Max Gazzè e la rivoluzione dei 432 Hz: 'L'ornamento delle cose secondaria' è un viaggio nell'analogico e nell'errore

A 30 anni dall’esordio, il cantautore presenta un’opera “progressive” che sfida l’algoritmo: “Oggi il computer corregge tutto, io ho scelto di lasciare stare gli errori per mantenere l’elettromagnetismo puro”.

Max Gazzè e la rivoluzione dei 432 Hz: 'L'ornamento delle cose secondaria' è un viaggio nell'analogico e nell'errore
12 maggio 2026 | 19.22
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Oggi il computer corregge tutto, io ho scelto di lasciare stare gli errori per mantenere l’elettromagnetismo puro”. A trent’anni esatti dalla pubblicazione di "Contro un’onda del mare", Max Gazzè torna sulla scena con un’opera che rivendica il valore dell’anomalia e della lentezza, un progetto monumentale intitolato “L’ornamento delle cose secondarie” in uscita il prossimo 15 maggio per Columbia Records/Sony Music.

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Presentando il lavoro nella Sala Voce della Triennale di Milano, l'artista ha delineato i contorni di un disco che rifiuta le logiche della playlist per abbracciare una struttura narrativa circolare e stratificata, dove venti brani si rincorrono in un flusso sonoro accordato alla frequenza di 432 Hz, una scelta che Gazzè definisce non solo tecnica ma spirituale, spiegando che “questo disco nasce dalla volontà di recuperare frammenti e idee trascurate nel tempo, dando un senso compiuto a bozze rimaste in sospeso per lavorare sulla musicalità intrinseca delle parole”. Questa accordatura “aurea”, che lo avvicina ai grandi della classica come Mozart e Verdi, rappresenta per l’artista una forma di “resistenza etica al suono digitale moderno” poiché, a suo avviso, “a 432 Hz le armoniche si mischiano meglio tra loro e la frequenza comunica in modo più diretto con l’archetipo e la natura, risultando più morbida per l’ascoltatore”.

Il processo creativo è stato una sfida artigianale estrema, fuggendo dai campionamenti per registrare interamente su nastro magnetico nelle campagne tra Lecce e Brindisi: “Abbiamo utilizzato banchi analogici e nastri che puzzavano di fritto perché bruciavano condensatori, pur di evitare la conversione digitale in codice binario e mantenere l’elettromagnetismo puro dello strumento”, ha rivelato Gazzè con il suo tipico piglio da “ingegnere del suono”, aggiungendo che in un’epoca di perfezione artificiale ha preferito “lasciare stare gli errori” per preservare la vibrazione originaria.

Il titolo stesso del disco riflette un cambio di prospettiva filosofica, un approccio che l’artista paragona alla fotografia: “Quando scatto una foto non cerco il soggetto al centro, ma osservo prima la composizione delle ombre; l’obiettivo è dare importanza ai dettagli marginali affinché diventino primari”. Tra le tracce, che vedono la partecipazione di musicisti come Adriano Viterbini e la pianista Sun Hee Yoo, spiccano brani come “Terra Madre”, definita una chiamata alla responsabilità collettiva, e riflessioni profonde come “Io, Giuda”, mentre un ruolo centrale è affidato al “Sintofono”, uno strumento inventato da Max per far mimare ai sintetizzatori analogici la voce degli archi.

Durante la presentazione non è mancato un ricordo commosso per Franco Battiato, mentore che nel 1996 lo scelse per aprire i suoi concerti: “Condividevamo l’interesse per la storia accadica e gli insegnamenti di Gurdjieff, ma anche una carica ironica immensa: non mi faceva salire sul palco se prima non gli raccontavo una barzelletta in inglese”. Questa attitudine alla rottura degli schemi si rifletterà anche nel tour autunnale di oltre 40 date prodotto da OTR Live, dove Gazzè abiterà piccoli teatri per tre sere consecutive con l’obiettivo di “lasciare spazio alla variazione e all’imprevisto”, portando sul palco solo strumenti accordati a 432 Hz per trasformare ogni tappa in un racconto in evoluzione, fedele a un’idea di musica che, come l’oscurità che chiude il disco, non è negazione della luce ma un passaggio necessario.

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