Morrissey l’irriducibile, a Milano il ritorno dell’eterno outsider

L’ex Smiths in un Fabrique sold out, tra brani del nuovo album e i classici del repertorio: "Non chiamatemi indie, non lo sono"

Morrissey al Fabrique di Milano (foto Francesco Prandoni)
Morrissey al Fabrique di Milano (foto Francesco Prandoni)
10 marzo 2026 | 10.29
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La devozione dei fan per Morrissey è qualcosa che si capisce solo dal vivo. E il Fabrique di Milano non fa eccezione: generazioni diverse, fan con magliette con la sua faccia sopra, figli portati dai genitori a vedere un artista che per molti rappresenta ancora oggi più di un cantante. Pochi nella storia sono riusciti a costruire un mito così potente e allo stesso tempo così fragile come il suo. Con Morrissey, si sa, non esistono mezze misure: o lo si ama follemente o lo si detesta con la stessa intensità. È sempre stato così. E lui, va detto, non ha mai fatto molto per rendersi più conciliabile. Provocatore, romantico fino all’eccesso, narcisista e malinconico, a 66 anni Steven Patrick Morrissey resta una delle figure più contraddittorie e magnetiche della storia del rock britannico. Il suo ritorno in Italia, con l’unica data milanese, dopo gli show dell’estate scorsa nel nostro Paese, conferma proprio questo paradosso. Davanti a lui un locale gremito, fan arrivati da tutta Italia e anche dall’estero. Alcuni lo seguono da quarant’anni, altri lo vedono stasera per la prima volta. Ma l’atmosfera è sempre la stessa.

Va detto che Moz - come lo chiamano affettuosamente i fan dal soprannome che gli diede Johnny Marr nel 1983 - è uno di quegli artisti per cui fino all’ultimo minuto non si può dare nulla per scontato. Cancellazioni improvvise, polemiche pubbliche e dichiarazioni incendiarie fanno parte della sua leggenda tanto quanto le canzoni. Ad aprire lo show, in un Fabrique sold out da mesi, è un video con immagini di repertorio che mixano in un insolito mash up la guerra in Vietnam, Benny Hill, Sigue Sigue Sputnik, i Ramones e Little Tony. Camicia blu sbottonata e maracas in mano, Morrissey appare sul palco alle 21 in punto con la sua band di cinque elementi e l’irrinunciabile mazzo di fiori che fa capolino dal bordo dei jeans. Parte la sferzata rock di ‘Billy Budd’, uno dei momenti più elettrici dello show, grazie all’ironia velenosa del testo. È come se i suoi vent’anni di attivismo politico provocatorio non avessero scalfito minimamente la sua aura. Anzi, promette che le cose peggioreranno, provocando qualche risata sparsa: “Siamo molto felici di essere qui ed essere vivi. Non durerà” assicura.

Tra una canzone e l’altra, la sua narrazione si muove tra autocelebrazione e attacchi alla ‘cancel culture’, la stessa che lo avrebbe ‘silenziato’. “La notizia molto entusiasmante di oggi è che il nostro nuovo album è al numero due della classifica di metà settimana in Inghilterra - rimarca -. E lasciatemi aggiungere una cosa: senza passaggi in radio, senza attenzione dei media”. Il suo recente singolo ‘Notre-Dame’, che attacca subito dopo, non è da meno: un synth-pop elegante ma controverso, che accende nuovamente il dibattito sulle sue posizioni politiche, con riferimenti a teorie complottiste già smentite sull’incendio della cattedrale parigina del 2019. “Sappiamo chi ha cercato di ucciderti”, canta Moz, rivolgendosi direttamente alla cattedrale, “non resteremo in silenzio”. Le canzoni degli Smiths sono tra i momenti più attesi: ‘A Rush and a Push and the Land Is Ours’ riporta immediatamente l’atmosfera ai giorni gloriosi della sua ex band mentre ‘Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me’ e la monumentale ‘How Soon Is Now?’ confermano che la sua voce, ancora sognante e malinconica, è capace come nessun’altra di trascinare band e pubblico in un'altra epoca.

Tra una sferzata e l’altra, non risparmia nessuno, nemmeno l’industria discografica: “Nel periodo in cui sono stato un cantante solista, non sono mai stato sotto un’etichetta indipendente. Eppure ovunque vada i locali mi descrivono come indie - osserva mentre si asciuga la fronte con un foulard -. Non sono mai stato su un’etichetta indipendente: sono sempre stato sotto una major e, per la maggior parte del tempo, anche felicemente. Quindi perché mi chiamino indie, davvero non lo so. Non lo sono”. Sulle note di ‘Irish Blood, English Heart’, tra luci rosse e chitarre taglienti, il pezzo si trasforma in uno spettacolo quasi inquietante, in cui emerge il contrasto tra il Morrissey degli anni d’oro e l’artista di oggi.

Oltre ai suoi singoli più amati come ‘Suedehead’ e ‘Everyday Is Like Sunday’, Morrissey porta sul palco anche diversi brani del nuovo album ‘Make-Up Is A Lie’, pubblicato pochi giorni fa dopo anni turbolenti tra etichette discografiche, album rimasti nei cassetti e progetti continuamente rimandati. Tra i pezzi nuovi spiccano ‘The Monsters of Pig Alley’, dalle atmosfere eleganti e malinconiche e la title track del disco, accompagnata dalle immagini di Brigitte Bardot sullo sfondo. Nonostante le controversie, la devozione del pubblico resta intatta. “Il mio problema - fa notare lui - è che ho pensieri indipendenti. In Inghilterra oggi non si possono avere pensieri indipendenti. Ti buttano in prigione, non sto scherzando”. Molti fan raccontano di aver scoperto queste canzoni grazie a fratelli o fidanzati, e al Fabrique il coro che accompagna ogni pezzo dimostra quanto Morrissey sia ancora capace di emozionare.

Negli anni ’80 incarnava qualcosa di raro: un frontman introverso e autentico, un outsider che rifletteva le emozioni degli ascoltatori. Oggi forse è la sua verve più polemica a far rumore ma poco importa. Il bis con ‘There Is a Light That Never Goes Out’, lo conferma: il pubblico canta quello che è probabilmente il brano più famoso degli Smiths, e ogni polemica svanisce immediatamente. “Sono morto e sono rinato ma questa sera mi avete fatto sentire decisamente rinato” dice lui prima di congedarsi. Morrissey rimane divisivo, imprevedibile, difficile da difendere, è vero. Ma le sue canzoni resistono a ogni controversia. E ancora oggi emozionano, trascinando chi ascolta in quella miscela di malinconia e bellezza che solo Morrissey l’irriducibile, Morrissey l’indomabile, sa creare. (di Federica Mochi)

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