 12 artisti, tutti vestiti con tute arancioni. È un teatro gioioso e rigoroso, in cui la musica – come ricorda lui stesso nel libro ‘Come funziona la musica’ – non nasce mai da un genio isolato ma da un ecosistema composto da più elementi. Prima della carriera solista, Byrne è stato il baricentro dei Talking Heads, insieme a Tina Weymouth, Chris Frantz e Jerry Harrison. Una band capace come poche di fondere punk, funk, new wave, art rock e suggestioni globali, creando un linguaggio che ha anticipato molta della musica alternativa successiva.
Al centro di tutto, la voce nervosa e inconfondibile di Byrne, sempre in bilico tra alienazione e tenerezza. Lo show si apre con ‘Heaven’, brano dei Talking Heads estratto da ‘Fear of Music’. Mentre canta, sullo schermo appare la Terra vista dallo spazio: il paradiso non è altrove, sembra suggerire ma coincide con il fragile presente. “Eccola qui, è l’unica che abbiamo” dice Byrne mentre la sala esplode in un boato.
Il cuore ritmico arriva con ‘Houses in Motion’ e ‘Once in a Lifetime’, figlie di ‘Remain in Light’, disco capolavoro prodotto nel 1980 da Brian Eno, e vero laboratorio sonoro fondato su loop, stratificazioni e improvvisazione. Con ‘(Nothing But) Flowers’, da ‘Naked’, Byrne dipinge la distopia e l’indifferenza di fronte al collasso del mondo, mentre ‘Slippery People’ trasforma il funk in una riflessione sull’inganno e sulla fiducia. Uno dei momenti più intimi arriva con ‘My Apartment Is My Friend’, dall’ultimo album ‘Who Is the Sky?’. Sullo schermo le immagini del suo coloratissimo appartamento newyorkese. È Byrne senza filtri, consapevole del tempo che passa, vulnerabile senza mai essere patetico. Quando parte ‘This Must Be the Place (Naive Melody)’, il pubblico si alza in piedi: è forse la canzone più emotiva della band, un inno all’amore e allo spaesamento. Non a caso, nel 2011 Paolo Sorrentino le dedicò il titolo del suo film con Sean Penn e nel discorso agli Oscar, ringraziò, oltre a Maradona e Fellini, proprio i Talking Heads.
Basta poi la linea di basso di ‘Psycho Killer’, a far esplodere il teatro. Qui Byrne ci conduce nella mente di un assassino con il celebre “fa-fa-fa-fa-fa-fa”, cantato a squarciagola dal pubblico, mentre ‘Life During Wartime’ diventa il momento più politico dello spettacolo: il refrain ‘This ain’t no party, this ain’t no disco’ viene accompagnato da immagini di proteste contro Trump, operazioni dell’Ice e scenari di conflitto globale. Tra un brano e l’altro, Byrne riflette su ‘love and kindness’ come mezzi per tenere duro: “Amore e gentilezza sono il nuovo punk, oggi sono una forma di resistenza”, dice introducendo ‘What Is the Reason for It?’ anticipata dalle immagini degli italiani sui balconi in lockdown durante il Covid. ‘T-shirt’ ironizza invece sugli slogan come ‘Make America Gay Again’ e nel mezzo, una deviazione sorprendente rispetto alla scaletta della sera prima, con le liriche alienanti di ‘Air’. Il set alterna brani dell’ultimo disco al repertorio dei Talking Heads, immerso in un afro-pop pulsante che funge da collante: è questa cifra musicale adottata per il concerto a riassorbire e reinterpretare anche i classici della band, riportandoli dentro lo stesso flusso ritmico e visivo.
Il concerto non intende evocare gli anni al CBGB’s di New York, dove la band era di casa, ma celebrare con potenza la gioia di stare insieme e la voglia di comunità, in un mondo oggi sempre più diviso e controverso. E mentre attacca ‘Burning Down the House’, il brano che chiude il set, sembra ribadire di essere, prima di tutto, “un tipo ordinario”: uno che, senza effetti speciali o pose da rockstar, riesce ancora a buttare giù il teatro, a rimettere in discussione le regole del live semplicemente facendo bene, e meglio degli altri, il proprio mestiere. Cosa rimane dunque oggi di quell’uomo dal completo extralarge? Rimane un intellettuale in movimento, dal fisico asciutto e i capelli color argento. Rimane una ‘testa pensante’ e una voce che ha insegnato alla musica a riflettere su sé stessa. Un performer che usa la leggerezza come strumento critico, che ci fa ballare, pensare, e persino piangere, mentre parla di solitudine e di politica, di amore e di guerra.
Lo spettacolo, coloratissimo, è visivamente magnetico, perfetto per essere catturato con il cellulare, anche se Byrne all’inizio invita esplicitamente a limitarne l’uso ma anche a ballare, se si vuole. È costruito in totale controtendenza rispetto ai mega-show contemporanei: niente effetti speciali o colpi di scena ma tanta musica e buone idee. Lui, sul palco, resta il David Byrne di sempre: capace di una battuta spiazzante e, un attimo dopo, di dare voce alle inquietudini di ognuno di noi. Alla fine, viene naturale pensarlo: ‘This must be the show’. Non solo per citare una delle canzoni più amate dei Talking Heads, ma perché questo è davvero il luogo in cui tutto trova senso. In mezzo alle utopie fragili del presente e alle distrazioni permanenti, David Byrne mette in pratica la sua arte con gentilezza. E con due ore di musica dimostra che un concerto può ancora essere un posto in cui sentirsi, anche solo per una sera, esattamente dove si dovrebbe essere. (di Federica Mochi)